Chi è il fundraiser
Letteralmente «colui che raccoglie fondi». Ma la definizione, presa alla lettera, dice poco della professione reale.
Il fundraiser mette a servizio di una causa un insieme di competenze piuttosto ampio:
- comunicazione;
- pubbliche relazioni;
- analisi;
- management;
- amministrazione;
- etica.
L’obiettivo è reperire le risorse necessarie a un’organizzazione non profit per crescere e perseguire i propri obiettivi.
Perché l’etica compare nell’elenco
L’inserimento non è di facciata, ed è forse l’elemento più interessante della descrizione.
Chi raccoglie fondi lavora su una relazione fiduciaria: chiede a qualcuno di destinare risorse a un obiettivo che non potrà verificare direttamente. Le stesse tecniche che rendono efficace una richiesta (leva emotiva, urgenza, personalizzazione) possono facilmente scivolare nella manipolazione.
Il vincolo etico, in questo mestiere, non è un’aggiunta morale: è ciò che distingue una raccolta fondi da una pressione. Ed è anche una condizione di sostenibilità, perché un donatore che si sente strumentalizzato non torna.
Il percorso formativo
Il master descritto (organizzato a Forlì e diretto dal professor Valerio Melandri, dell’Università di Bologna) era presentato come il primo e unico corso universitario italiano rivolto a chi intende operare nel non profit attraverso la raccolta fondi.
La struttura
L’articolazione riportata prevedeva:
- un anno di studio, distribuito su 16 weekend;
- 70 crediti formativi;
- 250 ore di didattica frontale;
- 400 ore di stage.
La formula concentrata nei fine settimana risponde a un’esigenza precisa: consentire la frequenza a chi lavora già. È un dettaglio organizzativo che dice molto sul pubblico a cui il percorso si rivolgeva, non solo neolaureati, ma anche persone già attive nel settore.
Il dato sull’occupazione
Secondo quanto dichiarato dal direttore, oltre il 95% di chi aveva svolto il master risultava occupato.
Una precisazione di metodo, valida per qualunque dato di questo tipo: i tassi di placement dichiarati dagli enti formatori vanno letti sapendo come sono costruiti, a quale distanza dalla conclusione, con quale tipo di contratto, in quale rapporto con il percorso studiato. Non è un’obiezione a questo caso specifico, ma un criterio generale utile a chi valuta un investimento formativo.
Perché il fundraising conta
Un’osservazione che il testo lascia implicita ma che vale la pena rendere esplicita.
Un’organizzazione non profit può avere una missione impeccabile e competenze eccellenti nel proprio campo, e restare comunque irrilevante se non riesce a sostenersi. La capacità di reperire risorse non è accessoria rispetto alla causa: ne condiziona l’esistenza.
Professionalizzare questa funzione significa quindi riconoscere che la buona volontà non basta, e che il terzo settore richiede competenze gestionali paragonabili a quelle di qualunque altro ambito organizzato.
Domande frequenti
Cosa fa un fundraiser?
Reperisce le risorse necessarie a un’organizzazione non profit combinando competenze di comunicazione, pubbliche relazioni, analisi, management, amministrazione ed etica.
Perché l’etica è una competenza del fundraising?
Perché il lavoro si fonda su una relazione fiduciaria: le stesse tecniche che rendono efficace una richiesta possono scivolare nella manipolazione. Il vincolo etico è ciò che distingue una raccolta fondi da una pressione, ed è anche condizione di sostenibilità.
Come era strutturato il master di Forlì?
Un anno di studio su 16 weekend, 70 crediti formativi, 250 ore di didattica frontale e 400 ore di stage. La formula nei fine settimana consentiva la frequenza anche a chi già lavorava.
Come vanno letti i dati sull’occupazione dei master?
Verificando come sono costruiti: a quale distanza dalla conclusione del corso, con quale tipo di contratto e in che rapporto con il percorso studiato. È un criterio generale utile a valutare qualunque investimento formativo.