Dalla collusione alla collisione
Una coppia si forma su affinità, interessi e intenzioni comuni, affetto e attrazione reciproci. Accade poi con frequenza che i percorsi si differenzino e che conciliare due identità distinte diventi impossibile.
Con un gioco di parole efficace, l’autrice descrive il passaggio dalla collusione alla collisione.
A seconda della legislazione possono trascorrere mesi o anni prima di arrivare al divorzio, ma la separazione si profila subito, ed è un evento doloroso per entrambi, tanto più quando ci sono figli.
Coniugalità e genitorialità
Il primo pensiero della coppia riguarda quasi sempre come comunicare la notizia. Ed è a questo punto che si presenta la distinzione decisiva: quella tra il piano coniugale, che si sta chiudendo, e quello genitoriale, che non si chiude.
Tenerli separati è difficile proprio nel momento in cui sarebbe più necessario, perché il dolore della rottura tende a invadere tutto. Ma è la variabile che più incide su come i figli attraverseranno il passaggio.
Il criterio dell’età
L’età è un fattore critico, perché comporta capacità cognitive molto diverse, che incidono sulla comprensione e sulla gestione delle emozioni.
Il paragone con l’educazione sessuale
Il suggerimento (attribuito a un terapeuta e mediatore familiare) è di procedere come si farebbe parlando di sessualità.
A un bambino in età prescolare si parlerà di abbracci e di semini piantati nella pancia; a un adolescente si potranno usare i termini corretti.
Lo scopo è fornire una quantità di informazioni sufficiente alla comprensione, ma non così dettagliata da generare fraintendimenti o imbarazzo.
Il principio sottostante è importante: il criterio non è quanto l’adulto ha bisogno di dire, ma quanto quel bambino può elaborare.
Cosa dire, a ciascuna età
Le indicazioni sono concrete.
Neonati e lattanti: è sufficiente comunicare che uno dei due genitori andrà ad abitare altrove per un periodo.
Età prescolare: che mamma e papà non sono più felici insieme e che uno dei due andrà a vivere in un’altra casa; che avranno due case; che le loro abitudini non cambieranno sostanzialmente; e che entrambi i genitori li amano come sempre.
Adolescenti: che i genitori hanno problemi non risolvibili e che la separazione è il modo per sistemare le cose; e che entrambi restano disponibili, in qualsiasi modo e momento.
Il filo comune
Vale la pena notare cosa accomuna le tre formulazioni.
In tutte è presente la rassicurazione sulla continuità del legame genitoriale, e in nessuna compare l’attribuzione di responsabilità all’altro genitore.
Il secondo aspetto è cruciale. Un figlio a cui viene chiesto (anche implicitamente) di stabilire chi ha ragione si trova in una posizione insostenibile: qualunque risposta comporta una perdita. Ed è precisamente la dinamica che la letteratura indica come più dannosa nelle separazioni conflittuali.
Come si comunica, non solo cosa
Un punto che il testo sottolinea con una stima quantitativa: le parole scelte, la postura, l’occasione e il luogo peserebbero per circa il 30% sull’esito della comunicazione.
Al di là della precisione della cifra, l’osservazione è fondata: i bambini leggono il tono e il clima molto prima del contenuto, e ne traggono l’informazione che conta davvero, se la situazione è gestibile oppure no.
Alcune implicazioni pratiche derivano direttamente da qui: comunicare quando entrambi sono in grado di reggere il momento, in un luogo familiare, senza fretta, e possibilmente insieme, perché la presenza di entrambi è già in sé un messaggio sulla continuità della funzione genitoriale.
Le reazioni
Ci saranno, e saranno diverse a seconda dell’età e del carattere. In ogni caso saranno segno di sofferenza e dispiacere: anche quando la separazione mette fine a una situazione logorante e viene in parte vissuta come sollievo.
È una precisazione importante per i genitori: il dolore del figlio non significa che la decisione sia sbagliata. Significa che sta elaborando una perdita reale, e questo accade anche nelle separazioni più opportune.
Il senso di colpa
Nemmeno la coppia più concorde (situazione peraltro rara) affronta il passaggio senza sensi di colpa e paura.
Ma la conclusione è ragionevolmente ottimista: se la coppia riesce a restare alleata nel separarsi come lo è stata nell’unirsi, con il tempo e con supporti adeguati (terapeuti, mediatori, avvocati) la nuova configurazione familiare che ne deriva può risultare solida.
La formula è quella giusta: non si tratta di evitare la rottura, ma di gestirla in modo che la funzione genitoriale sopravviva a quella coniugale.
Domande frequenti
Cosa dire ai figli di una separazione?
Informazioni sufficienti alla comprensione ma calibrate sull’età: ai più piccoli che un genitore andrà ad abitare altrove e che avranno due case; agli adolescenti che i problemi non sono risolvibili. Sempre con la rassicurazione che l’amore di entrambi resta.
È giusto spiegare di chi è la responsabilità?
No. Un figlio chiamato a stabilire chi ha ragione si trova in una posizione insostenibile, perché qualunque risposta comporta una perdita. È la dinamica più dannosa nelle separazioni conflittuali.
Se mio figlio soffre, significa che è stata una scelta sbagliata?
No. La sofferenza compare anche quando la separazione conclude una situazione logorante, perché il figlio sta elaborando una perdita reale. Non è un indicatore della bontà della decisione.
Meglio comunicarlo insieme o separatamente?
Preferibilmente insieme, in un luogo familiare e senza fretta: la presenza di entrambi è già un messaggio sulla continuità della funzione genitoriale, che i figli colgono prima ancora del contenuto delle parole.