Psicoterapia e Psicoanalisi

Quattro Domande a Romeo Lucioni

Dopo un episodio di violenza giovanile la domanda ricorrente è come sia possibile che l’abbiano fatto ragazzi «normali». La risposta della psicologia sociale è scomoda: la normalità degli autori non è l’eccezione da spiegare, è il dato di partenza. Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione clinica. Le persone con disturbi mentali sono piu spesso vittime […]

Psicolab — Quattro Domande a Romeo Lucioni
Dopo un episodio di violenza giovanile la domanda ricorrente è come sia possibile che l’abbiano fatto ragazzi «normali». La risposta della psicologia sociale è scomoda: la normalità degli autori non è l’eccezione da spiegare, è il dato di partenza.
Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione clinica. Le persone con disturbi mentali sono piu spesso vittime che autori di violenza. Emergenze: 112. Telefono Azzurro: 19696.

Perché cerchiamo il mostro

La tendenza a spiegare la violenza con una caratteristica interna di chi l’ha commessa è documentata, e ha un nome.

L’errore fondamentale di attribuzione: sovrastimiamo il peso delle disposizioni personali e sottostimiamo quello della situazione, in particolare quando giudichiamo gli altri.

Vi si aggiunge il mondo giusto: la tendenza a credere che a ciascuno accada ciò che merita, che protegge dall’ansia ma produce una conseguenza sgradevole, la responsabilizzazione delle vittime.

E l’essenzialismo: pensare che chi ha commesso un atto grave appartenga a una categoria diversa di persone. È rassicurante, perché stabilisce un confine fra loro e noi.

Va detto il costo di questa rassicurazione: se la violenza è un tratto di alcuni individui, non c’è nulla da fare sui contesti. Ogni misura preventiva diventa inutile per definizione.

Cosa favorisce la violenza di gruppo

Gli episodi che coinvolgono più adolescenti hanno meccanismi identificati.

La diffusione della responsabilità: in gruppo la percezione della propria parte nell’atto si riduce, ed è documentata anche l’inibizione dell’aiuto in presenza di altri.

Il disimpegno morale: le procedure con cui una persona sospende i propri standard senza cambiarli, attribuire la colpa alla vittima, disumanizzarla, presentare l’atto come scherzo, distribuire la responsabilità su tutti. Sono state descritte con precisione e si riconoscono nel linguaggio usato.

Le norme percepite: gli adolescenti sovrastimano quanto i coetanei approvino comportamenti aggressivi, e agiscono su una norma che in realtà non esiste.

Il ruolo degli spettatori, che è il fattore su cui si può intervenire di più: la maggioranza dei presenti disapprova ma non interviene, e il silenzio viene letto da tutti come consenso.

Va aggiunto un elemento specifico dell’età: la presenza di coetanei aumenta il comportamento rischioso negli adolescenti e non negli adulti. È un risultato solido, e spiega perché gli stessi ragazzi si comportino diversamente da soli.

Cosa la ricerca indica sui fattori di rischio

Il quadro è multifattoriale e vale la pena riportarlo senza semplificazioni.

L’esposizione a violenza subita o assistita, che è fra i fattori più consistenti: con una precisazione importante: la maggioranza di chi ha subito violenza non diventa violenta, e presentare la trasmissione come automatica è scorretto oltre che dannoso.

La trascuratezza e l’assenza di supervisione, più dell’eccesso di regole.

L’affiliazione con pari devianti, che è un predittore forte ed è la ragione per cui gli interventi che raggruppano ragazzi problematici possono peggiorare gli esiti anziché migliorarli.

Le condizioni sociali ed economiche del contesto.

Va segnalato ciò che non predice: la maggior parte dei presunti segnali usati per identificare in anticipo i ragazzi pericolosi (musica ascoltata, abbigliamento, videogiochi, interessi) non ha valore predittivo, e il ricorso a queste categorie produce sospetto su moltissimi ragazzi che non faranno mai nulla.

Cosa funziona

  • Gli interventi sugli spettatori, che hanno fra le evidenze migliori: rendere l’intervento possibile e socialmente accettabile cambia gli esiti.
  • La correzione delle norme percepite, che è economica e misurabile.
  • I programmi rivolti alle famiglie e alle competenze genitoriali, con evidenze consistenti sui comportamenti esternalizzanti.
  • Evitare gli interventi che raggruppano ragazzi con problemi simili senza struttura adeguata.
  • E, nel discorso pubblico, evitare il registro del mostro: descrivere condotte e meccanismi, non attribuire nature.

Domande frequenti

Perche cerchiamo una spiegazione nella natura di chi agisce?

Per l’errore fondamentale di attribuzione e per l’essenzialismo, che rassicurano stabilendo un confine fra noi e loro, ma rendono inutile ogni prevenzione.

Cosa favorisce la violenza di gruppo?

La diffusione della responsabilita, il disimpegno morale, le norme percepite erroneamente e il silenzio degli spettatori, letto da tutti come consenso.

Chi ha subito violenza diventa violento?

La maggioranza no. L’esposizione e un fattore di rischio consistente, ma presentare la trasmissione come automatica e scorretto e dannoso.

Si possono riconoscere in anticipo i ragazzi pericolosi?

I segnali comunemente usati (musica, abbigliamento, videogiochi) non hanno valore predittivo e producono sospetto su moltissimi ragazzi.

La normalita di chi commette atti violenti non e l’eccezione da spiegare: e il dato di partenza, e cercare il mostro rassicura al prezzo di rendere inutile la prevenzione. Nella violenza di gruppo agiscono diffusione della responsabilita, disimpegno morale, norme percepite erroneamente e silenzio degli spettatori. I fattori di rischio reali sono contestuali e relazionali, e cio che funziona sono gli interventi sugli spettatori e sulle famiglie.
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Una risposta a “Quattro Domande a Romeo Lucioni”

  1. …..
    Carissimo Romeo, ricordo, nel 2005, ti ho ospitato a casa mia, qualche giorno e sei stato un turbine immenso e nobile, come la tua anima.
    Avevo tanto da dirti.
    Adesso ti dico grazie, anche per quegli attimi, belli nel pensiero di ora, e che non abbiamo potuto vivere.

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