Due tempi diversi
La distinzione da cui parte tutto è stata formulata da Oliver Sacks: esiste il tempo ordinario e quello che viviamo interiormente, e non coincidono.
William James descriveva come alcune sostanze producano un’espansione della prospettiva temporale: si pronuncia una frase e prima di concluderla l’inizio sembra appartenere a un passato remoto.
Come percepiamo la durata
Riusciamo a organizzare pensieri e idee in un momento psicologico unitario, selezionando eventi del mondo fisico e rappresentandoceli come ordinati e fluenti in una direzione.
La durata dei fenomeni viene percepita come un intero. Ed è per questo che una nota sbagliata in un brano musicale sorprende, e che una frase interrotta lascia un senso di incompletezza: la coscienza comporta anticipazione.
Non abbiamo esperienza diretta di ciò che non è ancora accaduto, eppure ricordi e percezioni sono rivolti in avanti: la direzione fondamentale della coscienza, secondo Husserl, è verso il futuro.
Il tempo nel corpo
La dimensione temporale non è solo mentale: è iscritta nel corpo, e la neurologia lo descrive con un vocabolario costruito sulla velocità.
Si parla di bradicinesia per il rallentamento motorio, di acinesia per il blocco, di tachicinesia per l’accelerazione; e analogamente di bradifrenia o tachifrenia per il pensiero.
Nelle persone con malattia di Parkinson il tempo personale e quello dell’orologio possono divergere: i movimenti vengono percepiti come normali finché non ci si accorge di quanto realmente richiedano.
All’estremo opposto, alcune condizioni caratterizzate da tic e compulsioni possono associarsi a una velocità di reazione tale da rendere possibili prestazioni motorie eccezionali.
Il linguaggio e la nascita della successione
Il passaggio decisivo avviene quando un suono, di per sé arbitrario, arriva a rappresentare una cosa o un evento.
Alcune parole conservano tracce di rumori naturali: le radici legate allo scorrere dell’acqua ricorrono in molte lingue con forme simili.
Accumulato un lessico sufficiente, la coscienza si amplia: si creano associazioni per metafora, e le metafore iniziali si trasformano in categorie più precise di esperienza.
Da lì derivano il racconto e un senso più esteso della successione temporale. Come osserva Edelman, la coscienza umana rende possibile mettere in relazione un sé costruito socialmente con un passato ricordato e un futuro immaginato: è così che si costruisce l’illusione di un punto presente che si muove dal passato verso il futuro.
Il caso di David
La descrizione clinica riportata da Damasio è il centro dell’articolo.
David entra nello studio del medico, si salutano, bevono un caffè. Chi osservasse la scena dall’esterno non noterebbe nulla di insolito.
Ma alla domanda su chi sia il suo interlocutore risponde con un nome inventato. Non sa chi ha di fronte, non ricorda di averlo già visto, non conosce il nome di chi lo ha in cura da vent’anni. Non sa che ore siano, il giorno, il mese, né dove si trovi.
Cosa resta
Finché il contenuto resta generico, però, David se la cava perfettamente: sceglie bene le parole, la prosodia è adeguata alla situazione, è attento, riesce persino a giocare a dama. Cerca la sedia per sedersi, il cibo per nutrirsi. Espressione del volto, gesti e postura sono esattamente quelli appropriati.
Il tempo a disposizione per formulare un pensiero e ricordarlo è però inferiore al minuto. Un’encefalite che ha distrutto entrambi i lobi temporali gli ha cancellato i fatti appresi fino ai quarantasei anni, e gli impedisce di apprenderne di nuovi.
Cosa manca
Conserva un senso di sé, una coscienza, un flusso di immagini. Ma tutto resta sulle generali, privo di contenuti specifici, e quindi privo della provenienza del significato o del sentimento associato a un evento.
Ogni evento è senza passato e senza futuro.
David funziona bene nel qui e ora: può considerare insieme colore, forma e dimensioni di un oggetto. Ma non può programmare, perché programmare richiede di manipolare immagini specifiche del passato.
La conclusione è la formulazione più densa del testo: la memoria fornisce il quadro entro cui le nostre esperienze acquistano senso. David ha perso la memoria, quindi ha perso il senso del tempo, e con esso ha perso sé stesso.
A cosa serve il senso del tempo
Se esiste in noi e negli animali, significa che è stato selezionato tra le cose utili alla sopravvivenza.
Gli oggetti non vengono percepiti solo nell’istante per poi scomparire: continuano a esistere dopo che ce ne siamo occupati. Sapere che una situazione passata potrebbe ripresentarsi è utile, l’esempio riportato è quello di un cavallo che, spaventato una volta da un rumore in un punto del sentiero, da allora devia sempre in quel punto.
Il momento presente serve a organizzare la vita attorno a uno snodo. Vista, udito, tatto, gusto, ricordo, percezione e attenzione ruotano tutti attorno a quel punto, che funziona come un orario condiviso tra i sistemi.
Solo così possiamo distribuire gli eventi nel tempo, distinguere inizio e fine, marcare cause ed effetti. Serve a creare una prospettiva individuale: quella che a un albero non occorre, e che infatti resta congelato in un eterno presente.
Collocare il mondo
Se togli un giocattolo a un bambino piccolo, dirgli che glielo restituirai più tardi non serve: piange perché non sa ancora collocare le cose nel tempo, capacità che matura verso i tre anni. Non sa aspettare.
Un mondo privo di collocazione temporale sarebbe indecifrabile. È ciò che accade nel sogno, dove ci si muove senza riferimenti stabili.
Nella veglia invece permane un punto attorno al quale la vita scorre: come un arcobaleno su una cascata, che mantiene le proprie qualità mentre l’acqua lo attraversa.
Il nostro tempo è insieme soggettivo e oggettivo: lo avvertiamo dentro come privato e variabile, fuori come pubblico e misurabile. E resta indescrivibile: come osservava Agostino, lo sappiamo finché nessuno ce lo chiede.
Velocità variabili
L’ultima sezione elenca le distorsioni ordinarie: nella sala d’attesa il tempo non passa, davanti a un’attività assorbente vola. Le giornate degli adulti sono rapide, quelle dei bambini lente. In luoghi nuovi rallenta, nella routine una settimana passa come un giorno.
Anche sostanze e stati fisiologici lo modificano, in direzioni diverse.
Il paradosso finale è che non siamo mai in contatto immediato né con il presente, che scivola via, né con il futuro. E che nei processi mentali non consapevoli il tempo, semplicemente, non esiste: il suo trascorrere può non modificarli affatto.
La conclusione è che il tempo serva a rendere presente questo momento (noi e il mondo insieme) dandoci direzione, proiezione, scopo. Con l’osservazione che chiude il testo, e che vale come sintesi: non è il tempo a passare, siamo noi ad andarcene.
Domande frequenti
Perché la coscienza comporta anticipazione?
Perché percepiamo la durata come un intero: una nota stonata sorprende e una frase interrotta lascia incompletezza, segno che ricordi e percezioni sono orientati in avanti anche senza esperienza diretta del futuro.
Cosa mostra il caso di David?
Che si può conservare coscienza, linguaggio e comportamento adeguato pur avendo perso il tempo interiore. Ciò che manca è la possibilità di programmare, perché richiede di manipolare immagini specifiche del passato.
A cosa serve evolutivamente il senso del tempo?
A sapere che gli oggetti e le situazioni continuano a esistere e possono ripresentarsi, a distinguere cause ed effetti e a organizzare l’azione attorno a un riferimento condiviso tra i sistemi percettivi.
Perché un bambino piccolo non sa aspettare?
Perché la capacità di collocare le cose nel tempo matura verso i tre anni. Prima, dire che qualcosa arriverà più tardi non ha significato utilizzabile.