La premessa
La visione che abbiamo della vita, dei nostri comportamenti e di quelli altrui è spesso distorta. Giudichiamo continuamente senza avere elementi sufficienti, ci accontentiamo di mezze verità e costruiamo certezze che pochi fatti basterebbero a smontare.
Le pratiche più diffuse, secondo l’autore, sono tre: negare le evidenze, ignorarle, distorcerle.
L’esperimento
Lo studio citato (condotto da Lee Ross, Mark Lepper e Michael Hubbard e pubblicato negli anni Settanta) è costruito con eleganza.
Ai partecipanti vennero consegnati venticinque biglietti, presentati come possibili messaggi lasciati da persone prima di togliersi la vita. Veniva detto che alcuni erano autentici e altri no, e il compito consisteva nel distinguerli.
In realtà erano stati prodotti tutti in laboratorio.
Il trattamento
Durante la prova, a metà dei partecipanti venivano forniti riscontri positivi: stavano andando bene. All’altra metà il contrario.
I riscontri erano assegnati in modo del tutto casuale, senza alcun rapporto con le risposte effettive.
Il debriefing
Al termine venne spiegato tutto: i biglietti erano fittizi e le valutazioni ricevute erano arbitrarie.
Poi, prima di congedarsi, ai partecipanti fu chiesto di compilare un questionario: quanto ritenevano che avrebbero saputo fare in un compito reale dello stesso tipo?
Il risultato
Chi era stato collocato casualmente nel gruppo dei «bravi» si dichiarò più fiducioso nelle proprie capacità rispetto a chi era finito, altrettanto casualmente, nel gruppo degli «scarsi».
Il punto notevole non è che i giudizi avessero influenzato l’autovalutazione: è che continuassero a influenzarla dopo che ne era stata rivelata la totale arbitrarietà.
L’impressione formata su di sé aveva acquisito una vita propria, indipendente dalle informazioni che l’avevano generata.
Perché conta
Il fenomeno (noto come perseveranza delle credenze) ha implicazioni pratiche notevoli.
Significa che smentire un’informazione errata non basta a cancellarne gli effetti. Una volta che una convinzione si è formata, sopravvive alla rimozione delle sue basi.
Vale per le opinioni su di sé, e vale altrettanto per quelle su altre persone: una prima impressione sbagliata continua a orientare il giudizio anche quando sappiamo su cosa si era fondata.
Perché il cervello funziona così
La spiegazione proposta è di ordine economico: i circuiti cerebrali seguirebbero una logica di minimo sforzo per il massimo risultato.
L’immagine usata è quella di una lampadina a risparmio energetico che pretende però anche velocità di reazione. Ed è osservabile ogni volta che, pur non sapendo di cosa si stia parlando, adattiamo l’informazione sconosciuta alle poche idee già disponibili.
Va precisato che il riferimento a «condizioni chimiche del cervello» va inteso come metafora: non esiste un meccanismo neurochimico noto che spieghi in questi termini la perseveranza delle credenze. La spiegazione consolidata è di tipo cognitivo, rivedere una convinzione è costoso, mantenerla è gratuito.
Un precedente di quattro secoli
Il testo richiama un’osservazione di Francis Bacon che anticipa esattamente il fenomeno.
Bacon notava che l’intelletto umano, una volta adottata un’opinione, tende a raccogliere tutto ciò che la conferma; e che di fronte a controesempi anche numerosi e solidi li trascura, li svaluta oppure li accantona con qualche distinzione: pur di lasciare intatta l’autorevolezza della conclusione già raggiunta.
È la descrizione del bias di conferma, formulata secoli prima che la psicologia sperimentale lo misurasse.
Cosa se ne ricava
La chiusura propone di rinunciare alla ricerca di un rifugio sicuro (di certezze stabili) per accettare invece il carattere provvisorio di ciò che sappiamo.
Aggiungiamo un’indicazione operativa che discende direttamente dagli studi citati: poiché sapere che un’informazione era falsa non ne cancella l’effetto, l’unico correttivo praticabile è preventivo. Sospendere il giudizio prima che si formi costa molto meno che smontarlo dopo.
E, coerentemente con la premessa: la differenza tra chi sa e chi non sa sta spesso nella consapevolezza di non sapere.
Domande frequenti
Cos’è la perseveranza delle credenze?
La tendenza di una convinzione a sopravvivere alla rimozione delle informazioni che l’avevano generata. Chi riceve un giudizio positivo continua a crederci anche dopo aver appreso che era casuale.
Cosa dimostrava l’esperimento sui biglietti?
Che riscontri assegnati arbitrariamente influenzano l’autovalutazione, e che continuano a influenzarla dopo che ne è stata rivelata l’arbitrarietà. L’impressione su di sé acquisisce una vita propria.
Perché il cervello distorce le evidenze?
Per economia cognitiva: rivedere una convinzione richiede risorse, mantenerla non ne richiede. Ne deriva la tendenza ad adattare le informazioni nuove alle idee già disponibili.
Come ci si può difendere?
Non a posteriori: sapere che un’informazione era falsa non ne cancella l’effetto. L’unico correttivo praticabile è preventivo, sospendere il giudizio prima che si formi.