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Al Via a Milano l'Edizione 2011 di Frontiere della Psicoanalisi

Per decenni la psicoanalisi ha considerato l’omosessualità una deviazione da correggere. Un ciclo di incontri del 2011 partiva proprio da lì: non per commemorare un progresso, ma per esaminare come una disciplina abbia potuto sbagliare così a lungo e cosa questo insegni. Nota d’archivio. Il ciclo si è svolto a Milano tra febbraio e giugno […]

Psicolab — Al Via a Milano l'Edizione 2011 di Frontiere della Psicoanalisi
Per decenni la psicoanalisi ha considerato l’omosessualità una deviazione da correggere. Un ciclo di incontri del 2011 partiva proprio da lì: non per commemorare un progresso, ma per esaminare come una disciplina abbia potuto sbagliare così a lungo e cosa questo insegni.
Nota d’archivio. Il ciclo si è svolto a Milano tra febbraio e giugno 2011: date, sede e recapiti non sono più validi. Il testo ne discute i temi. Chi subisce discriminazione o violenza per orientamento sessuale o identità di genere può contattare la Gay Help Line al numero verde 800 713 713.

L’impianto del ciclo

Gli incontri, organizzati da un centro di psicoanalisi milanese, avevano come filo conduttore le crisi: dei ruoli sessuali, dei ruoli familiari, della psichiatria, delle certezze.

Ogni serata metteva a confronto psicoanalisti con studiosi di altre discipline (una giurista e storica del diritto antico, una sociologa della famiglia, psichiatri, un filosofo della scienza) con l’intenzione dichiarata di rivolgersi non solo agli addetti ai lavori.

Perché la scelta del confronto conta

Non è un dettaglio organizzativo. Una disciplina che discute i propri fondamenti solo al proprio interno tende a confermarli, perché condivide con se stessa le premesse che dovrebbe esaminare.

Chiamare uno storico o un sociologo a parlare degli stessi oggetti significa esporsi a domande che dall’interno non emergerebbero: a partire dalla più scomoda: quanto di ciò che una teoria descrive come natura umana è in realtà la descrizione di un’epoca?

La prima serata

Il tema di apertura riguardava l’evoluzione del concetto di omosessualità e di omofobia nella società e nella pratica clinica.

L’inquadramento storico muoveva dal mondo greco e romano, dove le pratiche omosessuali erano regolate da norme sociali del tutto diverse dalle nostre; la parte psichiatrica ripercorreva il mutamento dello sguardo clinico; la parte clinica affrontava le difficoltà che emergono nel lavoro con pazienti omosessuali.

Il dato storico da tenere fermo

Il percorso è documentato e conviene ricordarlo con precisione.

L’omosessualità fu rimossa dal principale manuale diagnostico statunitense nel 1973, dopo un dibattito acceso e non senza resistenze. L’Organizzazione mondiale della sanità la eliminò dalla propria classificazione delle malattie soltanto nel 1990.

Sono date recenti. Significa che generazioni di persone hanno ricevuto un trattamento per qualcosa che non era una condizione da trattare, e che alcune di quelle terapie hanno prodotto danni documentati.

Cosa determinò il cambiamento

Vale la pena esplicitarlo, perché è la parte più istruttiva.

Non fu una scoperta di laboratorio. Fu la combinazione di due fattori: la pressione dei movimenti per i diritti civili e alcune ricerche che, confrontando persone omosessuali ed eterosessuali non in trattamento, non trovarono differenze nel funzionamento psicologico.

Il punto metodologico è cruciale: la convinzione precedente si fondava su un errore di campionamento. Le osservazioni provenivano da persone che si erano rivolte a un clinico (dunque in difficoltà) e la difficoltà veniva attribuita all’orientamento anziché al contesto ostile che lo circondava.

È un errore che si ripete ogni volta che si generalizza a un’intera popolazione ciò che si osserva nella sua porzione che chiede aiuto.

Dove si è spostato il problema

Superata la patologizzazione, la questione clinica non è scomparsa: si è riformulata.

Il concetto oggi impiegato è quello di stress da minoranza: l’esposizione continuativa a discriminazione, aspettativa di rifiuto, necessità di nascondersi e interiorizzazione dello stigma produce un carico che aumenta il rischio di disagio psicologico.

La differenza rispetto alla lettura precedente è totale. Ciò che va trattato non è l’orientamento, ma gli effetti di un ambiente ostile; e la variabile su cui si può intervenire non è la persona.

Ne discende una responsabilità precisa per chi lavora in clinica: un professionista che tratti l’orientamento come problema da correggere non commette un errore teorico, ma aggiunge un danno. Le pratiche cosiddette riparative sono considerate inefficaci e dannose dalle principali società scientifiche, e in Italia sono state oggetto di prese di posizione contrarie da parte dell’ordine professionale.

Gli altri temi

Le serate successive affrontavano il mutamento dei ruoli familiari e dell’immaginario dei bambini di fronte alle nuove configurazioni domestiche; il bilancio della psichiatria italiana dopo la riforma che chiuse i manicomi; e la questione delle certezze, a partire dall’idea freudiana che senza illusioni non sia possibile vivere.

Il filo comune

Tutte e quattro le serate ruotano attorno alla stessa domanda: cosa accade a un sapere quando l’oggetto che descriveva cambia forma.

La famiglia non è più quella su cui furono costruiti i modelli classici. La psichiatria italiana ha smantellato l’istituzione che la definiva, e deve misurarsi con ciò che ha preso il suo posto: servizi territoriali spesso sottodimensionati, e il rischio che l’abbandono sostituisca la reclusione.

E i ruoli sessuali sono, come mostra il primo incontro, l’ambito in cui l’errore è stato più grave e più a lungo difeso.

Cosa resta

La lezione trasferibile riguarda il metodo prima ancora dei contenuti.

Una teoria che descrive come naturale l’assetto sociale dominante non sta osservando la natura umana: sta giustificando il proprio tempo. È un rischio strutturale per qualunque disciplina che si occupi di comportamento, e non è mai eliminato del tutto, anche oggi ci saranno convinzioni date per acquisite che verranno lette allo stesso modo.

L’unico anticorpo disponibile è quello che il ciclo metteva in pratica: chiedere a chi guarda l’oggetto da fuori se ciò che sembra ovvio lo sia davvero.

Domande frequenti

Quando l’omosessualità ha smesso di essere considerata un disturbo?

Nel 1973 fu rimossa dal principale manuale diagnostico statunitense; l’Organizzazione mondiale della sanità la eliminò dalla propria classificazione solo nel 1990. Sono date recenti.

Cosa determinò quel cambiamento?

La pressione dei movimenti per i diritti civili e ricerche che, confrontando persone non in trattamento, non trovarono differenze di funzionamento psicologico. La convinzione precedente si basava su un errore di campionamento.

Cos’è lo stress da minoranza?

Il carico prodotto dall’esposizione continuativa a discriminazione, aspettativa di rifiuto, necessità di nascondersi e stigma interiorizzato. Spiega il maggior rischio di disagio senza attribuirlo all’orientamento.

Le terapie riparative funzionano?

No. Sono considerate inefficaci e dannose dalle principali società scientifiche, e in Italia hanno ricevuto prese di posizione contrarie dall’ordine professionale.

La parte più istruttiva di questo ciclo non è il progresso raggiunto ma come è avvenuto: la patologizzazione dell’omosessualità si reggeva su un errore di campionamento, si osservava chi chiedeva aiuto e si attribuiva all’orientamento una difficoltà prodotta dal contesto ostile. Oggi la lettura è rovesciata dal concetto di stress da minoranza: ciò che va affrontato sono gli effetti dell’ambiente, non la persona. Resta la lezione di metodo: una teoria che descrive come naturale l’assetto sociale del proprio tempo non sta osservando la natura umana, la sta giustificando, e l’unico anticorpo è farsi guardare da fuori.
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