L’obiettivo dichiarato
La neuropsicofisiologia si presenta come un tentativo di integrare neurologia, psicologia, fisiologia e fisica. È nata in Italia a partire dagli anni Settanta e si è sviluppata attorno a un obiettivo preciso.
Quell’obiettivo è tornare a considerare mente e cervello come una unità dinamica, dopo un lungo periodo in cui sono stati tenuti separati tra ambito neurologico e ambito psicologico.
Su questo punto l’esigenza è largamente condivisa: il superamento della separazione tra descrizione psicologica e descrizione biologica è uno dei movimenti di fondo delle scienze cognitive degli ultimi decenni, seppur perseguito con strumenti diversi.
Il riferimento agli emisferi cerebrali
Uno dei riferimenti dichiarati sono gli studi sulle differenze funzionali tra emisfero destro e sinistro, che valsero il Nobel a Roger Sperry nel 1981.
Su questo punto è necessaria una precisazione importante. Le ricerche di Sperry riguardavano pazienti con il corpo calloso reciso per motivi terapeutici, una condizione particolare che ha permesso di osservare specializzazioni funzionali reali. Ma la loro divulgazione successiva ha prodotto una semplificazione ampiamente smentita: l’idea di persone “a prevalenza destra” (creative, emotive) e “a prevalenza sinistra”, logiche, razionali.
La ricerca contemporanea mostra che in un cervello integro le funzioni complesse coinvolgono entrambi gli emisferi in modo continuo e coordinato. Esistono asimmetrie funzionali documentate, ma non corrispondono a “tipi” di persona.
Il presupposto fisico
L’approccio si fonda su quella che definisce “fisica dell’informazione”: l’idea che non esistano separazioni nel mondo fisico, perché ogni elemento genererebbe un campo di energia continuo e dinamico in interazione con gli altri.
Ne discende un principio centrale, il paradigma energia-materia-informazione: nulla esisterebbe che non sia contemporaneamente le tre cose.
Va detto con chiarezza che si tratta di un’estensione analogica di concetti fisici a fenomeni psichici, non di un’applicazione di risultati sperimentali della fisica. È una scelta teorica legittima come cornice interpretativa, ma non ha lo statuto di una dimostrazione.
Gli organi di senso come trasduttori
Una parte dell’impostazione poggia però su un fatto solido e correttamente descritto: la funzione degli organi di senso è quella di trasduttori di energia.
Occhi, orecchie e recettori cutanei trasformano forme diverse di energia (luminosa, meccanica, chimica) in segnali che il sistema nervoso può elaborare. È esattamente così che funziona la percezione, e da questo discende una conseguenza interessante: ciò che chiamiamo “realtà percepita” è già il risultato di una traduzione, non un accesso diretto al mondo.
La funzione degli organi di senso è dunque tradurre l’energia perché il cervello la identifichi e ne prenda coscienza, sviluppando conoscenza utilizzabile sia per sé sia per comunicare con l’ambiente.
Il ruolo dell’Io
Il concetto più caratteristico dell’approccio riguarda la nozione di Io cosciente.
La domanda posta è quale sia il “fine” del cervello: formulazione a cui la ricerca neuroscientifica non risponde in questi termini, perché non attribuisce fini agli organi. La risposta proposta è che il cervello debba dare vita a un Io capace di gestire consapevolmente le proprie funzioni, integrando mente e corpo nel rapporto con l’ambiente, e di decidere della propria vita nel rispetto di sé, degli altri e della natura.
Al di là della cornice teorica, è un’affermazione di valore che merita attenzione: pone l’autodeterminazione come criterio, e considera generatrici di disagio quelle condizioni che entrano in conflitto con la spinta di ciascuno verso libertà, dignità e autonomia.
Il tema del condizionamento
Un altro riferimento è al condizionamento classico studiato da Pavlov, richiamato per sostenere che stimoli ripetuti possano alterare il modo in cui una persona valuta la realtà.
Il principio di fondo (che l’esposizione ripetuta ad associazioni modifichi le risposte) è ben documentato. Il punto è che la ricerca lo colloca a livello di apprendimenti specifici, non di una alterazione globale degli “strumenti di misura” della persona.
I campi di indagine proposti
L’approccio individua sette aree di lavoro, alcune delle quali corrispondono a temi centrali delle scienze cognitive:
- lo studio delle basi della coscienza;
- lo studio delle emozioni e della motivazione umana, in condizioni fisiologiche e patologiche;
- lo studio delle funzioni di inibizione degli impulsi aggressivi, verso di sé e verso gli altri;
- lo studio delle funzioni di progettualità, collegate all’attività dei lobi frontali;
- lo studio delle funzioni esecutive, che coinvolgono motivazione, gratificazione e volontà;
- lo studio della comunicazione a livello intrapersonale, interpersonale, sociale e interculturale;
- l’applicazione del metodo in ambito educativo, riabilitativo e psicoterapeutico.
Il quarto e il quinto punto sono effettivamente al centro della ricerca neuropsicologica contemporanea: il ruolo delle regioni prefrontali nella pianificazione, nell’inibizione delle risposte automatiche e nella regolazione del comportamento è ampiamente documentato.
Un’indicazione che vale a prescindere
Merita di essere isolata la descrizione della competenza comunicativa proposta, perché è utile indipendentemente dalla cornice teorica.
Comunicare bene richiederebbe tre capacità: ascoltare in silenzio; identificare la motivazione che sta dietro l’informazione ricevuta; elaborare una risposta consapevole orientata a costruire qualcosa, individualmente o insieme.
È una descrizione precisa di cosa distingue un ascolto reale da un’attesa del proprio turno di parola. E l’osservazione che questa capacità debba svilupparsi in età evolutiva e continuare per tutto l’arco dell’esistenza è pienamente condivisibile.
Domande frequenti
Cos’è la neuropsicofisiologia?
Un approccio nato in Italia negli anni Settanta che si propone di integrare neurologia, psicologia, fisiologia e fisica, con l’obiettivo di considerare mente e cervello come unità dinamica. Non è un quadro condiviso dalle neuroscienze contemporanee.
È vero che esistono persone “cervello destro” e “cervello sinistro”?
No. È una semplificazione divulgativa nata dalla popolarizzazione degli studi sui pazienti con corpo calloso reciso. In un cervello integro le funzioni complesse coinvolgono entrambi gli emisferi in modo coordinato: esistono asimmetrie funzionali, non “tipi” di persona.
Cosa significa che gli organi di senso sono “trasduttori”?
Che trasformano forme diverse di energia (luminosa, meccanica, chimica) in segnali elaborabili dal sistema nervoso. È un fatto solido, con una conseguenza interessante: la realtà percepita è già il risultato di una traduzione, non un accesso diretto al mondo.
Cosa serve per comunicare bene, secondo questo approccio?
Tre capacità: ascoltare in silenzio, identificare la motivazione dietro l’informazione ricevuta ed elaborare una risposta consapevole orientata a costruire. È un’indicazione valida a prescindere dalla cornice teorica.