Psicologia Clinica e Psicopatologia

m-RESIST primo Progetto europeo di mobile-Health

Usare smartphone e dispositivi indossabili per seguire chi convive con un disturbo psicotico è una linea di ricerca attiva da un decennio. Vale la pena vedere cosa ha prodotto, e quali questioni restano aperte. Questa pagina rielabora l’annuncio di un progetto europeo avviato nel 2015, oggi concluso: si tratta qui il tema generale e non […]

Psicolab — m-RESIST primo Progetto europeo di mobile-Health
Usare smartphone e dispositivi indossabili per seguire chi convive con un disturbo psicotico è una linea di ricerca attiva da un decennio. Vale la pena vedere cosa ha prodotto, e quali questioni restano aperte.
Questa pagina rielabora l’annuncio di un progetto europeo avviato nel 2015, oggi concluso: si tratta qui il tema generale e non il singolo progetto. Articolo divulgativo, non sostituisce il parere del medico. Nessuna terapia va modificata sulla base di un testo informativo.

Di cosa si parla

Con salute mentale digitale si intendono strumenti diversi, che conviene distinguere perché hanno statuto differente.

Il monitoraggio attivo: la persona risponde a brevi domande più volte al giorno sul proprio stato, metodo derivato dal campionamento dell’esperienza usato nella ricerca.

Il monitoraggio passivo: dati raccolti dal dispositivo senza richiesta esplicita, movimento, sonno, uso del telefono, frequenza cardiaca.

Gli interventi veri e propri: programmi che erogano contenuti terapeutici, esercizi o supporto tramite applicazione.

La telemedicina, cioè contatti clinici a distanza, che è cosa diversa dalle precedenti.

Cosa hanno mostrato le evidenze

Il quadro è misto, ed è opportuno riportarlo senza entusiasmo né liquidazione.

Sul piano della fattibilità, un risultato importante ha smentito un pregiudizio diffuso: le persone con disturbi psicotici usano gli smartphone e partecipano volentieri a questi programmi, con tassi di adesione paragonabili ad altre popolazioni. L’idea che non siano in grado di farlo non è sostenuta.

Sul piano dell’efficacia, le revisioni riportano risultati promettenti ma con studi eterogenei, campioni spesso ridotti e follow-up brevi. Gli effetti sono più consistenti su esiti intermedi (consapevolezza, autogestione, contatto con i servizi) che sugli esiti clinici principali.

Il limite più rilevante riguarda la predizione delle ricadute a partire dai dati passivi: è l’obiettivo più ambizioso di questo campo, e i risultati finora non hanno raggiunto un’accuratezza sufficiente per l’uso clinico su base individuale.

Va segnalato inoltre il divario fra ricerca e mercato: la grande maggioranza delle applicazioni disponibili al pubblico non è stata valutata, e molte non seguono le raccomandazioni cliniche di base.

Le questioni aperte

Alcune riguardano la tecnologia, altre l’etica, e nel caso della salute mentale sono difficili da separare.

  • La protezione dei dati: informazioni sullo stato psichico sono fra le più sensibili, e diverse analisi hanno documentato applicazioni per la salute mentale che condividevano dati con terze parti.
  • Il consenso informato al monitoraggio continuo, che va rinnovato nel tempo e non può essere una casella spuntata all’inizio.
  • Il rischio di scivolare dalla cura alla sorveglianza: quando i dati diventano strumento di controllo dell’aderenza, la relazione terapeutica cambia natura.
  • Cosa accade ai dati raccolti in caso di ricovero, di procedimenti o di richiesta da parte di terzi.
  • Il divario digitale: costo dei dispositivi e delle connessioni escludono proprio le persone in condizioni più svantaggiate.

Va aggiunto un principio che la letteratura del settore ripete: questi strumenti affiancano la cura, non la sostituiscono, e ogni sistema di monitoraggio deve prevedere chi risponde quando emerge un segnale di allarme. Un’applicazione che rileva un peggioramento senza che nessuno intervenga è peggio dell’assenza dello strumento.

Una precisazione sul linguaggio e sui numeri

Due note che riguardano il modo di presentare questi progetti.

L’espressione “pazienti schizofrenici” è oggi sostituita da persone con schizofrenia, o con un disturbo dello spettro psicotico: colloca la persona prima della diagnosi, e la formulazione è raccomandata proprio per il peso dello stigma in questo ambito.

Sulla resistenza al trattamento, le stime variano sensibilmente a seconda dei criteri adottati e delle popolazioni studiate: le percentuali citate negli annunci di progetto vanno lette come intervalli, non come dati stabiliti.

Un’ultima informazione, spesso assente da questi contesti: gli esiti a lungo termine nella schizofrenia sono più eterogenei di quanto la rappresentazione comune suggerisca, e una quota significativa di persone raggiunge un recupero funzionale.

Domande frequenti

Le persone con psicosi possono usare questi strumenti?

Si, ed e uno dei risultati piu chiari: usano gli smartphone e partecipano ai programmi con adesione paragonabile ad altre popolazioni.

Funzionano?

Le evidenze sono promettenti ma eterogenee, con campioni ridotti e follow-up brevi. Gli effetti sono piu consistenti su esiti intermedi che su quelli clinici principali.

I dati passivi predicono le ricadute?

Non con accuratezza sufficiente per l’uso clinico individuale. E l’obiettivo piu ambizioso del campo e non e stato raggiunto.

Quali sono i rischi principali?

La protezione di dati particolarmente sensibili, il consenso al monitoraggio continuo e la deriva dalla cura alla sorveglianza. E serve sempre chi risponde a un segnale di allarme.

La salute mentale digitale nelle psicosi ha superato la prova di fattibilita: le persone partecipano, contro un pregiudizio diffuso. L’efficacia e promettente ma con evidenze eterogenee, piu forti su esiti intermedi, e la predizione delle ricadute da dati passivi non e ancora utilizzabile. Restano aperte questioni serie su dati sensibili, consenso continuo e rischio di sorveglianza. Il principio da tenere fermo: nessun monitoraggio senza qualcuno che risponda ai segnali.
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