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Azienda e Organizzazione

La Mafia in America

La presenza della mafia in America è riconducibile ad un episodio passato alla storia. Nel 1890 la lotta fra due pericolosissime “famiglie” di immigrati siciliani a New Orleans, i Matranga e i Provenzano, si era conclusa con violenze a catena culminate con l’uccisione del capo della polizia Hennessey. Una folla inferocita si ribellò, prelevò dal carcere giudiziario decine e decine di italiani linciandoli e uccidendone undici.
Questa carneficina costituisce una pietra miliare nella storia della presenza siciliana oltreoceano. L’America avverte il pericolo della mafia e prova a difendersi senza successo dall’organizzazione mafiosa indicata a New York come la Mano Nera, che successivamente si congiunse nell’Unione Siciliana, un’associazione etnica con quarantamila iscritti, divisi in trentotto logge, spesso usata come copertura di loschi affari.
Estorsioni, furti, intermediazioni parassitarie e traffici clandestini costituivano le principali attività di gruppi mafiosi che, però, colpivano soprattutto la popolazione italo- americana. Infatti quando l’assessore alla polizia Bingham decise di combattere la Mano Nera, formando una squadra speciale furono molti gli italo- americani di origine siciliana ad autotassarsi per sostenere l’iniziativa. Bingham affidò la guida di questa squadra speciale, proprio a un poliziotto di origine italiana, il tenente Joe Petrosino, che purtroppo sarebbe poi stato ucciso. Petrosino riuscì a rispedire in Italia circa cinquecento criminali.
Fra i nemici di Petrosino c’era il mafioso che probabilmente lo assassinò, Vito Cascio Ferro: un arrivista sensibilissimo alla politica e al potere. Nel 1898 restò coinvolto in un sequestro, ma al processo la fece franca ed emigrò nel 1901 a New York. Ad attenderlo molti “amici” che, con il suo aiuto, realizzarono il salto di qualità della Mano Nera, trasferendosi dai poveri incroci di Little Italy verso i quartieri alti della città, da passare al setaccio per imporre il pizzo, bottega per bottega.
Sulla sua strada nel 1904 comparve Petrosino che lo costrinse a lasciare New York. Tornato in Sicilia, divenne il capomafia più potente, governando da Palermo a Sciacca, da Corleone a Camporeale, su vastissimi territori ed esercitando la professione di protettore di grandi feudatari e di qualche deputato. Nel 1925 però arrivò il prefetto Mori e fece giustizia, incastrandolo per venti omicidi. Vito Cascio Ferro fu condannato all’ergastolo e a nove anni di cella d’isolamento1.
Tornando al 1915, l’anno dell’entrata in guerra dell’Italia, furono in tanti a prendere posto sulle navi, che continuavano a trasportare più o meno legalmente migliaia di Siciliani. Ma dal 1904 per partire occorreva il passaporto, che non veniva rilasciato qualora vi fossero condanne penali. Da ciò la necessità per i pregiudicati di appoggiarsi alle “famiglie” d’oltreoceano, che potevano assicurare solidarietà.
Gli anni Venti in America sono gli anni del proibizionismo, ma anche di un gigantesco affare economico, che ha una sua proiezione nell’edilizia con la costruzione di altissimi grattacieli, a partire dall’Empire State Building, realizzato fra gli altri anche da John Raskob. Costui era uno spregiudicato appaltatore che, tramite Frank Costello presentò a Lucky Luciano il governatore Al Smith, candidato alla Casa Bianca, pronto a promettere favori in cambio di voti.
Questa è la dimensione del rapporto mafia-politica, che i boss di origine siciliana fanno propria negli anni del boom economico americano. Ricatti, estorsioni, gioco d’azzardo e prostituzione, sequestri e protezioni sono le attività principali, che si completano con un particolare aggancio alla vita politica.
A Manhattan intanto primeggia la figura di Lucky Luciano che, nel 1907, può contare su duecento uomini fidati. Sono gli anni d’oro della mafia.
Il proibizionismo fu la miniera di questa autentica istituzione a delinquere, che aumentò la sua potenza, passando dall’organizzazione ancora familiare della Mano Nera a quella manageriale e gangsteristica di Cosa Nostra.
Nel 1914 ci fu l’approvazione delle leggi contro i narcotici; si aprirono così le porte del mercato illegale con migliaia di Americani, disposti a pagare dieci volte più di prima quel che non potevano più avere. Fu proprio la mafia ad individuare per prima il business. Il 16 gennaio 1919 venne ratificato il diciottesimo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che sanciva il divieto di produzione, vendita e trasporto di birra e bevande alcoliche. Gli Americani però non smisero di bere e ripiegarono sul mercato nero, arricchendo così sempre più i mafiosi più intraprendenti2.
Il contrabbando di liquori creò e spaccò alleanze a Little Italy: infatti alcune famiglie entrarono in società con il re dei contrabbandieri irlandesi, un certo Big Bill Dwyer.
Fra i Siciliani più in vista c’era Francesco Castiglia, che si faceva chiamare Frank Costello. Fu lui ad instaurare amicizie in ambienti altolocati.
Joe Adonis si proiettò nel racket, estendendo il suo territorio da Brooklyn a Manhattan e Fort Lee, nel New Jersey. Un suo punto di riferimento fu Francesco Scalise, detto Frank Cheech, che a sua volta scoprì un altro mafioso di rango, Carlo Gambino, il futuro boss dei boss. Anche Lucky Luciano fece il talent scout, scovando un teppista svelto di pistola, Vito Genovese. Al gruppo si aggiunse un altro fedelissimo di Luciano, Albert Anastasia. Questa era la squadra di Little Italy, lanciata alla conquista dell’America.
Il proibizionismo fu la grande occasione della mafia, ma il commercio clandestino di alcolici si rivelò un profitto economico limitato nel tempo. Invece stava mettendo profonde radici un altro business, destinato a sviluppi devastanti per l’economia e la vita sociale e civile nel mondo, il business della droga.
La carriera di Lucky Luciano cominciò proprio con questo tipo di traffico. Emigrato a nove anni in America, nel giugno 1916, ad appena diciannove anni, consegnava droga in giro per Manhattan, ma fu scoperto e arrestato, e scontò così la sua prima condanna a un anno.
I suoi successi criminali si registrarono nelle file di Giuseppe Masseria, Joe the Boss, in lotta con Salvatore Maranzano. Luciano raggiunse un primato incontrastato anche se ufficialmente non fu mai il capo dei capi, neanche quando li uccise entrambi. Luciano ristrutturò totalmente l’organizzazione e nominò un consigliere per ogni famiglia, in modo da creare una rete capillare intercomunicante. Nacque così la nervatura di Cosa Nostra, articolata sui capifamiglia.
Gioco, droga, prostituzione e delitti sono le cause della condanna a trent’anni di reclusione che Lucky Luciano non scontò mai, perché nel 1942 offrì i propri servizi al controspionaggio e nel 1945 ottenne la libertà condizionata grazie alla sua collaborazione per la liberazione dell’Italia dal fascismo3.
Spostandoci da New York a Chicago, troviamo un altro italiano famoso, Alphonse Capone, detto Al. La carriera di questo teppista irascibile e sanguinario, prototipo del gangster poi reso famoso da cronaca, cinema e romanzi, cominciò come buttafuori in uno dei bar di Frankie Yale a Manhattan. Tornato a Chicago diventò il braccio destro di Johnny Torrio.
Gessati, anelli con brillanti e grossi sigari, di Al Capone prevale l’immagine dei massacri consegnati alla storia di Chicago su tutti la strage del 1929 nella notte di San Valentino. Al Capone fu anche un uomo d’affari: infatti creò una nuova rete di scommesse in collaborazione con una società di telefonia. Per diventare un manager finanziario del crimine però, aveva allagato le strade di sangue e qualcosa doveva pagare. Capone fu convinto così da Torrio e da Luciano a farsi arrestare anche per un breve periodo per sedare l’opinione pubblica. Si consegnò così a due agenti fidati che lo arrestarono per possesso d’arma da fuoco, la condanna fu di qualche mese. Luciano nel frattempo aveva già pensato ad una organizzazione comune. Puntò ad una alleanza operativa tra le famiglie di maggior peso, nacque così il Gruppo dei Sette: Lansky e Siegel uniti nella banda Bug e Meyer per New York e New Jersey; Joe Adonis su Brooklyn; Longie Zwillman e Willie Moretti per Long Island e New Jersey settentrionale; Bitz, Gordon e Rosen di Philadelphia; King Solomon di Boston; Nicky Johnson di Atlantic City e infine Torrio e lo stesso Luciano.
Questa struttura accumulò una potenza economica tale da reggere addirittura gli effetti della grande crisi del 1929. La depressione si concentrò sui patrimoni e sulle speranze di un popolo. Furono colpiti naturalmente anche il contrabbando di alcolici, il racket e tutte le altre attività illecite della mafia, ma tutti si misero a giocare al lotto i loro centesimi rimasti e tanti ebbero bisogno di dollari prestati a usura. L’usura è una delle attività che resisteva nell’economia illegale. La mafia continuò a guadagnare ma si doveva ormai preparare a grandi trasformazioni, la prima delle quali era l’abolizione del proibizionismo. Con la fine di questa attività illecita si rafforza un’altra, il traffico di droga.
Sulle strade il vero pericolo non era solo la polizia, spesso corrotta, ma bisognava porre attenzione alle imboscate e ai furti organizzati da bande rivali. Questa guerra fra clan trasforma città come Chicago in un mattatoio: infatti Al Capone si impose coi mitra. Gli Americani tentarono di affrontare questo problema, mobilitando le prime task force proprio contro la criminalità organizzata, Cominciava l’era degli agenti speciali, incaricati a individuare personaggi feroci come Albert Anastasia. Questo mafioso, giunto al vertice di quella che divenne la “famiglia” Gambino, era stato per un primo periodo il braccio destro di Lucky Luciano. Era talmente feroce e senza scrupoli che la stessa mafia lo fece fuori, precisamente Vito Genovese4.
La decisione di don Vito comunque passò al vaglio dei padrini riuniti dall’altra parte dell’oceano, nelle stanze dell’Hotel des Palmes di Palermo, il santuario degli intrighi internazionali scelto per una sorta di singolare congresso che ha fatto storia. Alcuni di questi uomini avevano avuto un ruolo fondamentale nella liberazione dell’Italia dal fascismo, partecipando attivamente con l’esercito americano e preparando lo sbarco delle truppe alleate avvenuto il 10 luglio 1943 in Sicilia.
Liberare la Sicilia fu semplicissimo, anche perché alcuni italo- americani ben inseriti nei circuiti mafiosi erano stati utilizzati per costruire un’intesa con personaggi come don Calogero Vizzini. In cambio della collaborazione offerta agli Alleati, molti certificati penali furono ripuliti e nel Trattato di Pace siglato nel 1946 lo Stato italiano si impegnò a non perseguire i cittadini italiani che avevano collaborato con le forze schierate contro il fascismo. Fra loro c’erano circa mille mafiosi.
Prezioso collaboratore del comando alleato, in ottimi rapporti con Charles Poletti, fu Vito Genovese, il mafioso nato vicino a Napoli e cresciuto a Little Italy. La sua carriera si sviluppò a Manhattan, dove estese la sua potenza dopo la scomparsa di Luciano. In questo personaggio è racchiusa la storia dei rapporti tra mafia e potere.
Con l’allontanarsi di Genovese dagli Usa si sviluppò il potere di Frank Costello, un altro boss che, pur essendo esperto di bische e sale da corsa, frequentava e usava la politica. Ma si scatenò una guerra per la supremazia e Costello fu ucciso. Genovese puntò quindi all’investitura finale durante uno dei soliti “congressi” della mafia, senza però prevedere che stava per avvenire qualcosa di eccezionale con la comparsa del primo grande pentito disposto a testimoniare davanti a giudici e commissioni, Joseph Valachi. Anche don Vito venne arrestato e condannato a quindici anni, e proprio in un carcere diede l’ordine di uccidere Valachi5.
Il massacro della prima metà degli anni Cinquanta lacerò Cosa Nostra al punto da rendere indispensabile un chiarimento e un accordo internazionale su assetti e strategie. Una necessità avvertita sia dalla mafia americana che da quella siciliana, e per questo si svolsero due singolari “congressi”. Il primo si svolse a Palermo presso l’Hotel des Palmes, dove dall’America arrivarono Giuseppe Bonanno, Carmine Galante, Giovanni Bonventre, Joe Di Bella e Santo Sorge. Fece gli onori di casa Giuseppe Genco Russo che si presentò con Salvatore Greco. In quei giorni si decise come distribuire gli affari di Cosa Nostra, “famiglia” per “famiglia”.
Dieci giorni dopo ad Apalachin, una cittadina dello stato di New York, nella villa di Joseph Barbara, si svolse il secondo congresso. Era il 14 novembre 1957: una data che la mafia, se potesse, cancellerebbe dalla sua storia. Quella sera infatti uno scrupoloso sergente, insospettito dalle troppe berline blu con targhe di città lontane, pensò di piazzare una pattuglia vicino alla villa per un controllo di routine ai documenti. Si sparse la voce e i grandi capimafia tentarono di scappare. Una volta presi, però, non fu possibile di incriminarne molti, perché in tribunale mancò la prova che fossero riuniti per un summit6.
Il 1957 è quindi l’anno in cui Cosa Nostra affida alla mafia siciliana il ramo dell’importazione e della distribuzione dell’eroina negli Stati Uniti. Arresti a catena, controlli fitti, misure sempre più restrittive avevano caratterizzato la prima metà degli anni Cinquanta dopo le rivelazioni di Joe Valachi e l’istituzione della commissione presieduta dal senatore Estes Kefauver. I protagonisti di delitti e massacri erano Al Capone, Frank Costello e Lucky Luciano.
Con la testimonianza di Valachi si era appurato che il traffico internazionale di droga passava dalla Sicilia e che uno dei personaggi più coinvolti nel traffico era Frank Coppola, che diventò l’ambasciatore di Cosa Nostra all’interno dei Palazzi romani, allacciando stretti rapporti con diversi ambienti politici.
Dopo lo scandalo dell’assunzione del mafioso Natale Rimi alla Regione Lazio, il suo telefono fu messo sotto controllo ed emersero colloqui, che rivelavano scottanti particolari sulla fuga di Luciano Liggio e sugli appalti da ottenere, coinvolgendo politici e funzionari dei ministeri interessati. Frank Coppola, considerato l’erede di Lucky Luciano e uno dei protettori di Luciano Liggio, venne arrestato il 2 agosto 1965 insieme ad altri capimafia, ma la Cassazione lo prosciolse con formula piena il primo ottobre 1971. Ma ventotto giorni dopo scattò un grande blitz, passato alla cronaca come “la notte delle manette”. Molte le fece scattare Carlo Alberto Dalla Chiesa e Coppola tornò dentro7.
Il rapporto fra Cosa Nostra americana e mafia siciliana assume una dimensione ancora più importante nei primi mesi del 1992, quando in America viene condannato all’ergastolo John Gotti.
Gotti, oltre ad essere il capo della “famiglia” Gambino, aveva guidato Cosa Nostra come “capo dei capi” dal 1985, quando fece uccidere Paul Castellano. Come Al Capone sessant’anni prima, Gotti rimase a lungo impermeabile alla legge.
NOTE
1Cfr. Pantaleone, M (1966) Mafia e droga, Torino, Einaudi.
2Cfr. Kefauver, E (1953) Il gangsterismo in America, Torino, Einaudi.
3Cfr. Cecchini, L (1966) I grandi gangster e la mafia negli USA, Milano, De Vecchi.
4Cfr. Gage, N (1973) Addio mafia, Milano, Longanesi & C.
5Cfr. Cecchini, L (1966) op.cit.
6Cfr. Gage, N (1973) op.cit.
7Cfr. Gage, N (1973) op.cit.

Antonio Marchionna

Antonio Marchionna