Quanto poco serve per dividere
Gli esperimenti su questo punto sono fra i più istruttivi della psicologia sociale.
Persone assegnate a gruppi in base a criteri dichiaratamente arbitrari (la preferenza per un pittore, il lancio di una moneta) cominciano ad assegnare più risorse ai membri del proprio gruppo, pur non conoscendoli e senza alcun vantaggio personale.
Il fenomeno non richiede storia, conflitto di interessi o competizione: basta la categorizzazione.
Un dettaglio significativo: la tendenza prevalente non è danneggiare l’altro gruppo ma favorire il proprio. Gran parte della disuguaglianza non nasce dall’ostilità ma dalla distribuzione preferenziale dell’aiuto, che è più difficile da riconoscere come discriminazione.
Cosa produce l’ostilità vera
Per passare dal favoritismo all’ostilità servono altri ingredienti, anch’essi individuati.
La competizione per risorse percepite come limitate, reale o presunta.
La minaccia all’identità, cioè la percezione che l’altro gruppo metta in discussione i valori o il posto del proprio.
E la disumanizzazione, che riduce l’inibizione all’aggressione: già discussa altrove, e che è l’ultimo passaggio, non il primo.
Cosa la riduce
Il risultato più solido resta il contatto, con le sue quattro condizioni: status paritario nella situazione, obiettivo comune, cooperazione, sostegno del contesto.
Ma le ricerche successive hanno aggiunto elementi utili a chi non può organizzare incontri diretti.
Il contatto esteso: sapere che una persona del proprio gruppo ha un’amicizia con qualcuno dell’altro riduce il pregiudizio, anche senza contatto personale. È un’informazione utile per i contesti in cui i gruppi sono separati.
Il contatto immaginato: immaginare in modo dettagliato un’interazione positiva produce effetti piccoli ma misurati, soprattutto come preparazione a un incontro reale.
E il contatto attraverso narrazioni, con personaggi appartenenti all’altro gruppo, che funziona per la stessa ragione per cui le storie modificano gli atteggiamenti più delle argomentazioni: non attivano difesa.
Il ruolo delle norme
Un elemento spesso decisivo e poco considerato.
Ciò che le persone ritengono che il proprio gruppo pensi incide sul loro comportamento più delle convinzioni personali.
Ne segue che rendere visibile una norma inclusiva (mostrare che la maggioranza non condivide un pregiudizio, quando è vero) produce effetti misurabili.
E il rovescio: comunicare quanto un pregiudizio sia diffuso lo rafforza, per lo stesso meccanismo già visto nelle campagne sanitarie.
Un’avvertenza
Va aggiunta perché riguarda i limiti di questo approccio.
Il contatto riduce il pregiudizio ma può ridurre anche la disponibilità ad agire per il cambiamento nei gruppi svantaggiati: relazioni positive con membri del gruppo dominante attenuano la percezione dell’ingiustizia.
È un effetto documentato e scomodo, che suggerisce una precisazione: migliorare le relazioni fra gruppi non equivale a ridurre le disuguaglianze fra gruppi, e i due obiettivi possono entrare in tensione.
La convivenza, in altre parole, è una condizione desiderabile e non un sostituto delle misure che rimuovono le disparità.
Domande frequenti
Cosa serve perché nasca un pregiudizio?
Molto poco: la semplice assegnazione a gruppi in base a criteri arbitrari produce favoritismo verso i propri, senza storia né competizione.
La forma prevalente è l’ostilità?
No, è il favoritismo verso il proprio gruppo. Gran parte della disuguaglianza nasce dalla distribuzione preferenziale dell’aiuto, più difficile da riconoscere.
Cosa fare quando i gruppi non si incontrano?
Funzionano il contatto esteso (sapere che qualcuno dei propri ha un’amicizia nell’altro gruppo) quello immaginato e le narrazioni con personaggi dell’altro gruppo.
Comunicare quanto un pregiudizio sia diffuso aiuta?
No, lo rafforza: le norme percepite orientano il comportamento. Conviene rendere visibile che la maggioranza non lo condivide, quando è vero.