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Neuroscience & Antropology Meeting a Siena

Che la cultura modifichi il cervello non è una metafora: è documentato, e l’esempio migliore è imparare a leggere. Ciò che serve, per usare bene questo campo, è sapere cosa le immagini cerebrali non possono dire. Questa pagina prende spunto dalla segnalazione di un convegno svoltosi a Siena nel 2012. L’evento è concluso. Articolo divulgativo. […]

Psicolab — Neuroscience & Antropology Meeting a Siena
Che la cultura modifichi il cervello non è una metafora: è documentato, e l’esempio migliore è imparare a leggere. Ciò che serve, per usare bene questo campo, è sapere cosa le immagini cerebrali non possono dire.
Questa pagina prende spunto dalla segnalazione di un convegno svoltosi a Siena nel 2012. L’evento è concluso. Articolo divulgativo.

La cultura lascia tracce

Il caso meglio studiato è l’alfabetizzazione.

Imparare a leggere modifica il cervello in modi identificabili: si specializza una regione della corteccia visiva nel riconoscimento delle forme scritte, si rafforza il collegamento fra elaborazione visiva e linguistica, e cambia il modo in cui il parlato viene analizzato.

Sono cambiamenti misurati confrontando adulti alfabetizzati e non alfabetizzati, e persone alfabetizzate in età adulta: il che consente di attribuirli all’apprendimento e non a differenze preesistenti.

Il punto rilevante è che la lettura è un’invenzione culturale troppo recente perché esistano strutture selezionate per essa: il cervello riutilizza sistemi nati per altro. È il modello che si applica a molte competenze culturali.

Altri esempi

La lingua parlata incide su cosa viene distinto: chi cresce con un sistema fonologico diverso perde la capacità di discriminare suoni non pertinenti nella propria lingua, entro il primo anno di vita.

La navigazione spaziale: chi la esercita professionalmente mostra differenze nelle strutture coinvolte, con variazioni legate agli anni di esperienza.

Il fatto che cambiamenti simili si osservino in adulti esclude che si tratti solo di predisposizioni: l’esperienza modifica il substrato che la elabora.

Cosa le immagini non dicono

È la parte che rende utilizzabile questo campo, ed è quella che la divulgazione salta.

L’inferenza inversa: dall’attivazione di un’area non si può dedurre quale processo mentale sia in corso. Un’area partecipa a molte funzioni, e osservarla attiva non identifica quale. È l’errore alla base di gran parte delle affermazioni sensazionali.

La numerosità: molti studi di neuroimmagine hanno campioni troppo piccoli per stimare in modo affidabile le correlazioni con caratteristiche individuali. Analisi su grandi banche dati hanno mostrato che le associazioni riportate in studi piccoli sono spesso non replicabili.

La seduzione della spiegazione neurale: aggiungere un riferimento al cervello rende un’affermazione più convincente indipendentemente dal suo contenuto, anche quando è irrilevante.

E la circolarità: dire che un comportamento avviene perché una certa area si attiva non spiega nulla, se quell’area è stata individuata osservando quel comportamento.

Il rischio specifico di questo incrocio

Unire neuroscienze e antropologia comporta una tentazione precisa, e vale la pena nominarla.

Confrontare gruppi umani su misure cerebrali e attribuire le differenze a caratteristiche del gruppo ha una storia lunga e disastrosa, che va dalla misurazione dei crani alle classificazioni razziali.

La cautela metodologica necessaria è che le differenze osservate fra gruppi riflettono quasi sempre differenze di esperienza (scolarizzazione, nutrizione, ambiente, familiarità con il compito) e non caratteristiche intrinseche.

La prova migliore è proprio l’alfabetizzazione: la differenza cerebrale fra chi legge e chi non legge è reale e ampia, e non dice nulla sui gruppi. Dice quanto è stata distribuita la scuola.

Cosa il campo può dare

Ridimensionate le pretese, resta un contributo sostanziale.

Mostrare che categorie ritenute naturali sono costruite: molte competenze considerate innate sono il prodotto di pratiche culturali sedimentate.

Fornire un modello del rapporto fra individuo e cultura che non richiede due sfere separate: la cultura agisce modificando il substrato, e il substrato vincola ciò che la cultura può costruire.

E indicare dove intervenire: se una competenza dipende dall’esperienza, la sua distribuzione diseguale è un fatto sociale, non naturale.

Domande frequenti

La cultura modifica il cervello?

Sì, in modi misurabili. Imparare a leggere specializza regioni della corteccia visiva e cambia l’elaborazione del parlato, anche quando avviene in età adulta.

Cos’è l’inferenza inversa?

Dedurre quale processo mentale sia in corso dall’attivazione di un’area. Non è possibile: un’area partecipa a molte funzioni, e osservarla attiva non identifica quale.

Perché le spiegazioni neurali convincono tanto?

Perché un riferimento al cervello rende un’affermazione più credibile a prescindere dal contenuto, anche quando è irrilevante per il ragionamento.

Le differenze cerebrali fra gruppi indicano caratteristiche di gruppo?

No. Riflettono quasi sempre differenze di esperienza: scolarizzazione, nutrizione, familiarità con il compito. L’esempio dell’alfabetizzazione lo mostra chiaramente.

Che la cultura modifichi il cervello è documentato, e l’alfabetizzazione ne è la prova migliore: una pratica troppo recente per essere selezionata, che riutilizza sistemi nati per altro. Per usare bene questo campo servono però tre cautele: dall’attivazione di un’area non si deduce il processo mentale, gli studi con campioni piccoli producono associazioni non replicabili, e il riferimento al cervello rende credibile qualunque affermazione. E le differenze fra gruppi riflettono esperienza, non natura, l’alfabetizzazione dice quanto è stata distribuita la scuola.
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