L’impianto del convegno
La terza edizione di un ciclo dedicato all’interazione tra mente e corpo, promosso da un centro universitario di scienza cognitiva, si proponeva di far confrontare professionisti di formazione diversa sui meccanismi (neurofisiologici e psicologici) che rendono efficace un intervento terapeutico.
Il programma alternava sessioni teoriche e laboratori con partecipazione attiva del pubblico, articolati su tre temi: placebo e nocebo, la terapia personale di chi cura, e uno strumento di analisi dei sistemi motivazionali nel colloquio clinico.
La domanda giusta
Merita di essere notato l’oggetto scelto: non se una terapia funzioni, ma attraverso quali meccanismi.
È una domanda diversa e più difficile. Sapere che un trattamento produce un effetto non dice cosa in quel trattamento lo produca, e senza quell’informazione non si può migliorarlo, né distinguere le componenti necessarie da quelle accessorie.
È anche la domanda che consente il confronto tra approcci diversi, perché sposta la discussione dalle appartenenze ai processi.
Placebo e nocebo
La sessione di apertura riguardava i due fenomeni più istruttivi del rapporto tra aspettative e corpo.
Il placebo è il miglioramento prodotto da un trattamento privo di principio attivo. Il nocebo è il suo opposto: la comparsa di effetti indesiderati generata dall’aspettativa che si verifichino.
Cosa è documentato
Il punto essenziale è che non si tratta di suggestione nel senso comune del termine.
Nell’analgesia da placebo sono stati identificati meccanismi biologici specifici: il coinvolgimento dei sistemi oppioidi endogeni (l’effetto può essere ridotto somministrando una sostanza che li blocca) e modificazioni dell’attività in aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione del dolore.
Non è quindi un miglioramento «solo mentale»: è un cambiamento fisiologico innescato dall’aspettativa.
Altrettanto documentato è che l’effetto varia con le modalità di somministrazione: la stessa sostanza produce un effetto minore se erogata all’insaputa della persona rispetto a quando viene somministrata da un operatore che ne annuncia l’effetto.
La conseguenza pratica
Ne discende un’indicazione concreta e sottovalutata: il modo in cui una cura viene presentata è una componente della cura, non un contorno.
Vale in senso positivo (spiegare cosa ci si può attendere aumenta l’efficacia) e in senso negativo, ed è qui il problema più delicato.
L’informazione sugli effetti indesiderati, obbligatoria e doverosa, ne aumenta la comparsa. È l’effetto nocebo applicato al consenso informato, ed è un dilemma reale: si può ridurre l’insorgenza degli effetti tacendoli, ma il consenso non sarebbe informato.
La soluzione praticata consiste nel comunicare con criteri diversi: riferire le frequenze reali, precisare quali effetti sono transitori, evitare formulazioni che orientino l’attenzione al sintomo.
La terapia personale
La seconda giornata riguardava il percorso terapeutico di chi esercita la professione: elemento previsto in molti percorsi di formazione clinica.
La questione è dibattuta e vale la pena presentarla con onestà.
La motivazione è comprensibile: chi conduce una terapia utilizza sé stesso come strumento, e ciò che prova durante un incontro può derivare dalla propria storia anziché dalla persona che ha davanti. Aver esplorato la propria storia rende quella distinzione più praticabile.
Va però detto che l’evidenza empirica di un effetto sugli esiti dei pazienti è debole: le rassegne disponibili non mostrano che i terapeuti che hanno svolto un percorso personale ottengano risultati migliori.
È un dato scomodo per una pratica considerata quasi ovvia in alcune tradizioni, e va tenuto presente senza per questo concludere che sia inutile: potrebbe incidere su aspetti (sostenibilità della professione, riduzione del logoramento) che quegli studi non misurano.
I laboratori
Il programma comprendeva sessioni esperienziali su interpretazione dei sogni, rapporto tra fattori psicologici e patologia cardiaca, riflessione sulla propria storia di vita, ricostruzione di eventi interpersonali.
La sessione sul cuore merita una nota, perché è l’ambito in cui il rapporto tra mente e corpo è meglio documentato.
La depressione è associata a un aumento del rischio cardiovascolare e, dopo un evento cardiaco, a una prognosi peggiore. I meccanismi ipotizzati sono sia comportamentali (minore aderenza alle terapie, minore attività fisica) sia fisiologici, con il coinvolgimento dei sistemi di risposta allo stress e dei processi infiammatori.
È un esempio utile perché mostra che il legame tra stato psicologico e salute fisica non richiede spiegazioni misteriose: passa per vie identificabili, alcune banali e proprio per questo modificabili.
Perché il formato conta
Una nota conclusiva sulla scelta di affiancare sessioni teoriche e laboratori pratici.
Nei convegni clinici la parte esperienziale viene spesso considerata accessoria. È invece l’unico momento in cui si vede come si fa qualcosa, e la distanza tra la descrizione di una tecnica e la sua esecuzione è, in questo campo, molto ampia.
Chi ascolta una relazione impara cosa esiste; chi partecipa a un laboratorio scopre di solito che non è in grado di farlo, il che è un’informazione più utile.
Domande frequenti
L’effetto placebo è solo suggestione?
No. Nell’analgesia sono documentati meccanismi biologici specifici, tra cui il coinvolgimento dei sistemi oppioidi endogeni: si tratta di cambiamenti fisiologici innescati dall’aspettativa.
Cos’è l’effetto nocebo?
La comparsa di effetti indesiderati generata dall’aspettativa che si verifichino. Pone un dilemma reale: informare sugli effetti collaterali, come è doveroso, ne aumenta l’insorgenza.
La terapia personale rende migliori i terapeuti?
Le rassegne disponibili non mostrano un effetto sugli esiti dei pazienti. Potrebbe incidere su aspetti che quegli studi non misurano, come la sostenibilità della professione.
Come si collega la depressione alla salute del cuore?
Attraverso vie identificabili: minore aderenza alle terapie e all’attività fisica, e meccanismi fisiologici che coinvolgono la risposta allo stress e i processi infiammatori.