Un problema aperto
Nonostante numerosi tentativi, manca ancora una spiegazione decisiva dello sviluppo evolutivo del linguaggio verbale.
È un problema particolarmente sentito nelle scienze cognitive (filosofia, psicologia, neuroscienze) dove il dibattito si articola da tempo attorno a una domanda di fondo: il linguaggio è emerso in modo continuo, a partire da capacità già presenti in altre specie, oppure rappresenta una discontinuità qualitativa?
La difficoltà è metodologica: a differenza degli organi, il comportamento linguistico non si conserva. Ogni ipotesi deve quindi essere costruita indirettamente, cercando correlati anatomici e funzionali che possano sostenerla.
Cosa sono i neuroni specchio
Le prime evidenze sperimentali risalgono agli anni Novanta e riguardano la corteccia premotoria dei macachi.
Questi circuiti neurali (individuati inizialmente in specifiche aree motorie e nella regione intraparietale anteriore) presentano una caratteristica peculiare. Non sono coinvolti soltanto nelle risposte motorie a uno stimolo, ma anche nel riconoscimento (cioè nella rappresentazione interna) dell’atto motorio nel suo complesso.
Detto altrimenti: si attivano non solo quando l’individuo compie un’azione, ma anche quando osserva qualcun altro compierla. È da questa proprietà che deriva il nome.
La differenza rispetto ad altri neuroni
Sul piano funzionale si distinguono dai cosiddetti neuroni canonici, che pur avendo proprietà visive e motorie apparentemente analoghe rispondono a criteri diversi.
Gli studi hanno inoltre documentato la presenza di neuroni con caratteristiche bimodali (somatosensoriali e visive) e persino trimodali, attivi in presenza di elementi somatosensoriali, visivi e uditivi insieme.
È un punto rilevante per l’ipotesi sul linguaggio: significa che esistono circuiti in grado di integrare informazioni provenienti da canali sensoriali diversi, collegandole a un’organizzazione motoria.
Il collegamento con il linguaggio
L’ipotesi di continuità procede in questo modo. Se esistono circuiti che rappresentano internamente le azioni altrui, allora esiste una base neurale per il riconoscimento dell’intenzione: un prerequisito di qualunque comunicazione.
Da qui l’idea che il linguaggio verbale possa essersi sviluppato a partire da forme arcaiche di comunicazione gestuale. Il gesto, a differenza del suono, è direttamente osservabile e quindi immediatamente “rispecchiabile”: un sistema che rappresenta le azioni può essere il punto di partenza di un sistema che rappresenta i significati.
A sostegno di questa linea viene richiamata anche la collocazione anatomica: le aree coinvolte nei sistemi specchio dei primati corrispondono, secondo questa lettura, a regioni che nell’essere umano sono implicate nella produzione linguistica.
Perché il dibattito resta aperto
Va detto con chiarezza che l’ipotesi ha incontrato obiezioni sostanziali.
La prima riguarda il salto inferenziale: dall’esistenza di neuroni che si attivano nell’osservazione di azioni non discende automaticamente una spiegazione della comprensione, dell’intenzione o del significato. La corrispondenza tra un correlato neurale e una funzione cognitiva complessa va dimostrata, non assunta.
La seconda riguarda la generalizzazione dai primati all’essere umano: le registrazioni dirette su singoli neuroni, disponibili negli studi animali, sono raramente possibili nella ricerca umana, dove ci si basa su metodi indiretti con risoluzione molto diversa.
La terza riguarda il fatto che il linguaggio umano possiede caratteristiche: in particolare la ricorsività e la capacità di riferirsi a ciò che è assente: che nessun sistema di rispecchiamento motorio spiega da solo.
Cosa resta di solido
Al di là delle controversie, alcune acquisizioni hanno valore generale.
La prima è che percezione e azione non sono sistemi separati: il cervello rappresenta ciò che osserva anche in termini motori. È una scoperta che ha modificato profondamente il modo di concepire la cognizione.
La seconda è che l’imitazione ha una base neurale e non è un fenomeno superficiale: è un meccanismo di apprendimento fondamentale, evidente nello sviluppo infantile ben prima della comparsa della parola.
La terza, di ordine metodologico, è che questioni come l’origine del linguaggio si affrontano necessariamente per convergenza di discipline: comparando specie, integrando dati anatomici e comportamentali, e accettando che le risposte restino provvisorie.
Domande frequenti
Cosa sono i neuroni specchio?
Circuiti neurali individuati negli anni Novanta nella corteccia premotoria dei macachi, che si attivano sia quando l’individuo compie un’azione sia quando osserva qualcun altro compierla, rappresentandola internamente.
Come si collegano all’origine del linguaggio?
Secondo un’ipotesi di continuità, offrirebbero una base neurale per il riconoscimento delle intenzioni altrui e quindi un possibile punto di partenza per lo sviluppo del linguaggio a partire da forme arcaiche di comunicazione gestuale.
Quali obiezioni sono state sollevate?
Tre principali: il salto inferenziale dalla risposta neurale alla comprensione del significato; la difficoltà di generalizzare dai primati all’essere umano con metodi meno diretti; e il fatto che caratteristiche come la ricorsività non siano spiegate da un sistema di rispecchiamento motorio.
Cosa resta acquisito?
Che percezione e azione non sono sistemi separati (il cervello rappresenta in termini motori ciò che osserva) e che l’imitazione ha una base neurale ed è un meccanismo di apprendimento fondamentale nello sviluppo.