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I giochi psicologici per la formazione esperienziale

Nella formazione esperienziale l’esercizio è la parte visibile e la meno decisiva. Ciò che determina se qualcosa viene appreso è quello che accade subito dopo, e su questo la ricerca è insolitamente concorde. Questa pagina prende spunto dalla segnalazione di un corso professionale del 2012. Date, costi e recapiti non sono più validi. Quanto segue […]

Psicolab — I giochi psicologici per la formazione esperienziale
Nella formazione esperienziale l’esercizio è la parte visibile e la meno decisiva. Ciò che determina se qualcosa viene appreso è quello che accade subito dopo, e su questo la ricerca è insolitamente concorde.
Questa pagina prende spunto dalla segnalazione di un corso professionale del 2012. Date, costi e recapiti non sono più validi. Quanto segue tratta il metodo in termini generali.

Di cosa si tratta

Con formazione esperienziale si indicano i percorsi in cui l’apprendimento passa attraverso un’attività svolta dai partecipanti (una simulazione, un compito di gruppo, un gioco di ruolo) anziché attraverso l’esposizione di contenuti.

L’assunto è che comprendere un principio dopo averne sperimentato gli effetti produca un apprendimento diverso da quello ottenuto ascoltandolo.

L’assunto è fondato, con una condizione precisa.

La condizione: il debriefing

Le rassegne sulle simulazioni convergono su un risultato netto: l’attività da sola produce poco. Ciò che genera apprendimento è la rielaborazione strutturata che la segue.

Le simulazioni con debriefing mostrano effetti nettamente superiori a quelle senza, e le seconde possono addirittura consolidare interpretazioni errate, perché ciascuno resta con la lettura che si è dato.

Le caratteristiche che rendono efficace la rielaborazione sono identificate.

  • Avviene subito dopo, quando i dettagli sono ancora accessibili.
  • Segue una sequenza: cosa è successo, perché è successo, cosa se ne ricava per la pratica reale. Saltare la prima fase è l’errore più comune.
  • È condotta con domande, non con la spiegazione di ciò che l’esercizio doveva dimostrare.
  • È dichiarata come analisi della situazione, non valutazione delle persone.

Come ordine di grandezza, il tempo dedicato alla rielaborazione dovrebbe essere pari o superiore a quello dell’attività. Nella pratica è quasi sempre il contrario.

Il trasferimento

Il problema di fondo della formazione non è l’apprendimento in aula: è il suo utilizzo dopo.

Le stime disponibili indicano che una quota minoritaria di quanto appreso viene applicata al lavoro, e i fattori che determinano la differenza sono in gran parte esterni all’aula: il sostegno del responsabile diretto, l’esistenza di occasioni per applicare, e il fatto che l’organizzazione non penalizzi il nuovo comportamento.

È un dato scomodo per chi progetta corsi, perché sposta la responsabilità dell’esito su condizioni che il formatore non controlla, ed è la ragione per cui un buon corso in un contesto ostile produce nulla.

Le cautele necessarie

Le attività esperienziali non sono neutre, e vanno maneggiate con alcune avvertenze.

L’esposizione è reale: chi partecipa lo fa davanti a colleghi con cui condivide un contesto e talvolta una gerarchia. Ciò che accade in aula viene ricordato fuori.

La volontarietà è spesso formale: quando l’iniziativa è aziendale e la partecipazione è osservata, il rifiuto ha un costo. Va detto esplicitamente che astenersi è possibile, e va reso vero.

Va evitata la conduzione in presenza di chi ha potere sulla valutazione dei partecipanti, perché rende impossibile la condizione che rende utile l’esercizio.

E va tenuta ferma la distinzione fra formazione e intervento clinico: attività che sollecitano contenuti personali possono far emergere materiale che eccede il perimetro professionale. In quel caso il compito è orientare verso chi ha titolo, non approfondire.

La condizione che rende possibile tutto

Il fattore che predice l’apprendimento nei gruppi è quello studiato come sicurezza psicologica: la convinzione condivisa che ammettere un errore o dichiarare di non sapere non comporti conseguenze.

Non si ottiene dichiarandola. Si costruisce con comportamenti verificabili: chi conduce si espone per primo, gli errori vengono trattati come informazione, la riservatezza è dichiarata e rispettata.

In assenza di quella condizione le persone partecipano recitando ciò che ritengono atteso, e l’esercizio misura la loro capacità di intuirlo, non altro.

Domande frequenti

Basta far fare un’esperienza perché si apprenda?

No. Le simulazioni senza rielaborazione strutturata producono poco e possono consolidare interpretazioni errate. È il debriefing a generare l’apprendimento.

Come si conduce una buona rielaborazione?

Subito dopo l’attività, seguendo la sequenza cosa è successo, perché, cosa se ne ricava; con domande anziché spiegazioni, e dichiarando che si analizza la situazione, non le persone.

Perché la formazione spesso non produce cambiamenti?

Perché il trasferimento dipende soprattutto da fattori esterni all’aula: sostegno del responsabile, occasioni di applicare e assenza di penalizzazioni per il nuovo comportamento.

Quali cautele servono con le attività di gruppo?

L’esposizione davanti ai colleghi è reale e ricordata; la volontarietà va resa effettiva; chi valuta i partecipanti non dovrebbe essere presente; e ciò che eccede il perimetro professionale va orientato altrove.

Nella formazione esperienziale l’esercizio conta meno di quanto sembri: senza una rielaborazione strutturata produce poco e può consolidare letture sbagliate. Il debriefing va condotto subito, per domande, partendo da cosa è successo, e con un tempo pari o superiore a quello dell’attività. Il vero collo di bottiglia è però fuori dall’aula: il trasferimento dipende dal sostegno del responsabile e dalle occasioni di applicare. E tutto questo richiede una condizione preliminare (che ammettere un errore non costi nulla) altrimenti si misura solo la capacità di intuire cosa ci si attende.
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