Il pregiudizio
La scarsa informazione su questi temi alimenta luoghi comuni che attribuiscono alle persone omosessuali un sentimento di estraneità verso il proprio corpo, e un’identificazione con il genere opposto.
Da questa premessa errata discendono gli stereotipi più diffusi: uomini gay descritti attraverso l’effeminatezza, donne lesbiche rappresentate come «uomini mancati» in competizione con gli uomini.
Il testo aggiunge un’osservazione linguistica pertinente: espressioni come «quella donna ha le palle», usate per indicare capacità di farsi valere, attribuiscono quella qualità per natura al maschile, mentre associano il femminile all’insicurezza.
Esiste inoltre una terminologia offensiva impiegata per fare battute, che finisce per legittimare intolleranza.
Cosa dicono gli studi
La posizione è netta e va riportata senza attenuazioni.
Le persone omosessuali accettano il proprio corpo, non desiderano cambiarlo, e lo vivono con lo stesso equilibrio delle persone eterosessuali.
L’omosessualità è un diverso orientamento della medesima sessualità: una variante dello sviluppo psicosessuale, non associata ad alcun disturbo e con uno status equivalente a quello dell’eterosessualità.
Va aggiunto, a completamento: l’Organizzazione mondiale della sanità ha rimosso l’omosessualità dalla classificazione delle malattie nel 1990, e le principali associazioni psicologiche escludono che possa o debba essere modificata. I cosiddetti percorsi di conversione sono privi di efficacia e riconosciuti come dannosi.
Come osserva il testo, le persone omosessuali sono diverse tra loro esattamente come lo sono quelle eterosessuali.
Dove nasce il problema
La formulazione è precisa: l’omosessualità non è un problema sociale, lo diventa nell’interazione con un ambiente che non rispetta le differenze.
Lo spostamento è importante perché individua correttamente l’oggetto dell’intervento: non la persona, ma il contesto.
Come si forma l’identità
Il passaggio psicologicamente più rilevante riguarda la sequenza attraverso cui l’identità si costruisce.
Il processo parte dall’esterno (come mi vedono gli altri) per proseguire all’interno: come mi vedo, cosa penso di me, dei miei interessi e di ciò che vorrei essere.
Da cui il principio decisivo: se manca un riconoscimento da parte della realtà esterna (genitori, educatori, amici) non può formarsi un auto-riconoscimento, e di conseguenza né autoaccettazione né autostima.
Cosa accade quando manca
Se la propria condizione viene giudicata negativamente o anche solo trattata come un disagio, il ragazzo tenderà prima a nasconderla e, ancora prima, a non riconoscerla come parte di sé.
Il conflitto interno che ne deriva può produrre reazioni di fuga e di rifiuto, oppure la scelta di dichiararsi.
Su quest’ultimo punto il testo del 2010 registrava un’aspettativa di emarginazione conseguente al coming out. Va detto che la situazione è oggi diversa e che il contesto legale e sociale italiano è mutato: pur restando la discriminazione un fenomeno reale e documentato.
Il ruolo della scuola
La critica rivolta alle istituzioni educative è che rischino di trasformarsi in luoghi di silenzio diseducativo anziché di dialogo.
Gli episodi di bullismo non isolati testimoniano, secondo l’autore, un assenteismo fatto di silenzi di comodo, seguiti (quando accade qualcosa di grave) da manifestazioni di stupore.
Particolarmente grave è la reazione che attribuisce alla vittima problemi di natura psicologica, spostando su di lei un problema che appartiene al contesto.
La proposta è che la scuola sostenga apertamente chi voglia parlare di sé, perché non c’è nulla di condannabile nell’essere omosessuale, come non lo è appartenere a un’etnia o a una religione diversa.
L’etica dell’accoglienza
Viene richiamato Umberto Galimberti e la sua idea che il prossimo sarà sempre meno specchio di noi, e che tutti saremo obbligati a fare i conti con la differenza: terreno su cui far crescere le decisioni etiche.
La famiglia
L’indicazione per i genitori è di non conformarsi ai modelli dell’ambiente circostante trattando l’orientamento del figlio come una condizione da affidare a medici o psicologi.
L’atteggiamento indicato è di piena accettazione, perché non si tratta di una mancanza né di una fonte di disagio psicologico.
È un punto su cui vale la pena insistere: la ricerca mostra che il sostegno familiare è il singolo fattore che più incide sul benessere psicologico dei giovani LGBT+, e che il suo contrario è associato a rischi rilevanti in adolescenza.
La rappresentazione mediatica
L’ultima sezione riguarda i media, con la richiesta di superare un approccio da intrattenimento a favore di una rappresentazione rispettosa delle emozioni.
L’esempio riportato è quello di un film trasmesso in seconda serata con le scene più intime tagliate: il risultato fu rendere incomprensibile il vissuto dei protagonisti, così che la loro storia risultasse estranea anziché riconoscibile.
L’osservazione coglie un meccanismo preciso: rimuovere ciò che rende una relazione comprensibile non la neutralizza, la rende aliena. E l’estraneità è il presupposto del pregiudizio.
Domande frequenti
Orientamento sessuale e identità di genere sono la stessa cosa?
No. L’orientamento riguarda verso chi si prova attrazione, l’identità di genere il genere in cui una persona si riconosce. Sono dimensioni distinte e indipendenti, e confonderle è all’origine di molti pregiudizi.
L’omosessualità è un disturbo?
No. È una variante dello sviluppo psicosessuale, con status equivalente all’eterosessualità. È stata rimossa dalla classificazione delle malattie nel 1990 e i percorsi che pretendono di modificarla sono inefficaci e dannosi.
Perché il riconoscimento esterno è così importante?
Perché l’identità si costruisce a partire da come si viene visti dagli altri. Senza riconoscimento esterno non si forma un auto-riconoscimento, e di conseguenza mancano autoaccettazione e autostima.
Qual è il fattore che più incide sul benessere dei giovani LGBT+?
Il sostegno familiare. La ricerca lo indica come il singolo elemento più rilevante, e il suo contrario è associato a rischi significativi in adolescenza.