I dodici passi
Il programma nato negli anni Trenta prevede una sequenza che va dal riconoscimento del problema all’affidamento a qualcosa di più grande di sé, passando per l’autoesame, la riparazione dei danni causati e infine l’aiuto ad altre persone nella stessa condizione.
È stato a lungo guardato con scetticismo in ambito accademico, per la componente spirituale, l’assenza di professionisti e la difficoltà di studiarlo: l’anonimato e la partecipazione volontaria rendono complicati i disegni sperimentali.
Cosa dicono le prove
La situazione è cambiata.
Una revisione sistematica recente, che ha incluso studi con assegnazione casuale, ha rilevato che i percorsi strutturati di facilitazione alla partecipazione a questi gruppi producono tassi di astinenza continuativa uguali o superiori ad altri trattamenti consolidati, inclusi quelli cognitivo-comportamentali.
Va precisata la formulazione, perché è la parte che spesso si perde: ciò che è stato studiato non è la partecipazione spontanea ma l’intervento clinico che la incoraggia e la struttura.
Un vantaggio ulteriore riguarda i costi: si tratta di risorse gratuite e disponibili con continuità, in un ambito in cui la durata del sostegno è decisiva.
Perché funziona
I meccanismi individuati non sono quelli che il programma dichiara.
Il cambiamento delle reti sociali: sostituire un ambiente in cui bere è la norma con uno in cui non lo è. È il fattore con il peso maggiore.
L’aumento della fiducia di potercela fare in situazioni a rischio.
La disponibilità di sostegno nei momenti critici, che nessun servizio a orari fissi può offrire.
E l’aiutare altri, che è associato a migliori esiti per chi lo fa.
Va aggiunto che questi meccanismi non richiedono la componente spirituale, e che esistono programmi alternativi con struttura analoga e impostazione laica.
Il modello degli stadi
Il secondo modello descrive il cambiamento come passaggio attraverso fasi: precontemplazione, contemplazione, preparazione, azione, mantenimento, con possibili ricadute e ripresa del ciclo.
Ha avuto enorme diffusione perché fornisce un linguaggio comune e sposta l’attenzione su un punto giusto: chi non è pronto non risponde alle stesse proposte di chi lo è.
Le critiche
Su questo modello le verifiche sono state severe.
Gli interventi calibrati sullo stadio non mostrano vantaggi consistenti rispetto a interventi equivalenti non calibrati. È il test più diretto e il risultato è deludente.
Le categorie risultano poco stabili: le persone si spostano fra stadi con grande frequenza e i confini sono arbitrari, la distinzione basata su un’intenzione entro trenta giorni anziché sei mesi non corrisponde a un cambiamento qualitativo.
E la disponibilità al cambiamento appare meglio descritta come una dimensione continua che come un insieme di categorie.
Cosa resta
Il modello sopravvive come strumento comunicativo più che come teoria.
Restano validi due elementi: che proporre l’azione a chi non ha ancora deciso produce resistenza, e che le ricadute vadano trattate come parte ordinaria del processo anziché come fallimento, un’impostazione con effetti reali sulla probabilità di riprendere.
Ciò che ha sostituito il modello nella pratica è il colloquio motivazionale, che non richiede di classificare la persona in uno stadio: lavora sull’ambivalenza facendo emergere dalla persona stessa le ragioni del cambiamento.
Domande frequenti
I gruppi in dodici passi funzionano?
Le revisioni recenti indicano che i percorsi che ne facilitano la partecipazione producono tassi di astinenza uguali o superiori ad altri trattamenti consolidati, con il vantaggio della gratuità e della continuità.
Serve la componente spirituale?
I meccanismi individuati (cambiamento delle reti sociali, fiducia nelle situazioni a rischio, sostegno nei momenti critici) non la richiedono, ed esistono programmi analoghi a impostazione laica.
Il modello degli stadi è valido?
È stato ridimensionato: gli interventi calibrati sullo stadio non mostrano vantaggi consistenti e le categorie risultano poco stabili. Resta utile come linguaggio comune.
Cosa lo ha sostituito?
Il colloquio motivazionale, che non richiede di classificare la persona ma lavora sull’ambivalenza facendo emergere da lei le ragioni del cambiamento.