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Di Mamma ce n’è una. Sola.

Breve Estratto

Numerose cronache recenti riportano casi di neonati e di bambini abbandonati, maltrattati, a volte picchiati a morte; a volte, dietro queste storie ci sono altre storie, storie di abusi e di violenze inauditi, che si tramandano in famiglie disgregate e disfunzionali, inenarrabili e incomprensibili per noi “persone normali e perbene”.
Molto più spesso, però, questi episodi sono l’epilogo di vicende che riguardano tutti noi da vicino, soprattutto noi mamme, e che, se ravvisate e circoscritte in tempo, avrebbero potuto risolversi diversamente.
Solo chi è madre può capire di cosa sto parlando, solo chi ha vissuto l’esperienza della gravidanza, della sensazione di qualcuno, qualcosa, che ti invade e si impossessa del tuo corpo e delle tue azioni, del tuo tempo e dei tuoi desideri, e ti riduce allo stato di veicolo, mentre, dentro di te, sentimenti contrastanti, combattono: la gioia dell’attesa, la paura dell’ignoto, la confusione del cambiamento.
Molti di questi casi di cronaca vedono, come protagoniste, delle madri che, paradossalmente, hanno desiderato un bambino, spesso hanno faticato per averlo, e che rendono, quindi, ancora più inspiegabile un gesto estremo come l’infanticidio del proprio bambino, almeno agli occhi attoniti di chi non va a fondo, di chi non percorre a ritroso la difficile strada della maternità.
La gravidanza è una condizione misteriosa e mistica, la donna diventa creatrice, il dono di elargire la vita a qualcuno, proprio del divino, diventa suo; questo potere, così grande, però, porta con sé il suo lato oscuro, fatto di solitudine, di non sentirsi compresa e accolta, la paura di possedere strumenti preziosi, ma che nessun manuale di istruzioni può spiegare.
Un tempo questo compito spettava alle altre donne della famiglia, alle levatrici, alle ostetriche, la puerpera non si trovava mai sola con il proprio bambino, aveva sempre un consiglio benevolo, un abbraccio, un mano salda che le sottraeva momentaneamente il fagotto dolceamaro per garantirle un po’ di riposo e di riflessione.
Oggi, quando tutto scorre veloce, non ci sono né tempo né risorse economiche o sociali, spesso, perché questo possa ancora accadere; le mamme hanno, a loro volta, mamme sempre più giovani, che spesso ancora lavorano, altre volte non le hanno più, le famiglie, molte volte, sono ricostituite e allargate, ma, in tutto questo “spazio umano” non c’è posto per l’inadempienza, per il timore di non essere all’altezza. In ospedale, i fondi disponibili non consentono di trattenere la partoriente e il suo piccolo per più di un paio di giorni, i nidi vengono aboliti perché il personale scarseggia, vige su tutto il temuto rooming – in, le ostetriche si trovano, loro malgrado, a svolgere mansioni variegate, spesso lontane dalle loro competenze, che non consentono loro di seguire da vicino ogni mamma.
Una volta dimessa, poi, la mamma viene catapultata in una girandola di visite, festeggiamenti, nuove responsabilità, dove tutte le attenzioni sono riservate al nuovo arrivato e nessuno, spesso, si ferma a pensare a quella donna che lo ha cullato per 9 mesi nel suo ventre e che ora lo sente vuoto, per ritrovarsi con uno sconosciuto dittatore che sconvolge i ritmi della coppia e della famiglia.
La gioia sconfinata, immaginata in qui lunghi mesi, si trova a dividere lo spazio con l’inquietudine degli assetti ormonali, del corpo che non si riconosce più come proprio, né come fonte di piacere, specialmente dopo il dolore del parto; il tempo passa, e la situazione, spesso, peggiora, in un certo senso, gravata, com’è, dalle poppate, dalle notti insonni, dalle coliche, dalla mancanza di tempo per sé stessa.
Inevitabile, a questo punto, che scattino, nella mamma, sentimenti negativi, di rancore nei confronti di questo piccolo estraneo che ha solo pretese e, suo malgrado, riesce a dare poco in cambio, almeno i primi tempi: altro non sono che semplici meccanismi di difesa, di sé stessa e del proprio territorio.
La tristemente celebre Anna Maria Franzoni, nelle sue dichiarazioni, ha spesso riferito di essere stata stanca, nel periodo in cui Samuele è stato ucciso provata ai pianti del piccolo , dai capricci del figlio maggiore, depressa dalla forzata solitudine e dall’isolamento, ciononostante abbia proclamato, e proclami tuttora, la propria innocenza. Senza volere entrare in merito di meccanismi di rimozione e quant’altro, nè di istanze difensive e prove scientifiche, è palese che, nelle sue dichiarazioni di questo genere, Anna Maria sia stata sincera.
Come lei, molte altre mamme “assassine” si sono dichiarate depresse, confuse, stanche, come fuori da sé stesse e dal proprio corpo, si sentivano vissute, invece di vivere appieno la nuova condizione della maternità; non è illecito pensare che, a molte di loro, siano mancati gli strumenti di sostegno di cui parlavamo in precedenza.
Andando avanti, fino ai 3 anni del bambino, la situazione non migliora, almeno non per quanto riguarda, spesso, sostegni alla mamma nell’accudimento; i nidi aziendali sono inesistenti, quelli privati carissimi, le nonne oberate di lavoro non riescono a far fronte a tutto, i compagni sono giustamente impegnati a garantire un apporto economico alla famiglia, le mamme che rientrano a lavoro dopo una gravidanza si vedono spesso ridurre gli orari, lo stipendio, le mansioni, in un crescendo di mobbing indecoroso. Il figlio, a questo punto, viene spesso percepito come un ostacolo alla propria felicità, come un nemico, con quel che ne può conseguire, e che ben conosciamo.
Prevenire tutto questo sarebbe possibile, semplicemente impiegando diversamente le risorse del Paese, in modo da garantire, sin dall’inizio, alle nuove generazioni, di essere accolte e cresciute così da poter diventare il futuro del Paese stesso; i supporti alla famiglia dovrebbero essere accessibili a tutte le famiglie, con un percorso preventivo di sostegno alla maternità garantito dalle Aziende Sanitarie Locali, che preveda la presenza di personale debitamente preparato a consigliare le mamme nella gravidanza, per il parto e l’allattamento, un sostegno psicologico gratuito e costante nel primo anno di vita del bambino, la presenza di gruppi di auto-sostegno e di confronto per le mamme e le loro famiglie, per i neo papà, spesso caricati di responsabilità che non si sentono in grado di affrontare.
In seguito, garantendo orari flessibili per il primo periodo di rientro sul posto di lavoro, mansioni adeguate ai nuovi ritmi, almeno per i primi 6 mesi dal rientro, nidi aziendali o sostegno economico nel pagamento di quelli privati, una rete sociale e amicale forte per la nuova famiglia.
Nazioni come la Svezia, la Finlandia, la Germania e l’Inghilterra, che garantiscono tutto questo, annoverano pochissimi casi di infanticidi, e una bassissima incidenza di depressione post parto, e le due cose sembrerebbero essere strettamente connesse.
Il pensiero conseguente è inutile da precisare… .
Prevenire si può…si deve.

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