La svolta
Il volume di Jay Greenberg e Stephen Mitchell del 1983 riorganizzò il campo psicoanalitico attorno a una distinzione: da una parte i modelli in cui la vita psichica è spiegata a partire dalle pulsioni individuali, dall’altra quelli in cui gli elementi strutturanti sono le relazioni, reali e interiorizzate.
Nel secondo impianto, ciò che si sviluppa non è un apparato pulsionale ma un insieme di configurazioni relazionali: modi appresi di stare con gli altri, che si ripetono anche quando producono sofferenza, perché sono l’unico modello disponibile.
Cosa cambia nella pratica
La conseguenza più visibile riguarda la posizione del terapeuta.
Nel modello classico l’analista è uno schermo neutro: le reazioni del paziente sono proiezioni, e le proprie reazioni un’interferenza da eliminare.
Nella prospettiva relazionale il terapeuta è parte del campo che osserva. Ciò che accade nella stanza è co-costruito, e le reazioni che il paziente suscita nel terapeuta diventano informazione (su come quella persona costruisce i rapporti) anziché disturbo.
Ne deriva una relazione descritta come reciproca ma non paritaria: la distinzione è importante, perché reciprocità non significa simmetria, e la responsabilità di ciò che accade resta interamente del professionista.
Cosa dice la ricerca sui fattori comuni
Questo spostamento ha un riscontro indipendente, che vale la pena riportare perché proviene da un ambito diverso.
Gli studi sull’esito delle psicoterapie indicano che l’alleanza terapeutica (l’accordo su obiettivi e compiti, e il legame fra le persone) è associata in modo consistente all’esito, in tutti gli approcci.
Il dato più informativo riguarda la direzione: l’alleanza misurata nelle prime sedute predice il miglioramento successivo, e non è solo la sua conseguenza.
Ha inoltre valore la capacità di riparare le rotture dell’alleanza (i momenti di incomprensione o di tensione) che risulta associata a esiti migliori: non l’assenza di attriti, ma la loro gestione esplicita.
È esattamente il terreno su cui l’impostazione relazionale lavora, e questa convergenza fra tradizioni diverse è più significativa di qualunque argomento interno.
Un’avvertenza
Va detto ciò che questa convergenza non dimostra.
Che la relazione sia un fattore rilevante non implica che le tecniche specifiche siano indifferenti: per diverse condizioni (disturbi d’ansia, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi alimentari) esistono trattamenti con protocolli definiti e prove superiori.
La formulazione sostenibile è che la relazione sia una condizione necessaria e non sufficiente, e che il dibattito fra chi la considera il fattore principale e chi attribuisce peso maggiore alle tecniche sia tuttora aperto.
Cosa resta problematico
Due punti meritano di essere segnalati, perché riguardano il modo in cui questi modelli vengono verificati.
Il primo è che le formulazioni relazionali sono difficili da falsificare: ciò che il paziente conferma e ciò che nega possono essere letti entrambi come coerenti con l’ipotesi. È il problema classico dell’interpretazione, già discusso altrove, e la maggiore flessibilità del setting lo accentua anziché ridurlo.
Il secondo riguarda il margine di iniziativa del terapeuta. Un approccio più flessibile, in cui la posizione professionale è meno codificata, richiede una supervisione più stretta e non meno, perché è proprio la struttura formale che, nel modello classico, limitava l’influenza personale di chi conduce.
Detto altrimenti: rendere la relazione più «democratica» non riduce l’asimmetria di potere, la rende meno visibile. Ed è un motivo in più per esplicitarla.
Domande frequenti
Cosa distingue la prospettiva relazionale?
Considera le relazioni (reali e interiorizzate) come elementi strutturanti della vita psichica, anziché derivarla dalle pulsioni individuali. Il terapeuta è parte del campo che osserva.
Le reazioni del terapeuta sono un errore?
No, in questa impostazione sono informazione su come quella persona costruisce i rapporti. È il motivo per cui la supervisione resta necessaria.
La relazione basta a determinare l’esito?
L’alleanza è associata all’esito in tutti gli approcci e le misure precoci predicono il miglioramento. Ma per diverse condizioni esistono protocolli specifici con prove superiori: è necessaria, non sufficiente.
Un setting più flessibile è più sicuro?
Non di per sé: riduce la codificazione che limitava l’influenza personale del terapeuta, e per questo richiede una supervisione più stretta, non meno.