Da dove viene ciò che vediamo
Il primo criterio per orientarsi tra i programmi non riguarda il contenuto ma l’origine produttiva.
La programmazione di pellicole cinematografiche, per esempio, si distingue nettamente: si tratta di prodotti progettati in origine per il grande schermo, con caratteristiche di durata, ritmo e linguaggio pensate per un contesto di fruizione diverso.
Successivamente la televisione ha attinto a quel linguaggio per realizzare film prodotti appositamente per il piccolo schermo: un ibrido che ha proprie convenzioni.
Va ricordato che il cinema porta con sé una notevole varietà interna di generi (musical, western, poliziesco, commedia) che la televisione ha in parte ereditato e in parte rielaborato.
La pubblicità come componente del palinsesto
Un elemento spesso escluso dalle classificazioni ma che occupa una porzione considerevole del tempo di programmazione è la comunicazione promozionale, nelle sue diverse forme.
La sua evoluzione è istruttiva. La prima formula strutturata prevedeva blocchi di durata consistente, con sketch comici affidati a personaggi noti e la menzione del prodotto concentrata solo negli ultimi secondi. Il rapporto tra intrattenimento e messaggio era dunque nettamente sbilanciato a favore del primo.
Successivamente i messaggi si sono accorciati e concentrati, puntando sull’efficacia comunicativa anziché sull’intrattenimento.
Le forme principali
- La telepromozione: collocata all’interno di un programma, spesso realizzata dagli stessi conduttori, oppure da altre figure interne alla trasmissione, o ancora da personaggi del tutto estranei;
- la televendita: trasmissione commerciale in cui le aziende presentano prodotti o servizi invitando all’acquisto tramite contatto telefonico;
- il billboard: breve invito all’ascolto o ringraziamento posto in apertura o chiusura di una trasmissione;
- il diario: messaggio breve collocato in testa all’interruzione pubblicitaria, programmato in moduli quotidiani.
Vale la pena notare la logica di fondo: le forme più efficaci sono quelle che riducono la distanza tra contenuto editoriale e messaggio promozionale. Il che spiega perché la loro regolamentazione sia sempre stata oggetto di discussione.
Le tre parole da non confondere
Qui sta il contributo più utile. Tre termini indicano tre livelli distinti.
Genere
È la categoria di contenuto, ed è il livello più sfuggente: le sfumature sono molte e i confini incerti, tanto che le etichette assegnate risultano spesso approssimative.
Proprio per questa difficoltà, le classificazioni per genere vengono normalmente affiancate a criteri più operativi.
Format
È la scheda commercializzabile di un programma, oggetto di scambio sul mercato internazionale. Contiene indicazioni sulla possibile collocazione nel palinsesto e sulle strategie promozionali adottabili.
La sua funzione è economica prima ancora che descrittiva: consente di adottare un programma già sperimentato altrove con una ragionevole previsione di risultato, riducendo il rischio di lanciare trasmissioni destinate a fallire.
È il concetto che spiega perché programmi apparentemente identici circolino in paesi diversi con conduttori e ambientazioni locali: ciò che viene acquistato non è il programma, è la sua struttura.
Formato
Riguarda invece le caratteristiche tecniche e produttive: durata, numero di episodi, modelli di produzione.
È il livello più concreto e vincolante: determina i costi, la collocazione oraria possibile e il tipo di impegno richiesto a chi guarda.
Le quattro aree
Sul piano dei generi in senso stretto, la classificazione più utilizzata individua quattro grandi aree, ciascuna definita da un criterio diverso:
- la fiction, definita dalla presenza del racconto;
- l’intrattenimento, definito dalla funzione che il programma svolge;
- l’informazione, definita dal rapporto con la realtà;
- la cultura ed educazione, definita dalla finalità formativa.
Va osservato (ed è metodologicamente importante) che i quattro criteri non sono omogenei: uno riguarda la forma, uno la funzione, uno il referente, uno lo scopo. È precisamente questa disomogeneità a spiegare perché tanti programmi ricadano in più aree contemporaneamente, e perché ogni classificazione televisiva risulti approssimativa.
Perché la distinzione è utile
Per chi guarda, distinguere i tre livelli permette di leggere meglio ciò che si ha davanti.
Il genere dice quali aspettative il programma intende soddisfare. Il format dice che si tratta di una struttura collaudata, spesso altrove, e quindi che le sue scelte non sono improvvisate. Il formato dice quanto tempo e quanta continuità richiede.
Messe insieme, le tre informazioni raccontano molto: che un programma somigli a un altro non è quasi mai un caso, ed è spesso il risultato di una decisione economica presa prima di ogni scelta editoriale.
Domande frequenti
Che differenza c’è tra format e formato?
Il format è la scheda commercializzabile di un programma, con indicazioni su collocazione e strategie promozionali, ed è oggetto di scambio internazionale. Il formato riguarda invece durata, numero di episodi e modelli produttivi.
Perché programmi identici circolano in paesi diversi?
Perché ciò che viene acquistato non è il programma ma la sua struttura, cioè il format: una formula già sperimentata che consente di prevedere ragionevolmente il risultato riducendo il rischio.
Quali sono le quattro aree dei generi televisivi?
Fiction, definita dal racconto; intrattenimento, definito dalla funzione; informazione, definita dal rapporto con la realtà; cultura ed educazione, definita dalla finalità formativa.
Perché le classificazioni televisive sono approssimative?
Perché i criteri usati non sono omogenei tra loro: uno riguarda la forma, uno la funzione, uno il referente, uno lo scopo. Da qui la frequenza con cui un programma ricade in più aree contemporaneamente.