Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Il Litigio Costruttivo: essere Padroni di Se Stessi

Non è il litigio a essere un problema: è il litigio gestito male. La distinzione sembra ovvia, ma cambia completamente il modo di affrontare un disaccordo, perché sposta la domanda da «come evitarlo» a «come farlo bene». Precisazione necessaria: quanto segue riguarda i normali disaccordi tra persone in posizione di sostanziale parità. Non si applica […]

Psicolab — Il Litigio Costruttivo: essere Padroni di Se Stessi
Non è il litigio a essere un problema: è il litigio gestito male. La distinzione sembra ovvia, ma cambia completamente il modo di affrontare un disaccordo, perché sposta la domanda da «come evitarlo» a «come farlo bene».
Precisazione necessaria: quanto segue riguarda i normali disaccordi tra persone in posizione di sostanziale parità. Non si applica a relazioni violente, prevaricanti o abusanti, dove non c’è nulla da negoziare e la priorità è la sicurezza: in quei casi il riferimento è il 1522 (antiviolenza e stalking), il 112 in emergenza, o i servizi del territorio. Articolo a finalità divulgative.

Perché si litiga

Ogni relazione umana comprende punti in comune e accordi, ma anche disaccordi e divergenze.

Il motivo di fondo è che ciascuno ha un proprio modo di osservare e rappresentare la realtà: una propria mappa. Il problema nasce quando applichiamo unicamente i nostri schemi senza fare nulla per entrare in quella dell’altro.

E qui l’autrice compie un’operazione utile: invece di trattare il conflitto come un incidente da evitare, lo considera un elemento necessario.

Il conflitto come motore

Il richiamo è a Erik Erikson, per il quale il conflitto rappresenta un elemento essenziale dello sviluppo psichico: è attraverso la sfida che ne nasce che l’individuo acquisisce la forza per passare allo stadio successivo.

Litigare significa poter aprire un confronto, cioè offrire a sé e all’altro un’occasione di crescita: a condizione che il conflitto sia costruttivo.

Va segnalato, per correttezza, che l’etimologia proposta nel testo: confligere come «incontrare qualcuno»: è una forzatura: il verbo latino significa propriamente scontrarsi, urtare. L’osservazione resta valida come immagine, non come dato linguistico.

Le due modalità

Il primo passo è distinguere tra due modi di litigare.

Il litigio distruttivo

Ho in testa solo il mio schema e voglio vincere a ogni costo: l’altro deve perdere. È una logica delle posizioni, in cui solo le mie ragioni, idee e soluzioni sono considerate valide.

Gli esiti sono prevedibili: deterioramento della relazione, attacchi personali, messa sulla difensiva dell’altro, ricerca del solo interesse individuale e assenza di qualunque obiettivo comune.

Il litigio costruttivo

È presente la consapevolezza che il disaccordo sia naturale, e anzi che il contributo dell’altro possa allargare le proprie vedute o stimolare idee nuove.

Non ci sono vincitori né perdenti, perché i punti di vista si esprimono concentrandosi sul contenuto della discussione e non su fattori estranei: pregiudizi, critiche alla persona. È una logica degli interessi, che guarda ai benefici comuni.

La differenza operativa tra le due, in pratica, sta tutta in una domanda: sto cercando di avere ragione o di risolvere un problema?

I passi successivi

Il confronto: parlare di fatti

Esprimersi in modo aperto e assertivo, descrivendo il contrasto con riferimento a una situazione concreta.

Il criterio è netto: parlare di fatti, divergenze di opinione e contenuti (restare sul problema) e non formulare giudizi sulla persona («non sopporto il tuo modo di vestire», «sei peggio di tua madre»).

La ragione è che un attacco alla persona non è discutibile: non offre alcuna mossa se non la difesa.

L’obiettivo: tre livelli

Occorre avere chiaro cosa si sta cercando, su tre piani:

  • il mio obiettivo: cosa voglio ottenere;
  • il tuo obiettivo: interrogare l’altro sui motivi del suo comportamento, ascoltare con attenzione, porre domande;
  • il nostro obiettivo: cosa vogliamo insieme.

Il secondo livello è quello che salta più spesso, ed è quello che determina l’esito: chiedere all’altro perché si comporta così presuppone di ammettere che una ragione esista.

Lo stato emotivo

Gestire le emozioni significa impedire che interferiscano distruttivamente, e passa per due operazioni precise: distinguere tra sentimenti e pensieri, e non attribuire all’altro la responsabilità di ciò che si prova.

La padronanza di sé qui descritta comprende autocontrollo, fiducia in sé e negli altri, assunzione di responsabilità, flessibilità di fronte al cambiamento, tolleranza al dubbio, capacità di mediazione, pazienza.

Generare opzioni

Passare in rassegna idee diverse comunicando in modo da ascoltare ed essere ascoltati, prendendo atto che l’interpretazione iniziale (spesso data per scontata) non è l’unica possibile.

Il principio richiamato è che un conflitto si risolve a un livello di pensiero diverso da quello che lo ha creato. Si valutano quindi le opzioni e si sceglie la più praticabile, definendo un accordo concreto: quale e entro quando.

L’immagine usata è efficace: un bicchiere non serve solo per bere, può essere un vaso, un portacandele. La funzione che attribuiamo a una cosa non è l’unica disponibile.

Le strategie che non funzionano

L’elenco è utile perché riconoscibile:

  • allearsi contro qualcuno o lasciarsi influenzare da terzi;
  • sminuire, accusare, minacciare;
  • andare in escandescenze;
  • tacere covando rancore, oppure bloccarsi;
  • tirare a indovinare o dare le cose per scontate;
  • dire di sì pensando di no;
  • ignorare i messaggi;
  • convincersi che non esistano soluzioni.

Hanno tutte un tratto comune: non considerano l’esistenza dell’altro come interlocutore.

Una precisazione sul finale

Il testo si chiude citando l’idea, molto diffusa, che la parola cinese per conflitto sarebbe composta dai caratteri di «pericolo» e «opportunità».

È bene sapere che si tratta di un equivoco linguistico ben documentato: il secondo carattere non significa opportunità ma indica piuttosto un punto critico o un momento decisivo.

Il che, curiosamente, rende l’immagine ancora più appropriata. Un conflitto non è di per sé un’occasione: è un punto di svolta, e cosa diventi dipende da come viene attraversato.

Domande frequenti

Litigare è sempre negativo?

No. Il problema non è il conflitto ma la sua gestione. Il disaccordo è naturale e può ampliare la comprensione, purché ci si concentri sui contenuti e non sulla persona.

Qual è la differenza tra litigio distruttivo e costruttivo?

Il primo segue una logica delle posizioni: si punta a vincere e l’altro deve perdere. Il secondo segue una logica degli interessi: ci si concentra sul contenuto e si cercano benefici comuni, senza vincitori né perdenti.

Come si evita che una discussione degeneri?

Restando sui fatti e sulle divergenze concrete anziché formulare giudizi sulla persona: un attacco personale non è discutibile, non lascia altra mossa che la difesa.

Queste indicazioni valgono in ogni situazione?

No. Presuppongono una sostanziale parità tra le parti e non si applicano a relazioni violente o prevaricanti, dove la priorità è la sicurezza e il riferimento sono il 1522 o il 112.

Il conflitto non è un incidente ma un elemento dello sviluppo: ciò che fa la differenza è la modalità. Il litigio distruttivo segue una logica delle posizioni, dove si punta a vincere e l’altro deve perdere; quello costruttivo una logica degli interessi, concentrata sui contenuti e sui benefici comuni. In pratica tutto si riduce a una domanda: sto cercando di avere ragione o di risolvere un problema? Gli strumenti sono restare sui fatti anziché giudicare la persona, distinguere i tre obiettivi in gioco (il mio, il tuo, il nostro) non attribuire all’altro la responsabilità di ciò che si prova, e chiudere con un accordo concreto che dica cosa ed entro quando.
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