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Incontri di Etnomedicina ed Etnofarmacologia

Che cosa succede quando due sistemi di cura con premesse incompatibili si trovano a operare sulle stesse persone? È la domanda pratica dell’etnomedicina, e riguarda anche chi lavora in un ambulatorio italiano. Questa pagina riprende la segnalazione di un incontro di etnomedicina ed etnofarmacologia svoltosi in Mali nel 2011. L’iniziativa è conclusa e i riferimenti […]

Psicolab — Incontri di Etnomedicina ed Etnofarmacologia
Che cosa succede quando due sistemi di cura con premesse incompatibili si trovano a operare sulle stesse persone? È la domanda pratica dell’etnomedicina, e riguarda anche chi lavora in un ambulatorio italiano.
Questa pagina riprende la segnalazione di un incontro di etnomedicina ed etnofarmacologia svoltosi in Mali nel 2011. L’iniziativa è conclusa e i riferimenti organizzativi non sono più validi: quanto segue tratta il tema in termini generali. Nessuna pianta o pratica citata costituisce indicazione terapeutica.

Di cosa si occupano queste discipline

L’etnomedicina studia i sistemi di cura propri di una cultura: come vengono spiegate le malattie, chi è autorizzato a curare, quali procedure sono considerate efficaci.

L’etnofarmacologia ha un oggetto più circoscritto: le sostanze (quasi sempre vegetali) impiegate a scopo terapeutico in un contesto tradizionale, e la verifica sperimentale della loro attività.

Sono discipline distinte e vale la pena tenerle separate, perché rispondono a domande diverse: la prima chiede come funziona un sistema di significati, la seconda se una sostanza ha un effetto misurabile.

Perché interessa la psicologia

Il motivo non è esotico. Ogni sistema di cura contiene, oltre a eventuali principi attivi, una spiegazione della sofferenza: da dove viene, di chi è la responsabilità, cosa serve per uscirne.

Quella spiegazione influisce sull’esito indipendentemente dalla sostanza somministrata. Determina se la persona si sente colpevole o vittima, sola o sostenuta, in grado di intervenire o passiva.

È il motivo per cui la medesima diagnosi produce decorsi diversi in contesti diversi, e per cui uno dei dati più discussi in psichiatria transculturale è che alcuni disturbi gravi mostrino esiti migliori in paesi a basso reddito, con spiegazioni che chiamano in causa il carico familiare e l’aspettativa di guarigione più della farmacologia.

Cosa possono dare i sistemi tradizionali

Alcuni elementi hanno valore documentato e conviene nominarli senza retorica.

  • La conoscenza delle piante. Una quota consistente dei farmaci in uso deriva da sostanze vegetali segnalate da usi tradizionali. È una fonte reale di indicazioni per la ricerca.
  • Il carattere collettivo della cura. In molti sistemi tradizionali la malattia riguarda il gruppo, non solo l’individuo: la persona sofferente non viene isolata, e questo ha effetti misurabili.
  • La ritualizzazione. Procedure strutturate, ripetute, con un inizio e una fine riconoscibili producono effetti sull’attesa e sull’ansia che sono documentati e non trascurabili.
  • L’assenza di stigma su alcune forme di sofferenza che altrove vengono classificate come devianza.

E cosa non possono dare

Va detto con altrettanta chiarezza, perché il rispetto per una cultura non implica sospendere il giudizio sugli esiti.

La legittimazione tradizionale non è prova di efficacia: che una pratica sia antica e condivisa dice quanto è radicata, non se funziona.

Le piante hanno una farmacologia reale, e quindi anche tossicità e interazioni reali. Il dosaggio nelle preparazioni non standardizzate è variabile, e l’assunzione contemporanea con farmaci convenzionali può alterarne gli effetti: un problema clinico concreto, non teorico.

Alcune pratiche producono danni documentati, e altre spiegazioni della malattia (in particolare quelle che attribuiscono la sofferenza a un’azione malevola di terzi) comportano accuse verso persone reali, con conseguenze che in vari contesti includono violenza ed espulsione dalla comunità.

Il rischio maggiore resta il ritardo nell’accesso a trattamenti efficaci per condizioni curabili.

Come si sta nel mezzo

Il punto operativo non è scegliere fra i due sistemi, ma sapere cosa fare quando entrambi sono presenti: situazione ordinaria in qualunque servizio che riceva persone migranti.

Alcune indicazioni derivate dalla pratica clinica transculturale.

Chiedere sempre cosa si sta assumendo. Le preparazioni tradizionali quasi mai vengono dichiarate spontaneamente, perché si teme la reazione. La domanda va posta in modo non giudicante, e la ragione è farmacologica prima che culturale.

Chiedere qual è la spiegazione della persona. Non per assecondarla né per correggerla, ma perché determina cosa considererà una cura sensata.

Distinguere ciò che è compatibile da ciò che non lo è. Molte pratiche tradizionali possono coesistere con un trattamento efficace; alcune lo escludono. Solo le seconde vanno affrontate esplicitamente.

Non usare un mediatore improvvisato. Ricorrere a un familiare (tanto meno a un minore) per tradurre altera ciò che la persona è disposta a dire.

Domande frequenti

Qual è la differenza fra etnomedicina ed etnofarmacologia?

La prima studia il sistema di cura di una cultura: spiegazioni, ruoli, procedure; la seconda le sostanze impiegate e la verifica sperimentale della loro attività. Rispondono a domande diverse.

Le piante tradizionali sono sicure perché naturali?

No. Hanno una farmacologia reale e quindi anche tossicità e interazioni reali, con dosaggi variabili nelle preparazioni non standardizzate. L’assunzione insieme a farmaci può alterarne gli effetti.

Perché chiedere quale spiegazione dà la persona alla propria malattia?

Perché quella spiegazione determina cosa la persona considererà una cura sensata, e influisce sull’esito a prescindere dal trattamento: incide su colpa, isolamento e senso di poter intervenire.

Qual è il rischio principale?

Il ritardo nell’accesso a trattamenti efficaci per condizioni curabili. A questo si aggiungono, in alcuni sistemi, le spiegazioni che attribuiscono la malattia all’azione malevola di persone identificabili.

Etnomedicina ed etnofarmacologia rispondono a domande diverse: come funziona un sistema di significati, e se una sostanza ha effetti misurabili. Entrambe interessano chi lavora sulla sofferenza, perché ogni sistema di cura veicola una spiegazione della malattia che incide sull’esito a prescindere dalla terapia. Il rispetto per una cultura non sospende però il giudizio: la legittimazione tradizionale non è prova di efficacia, le piante hanno tossicità e interazioni reali, e il rischio maggiore resta il ritardo nell’accesso a cure efficaci. In pratica: chiedere sempre cosa la persona assume e quale spiegazione si dà, senza giudicare.
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