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Neurosocietà: Brain Awareness Week 2010

Neuroeconomia, neuroetica, neuroestetica, neuromarketing: negli ultimi decenni il prefisso “neuro” si è esteso a discipline che con il cervello sembravano avere poco a che fare. Per alcuni è un tentativo legittimo di unificare il sapere, per altri un’operazione impropria. Il dibattito merita di essere conosciuto da entrambi i lati. Un prefisso che si è esteso […]

Psicolab — Neurosocietà: Brain Awareness Week 2010
Neuroeconomia, neuroetica, neuroestetica, neuromarketing: negli ultimi decenni il prefisso “neuro” si è esteso a discipline che con il cervello sembravano avere poco a che fare. Per alcuni è un tentativo legittimo di unificare il sapere, per altri un’operazione impropria. Il dibattito merita di essere conosciuto da entrambi i lati.

Un prefisso che si è esteso ovunque

Le ricerche sul cervello hanno affrontato, nel corso degli ultimi decenni, temi a lungo considerati non affrontabili con gli strumenti della ricerca scientifica: le decisioni economiche, il giudizio morale, l’esperienza estetica.

Il risultato è stata la nascita di una serie di discipline ibride: neuroeconomia, neuroetica, neuroestetica, e molte altre: che applicano metodi e concetti delle neuroscienze a domini tradizionalmente umanistici o sociali.

Le due posizioni

Il fenomeno ha diviso il dibattito.

Per una parte degli osservatori si è trattato di operazioni inappropriate, quando non apertamente mistificatorie: l’aggiunta di un prefisso che conferisce un’aura di scientificità senza modificare la sostanza del discorso. La critica più circostanziata riguarda l’uso di immagini cerebrali come argomento persuasivo più che esplicativo: mostrare che un’area si attiva durante un compito non spiega di per sé come funzioni il compito.

Per un’altra parte, invece, si tratta di uno dei molti tentativi legittimi di unificare il sapere: cercare basi comuni tra discipline che studiano lo stesso oggetto (l’essere umano) da prospettive diverse. In questa lettura, il dialogo tra economia e neuroscienze o tra estetica e percezione non è una colonizzazione, ma una convergenza.

Perché il tema è inevitabile

Comunque la si pensi nel merito, un dato è difficilmente contestabile: il cervello, sia come soggetto che come oggetto di studio, è ormai di volta in volta ospite d’onore o convitato di pietra in qualunque dibattito riguardi la persona e la società contemporanea.

Le questioni che ne derivano sono concrete e tutt’altro che accademiche: quanto sono libere le nostre decisioni? Che valore hanno le evidenze neuroscientifiche in sede giudiziaria? Fino a che punto è legittimo usare la conoscenza dei meccanismi cognitivi per orientare i comportamenti di consumo? Quali interventi sul funzionamento cerebrale sono accettabili, e a quali condizioni?

Sono domande che nessuna disciplina può affrontare da sola: richiedono competenze neuroscientifiche, ma anche filosofiche, giuridiche e psicologiche.

La divulgazione come necessità

È in questo quadro che si colloca l’iniziativa della settimana mondiale di divulgazione degli studi sul cervello, che ogni anno promuove incontri aperti al pubblico presso università e centri di ricerca.

Lo spirito è esplicito: eventi pensati per tutti, non per soli specialisti, sulla base di una considerazione semplice. Viviamo in una società attraversata dai risultati e dal linguaggio delle neuroscienze (nella comunicazione pubblicitaria, nella formulazione delle politiche, nel dibattito sulla responsabilità individuale) anche quando non ne siamo pienamente consapevoli.

Ed è proprio l’assenza di consapevolezza a rendere la divulgazione necessaria. Chi non conosce né i risultati né i limiti di una disciplina è ugualmente esposto tanto ai suoi contributi reali quanto ai suoi usi impropri.

Come orientarsi

Qualche criterio pratico per valutare un’affermazione che si presenta come “neuro-qualcosa”:

  • verificare se l’evidenza cerebrale aggiunge qualcosa alla spiegazione o si limita a illustrarla;
  • diffidare del passaggio dalla correlazione alla causa: che due fenomeni si accompagnino non dice quale produca l’altro;
  • ricordare che i risultati di gruppo non si applicano meccanicamente al singolo individuo;
  • distinguere tra ciò che una tecnica misura davvero e ciò che le viene attribuito.

Sono gli stessi criteri che valgono per qualunque affermazione scientifica. Il prefisso non li rende superflui: semmai, data la forza persuasiva delle immagini cerebrali, li rende più necessari.

Domande frequenti

Cosa sono le discipline “neuro-“?

Ambiti ibridi (neuroeconomia, neuroetica, neuroestetica e altri) che applicano metodi e concetti delle neuroscienze a domini tradizionalmente umanistici o sociali, come le decisioni economiche, il giudizio morale o l’esperienza estetica.

Quali critiche vengono mosse a questo approccio?

Che in alcuni casi il prefisso aggiunga un’aura di scientificità senza modificare la sostanza del discorso, e che le immagini cerebrali vengano usate come argomento persuasivo più che esplicativo: mostrare che un’area si attiva non spiega come funzioni il processo.

Perché serve divulgazione su questi temi?

Perché il linguaggio e i risultati delle neuroscienze attraversano ormai la comunicazione, le politiche pubbliche e il dibattito sulla responsabilità individuale. Chi non conosce risultati e limiti della disciplina resta esposto sia ai suoi contributi sia ai suoi usi impropri.

Come valutare un’affermazione “neuroscientifica”?

Verificando se l’evidenza cerebrale aggiunge qualcosa alla spiegazione, diffidando del passaggio da correlazione a causa, ricordando che i risultati di gruppo non si applicano meccanicamente al singolo e distinguendo tra ciò che una tecnica misura e ciò che le viene attribuito.

Negli ultimi decenni il prefisso “neuro” si è esteso a economia, etica, estetica e molti altri ambiti, dando vita a discipline ibride. Il dibattito è diviso: per alcuni si tratta di operazioni improprie, che aggiungono un’aura di scientificità senza modificare la sostanza; per altri di un legittimo tentativo di unificare il sapere. In ogni caso il cervello è ormai presente in qualunque discussione sulla persona e sulla società, e le questioni che ne derivano (libertà delle decisioni, evidenze in sede giudiziaria, uso commerciale delle conoscenze cognitive) richiedono competenze multiple. Da qui la necessità della divulgazione, e di criteri di valutazione rigorosi: distinguere correlazione da causa, dati di gruppo da singoli casi, misurazione da interpretazione.
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