Il sogno come dono
Se i sogni sono, come sosteneva Freud, la via privilegiata verso l’inconscio, allora lavorare sui sogni può aprire una porta verso una dimensione prima temuta e poi sempre più affascinante. Chi intraprende questo percorso spesso comincia a collezionare con cura i propri sogni e quelli altrui, intuizioni e suggestioni, trattando ogni esperienza onirica come un piccolo dono.
È interessante notare che persino i grandi maestri hanno lavorato sui propri sogni: Freud diceva di doversi accontentare dei sogni “di una persona pressoché normale”, cioè i suoi; Jung analizzava i propri, lamentando di non avere “uno Jung” che glieli interpretasse. Il lavoro sul sogno, insomma, è anzitutto un’esperienza intima e personale.
Il sogno raccontato al presente: la via della Gestalt
Nella pratica gestaltica, il sogno viene raccontato al presente, e non al passato. Il motivo è profondo: ha più senso riviverlo che ricordarlo. Il sogno, del resto, è vissuto in una dimensione atemporale, dove passato, presente e futuro si mescolano arbitrariamente, un aspetto che lo rende tanto affascinante quanto oscuro, perché scardina le nostre categorie abituali di tempo e spazio.
Raccontandolo al presente se ne ricostruiscono scenografia, scene e sceneggiatura: alcune immagini stanno in primo piano, altre sullo sfondo, come in una sequenza teatrale. Che il risultato sia una commedia o una tragedia dipende dalle emozioni che emergono nel “qui e ora” della seduta e nella relazione terapeutica.
Un passaggio caratteristico della Gestalt è l’immedesimazione: il paziente, guidato, si identifica con gli elementi del sogno al punto da dar voce a ciascuno di essi, parlando in prima persona. “Parlare” come se si fosse una stanza, un oggetto, un personaggio del sogno è un’esperienza emotivamente molto intensa.
Il sogno come frammenti di sé: la teoria di Perls
Alla base c’è l’idea del fondatore della Gestalt, Fritz Perls: il sogno è l’insieme delle proiezioni delle parti del sognatore. Ogni elemento del sogno è un frammento della nostra personalità. Poiché il fine di ciascuno è diventare una personalità sana, cioè unificata, il lavoro terapeutico consiste nel mettere insieme questi diversi elementi: riappropriarsi delle parti proiettate e recuperare il potenziale contenuto nel sogno.
E poiché (come insegna la psicologia della Gestalt) l’insieme è più della somma delle sue parti, alla fine del lavoro va colta la gestalt del sogno nella sua interezza. Limitarsi ai singoli elementi, perdendo la globalità e il ruolo che il sogno ha nella fase esistenziale del sognatore, sarebbe frammentario. Perls sosteneva inoltre che i sogni, specie quelli piacevoli, sono spesso situazioni inconcluse che il lavoro può aiutare a “chiudere”.
Un’altra visione: il “mondo infero” di Hillman
Radicalmente diversa è la prospettiva di James Hillman. Per lui è assurdo tradurre il sogno nelle immagini del mondo diurno; semmai si può fare l’operazione inversa: tradurre l’io nel linguaggio del sogno. Hillman nega che le figure che incontriamo nei sogni siano parti di noi o proiezioni: sono immagini, ombre, maschere che svolgono ruoli archetipici, quasi dei “simulacri”.
Convinto che l’interpretazione possa “uccidere” il sogno, Hillman è molto critico verso la pratica gestaltica. Il sogno, per lui, va mantenuto così com’è, nella sua immagine enigmatica. Anzi, invita a rompere il legame con il mondo diurno, a “lasciar crollare o bruciare il ponte” alle nostre spalle per inoltrarci in una dimensione “infera”: il mondo notturno e sotterraneo dell’anima. Due visioni opposte, dunque: da un lato reintegrare il sogno nella vita, dall’altro immergersi nel sogno lasciando la vita diurna.
Verso una terza via
Tra queste due posizioni c’è spazio per una sintesi. Alcuni studiosi ricordano che se la “discesa agli inferi” è una metafora del sogno, esiste anche una meta opposta e altrettanto simbolica: il viaggio verso la beatitudine, verso la luce. Inferno e paradiso, in fondo, sono le due tentazioni estreme dell’essere umano, ed esistono entrambi nell’inconscio così come nella vita reale.
Si può allora pensare al sogno (e alle immagini che “non ci vogliono lasciare”) non come l’altro mondo, ma come un mondo altro: la soglia, lo spazio di confine tra la dimensione diurna e quella notturna. Anzi, come un mondo nuovo, più vasto della somma dei due, proprio come un sé integrato è più ampio della somma delle sue parti. Solo così, forse, si spiega la felicità che proviamo quando intuiamo, tra i due mondi, rimandi reciproci, corrispondenze, “prestiti”.
Come ha scritto Deena Metzger, il sogno è “un processo di creazione artistica universale” che ci rende simili agli dèi, impegnati in un gioco magico attraverso cui ciò che è separato e incompleto viene reso uno. In questa prospettiva, lavorare sui sogni non è né semplicemente decifrarli né semplicemente contemplarli: è entrare in dialogo con la parte più creativa e profonda di noi stessi, e scoprire che il confine tra veglia e sogno è, in realtà, un luogo di incontro.
Domande frequenti
Cos’è il dreamwork?
È il lavoro terapeutico sui sogni. Diverse scuole lo intendono in modi differenti: la Gestalt fa rivivere il sogno al presente e reintegrare le sue parti; altri approcci, come quello di Hillman, preferiscono mantenerlo nella sua immagine enigmatica senza tradurlo nel linguaggio diurno.
Come lavora la Gestalt sui sogni?
Fa raccontare il sogno al presente, per riviverlo anziché ricordarlo, e invita il paziente a immedesimarsi negli elementi del sogno dando loro voce in prima persona. Secondo Perls, ogni elemento è un frammento della personalità da reintegrare, per arrivare a cogliere la “gestalt” del sogno nella sua interezza.
In cosa differisce la visione di Hillman?
Hillman ritiene assurdo tradurre il sogno nelle immagini della veglia e nega che le figure oniriche siano parti di noi: sono immagini archetipiche da non interpretare, per non “ucciderle”. Invita a immergersi nel “mondo infero” del sogno, lasciando alle spalle la dimensione diurna.
Esiste una via intermedia tra le due?
Sì. Si può pensare al sogno come una soglia, uno spazio di confine tra mondo diurno e notturno, o come un mondo nuovo più vasto della somma dei due, così come un sé integrato è più ampio delle sue parti. In questa prospettiva il sogno diventa dialogo con la parte più creativa e profonda di noi.