Il contesto
Il film di Volfango De Biasi fotografa una generazione cresciuta in un contesto in cui (secondo la formula usata nel testo) si comunica sempre meno con la parola e sempre più con l’immagine.
Il ritratto è quello di adolescenti che hanno molto a disposizione, ma a cui manca qualcosa di essenziale. E il rilievo è duplice: riguarda l’esposizione mediatica e il modo in cui i modelli proposti offrono identità già confezionate in cui riconoscersi.
I due protagonisti
La costruzione è deliberatamente contrapposta.
Lei è una studentessa universitaria intelligente, che si mantiene lavorando, appassionata dei propri studi sulla comunicazione. È presentata secondo il canone della “secchiona trasandata”: abbigliamento dimesso, occhiali spessi, nessuna cura dell’aspetto. Vive nella sostanza e si sente marginalizzata.
Lui è uno studente svogliato, in conflitto con il padre che minaccia di interrompergli il sostegno economico dopo ripetuti insuccessi. Vive nell’apparenza.
Le due traiettorie si incrociano quando lui, per tacitare il genitore e ottenere una vacanza, le chiede lezioni private.
La trasformazione e la sua ambiguità
Le ore passate insieme li avvicinano. Lei si innamora, e da lì parte il nucleo problematico del film.
Convinta che le proprie qualità interiori non bastino, comincia a cercare quel quid che aveva sempre trascurato: bellezza, eleganza, cura dell’immagine come biglietto da visita indispensabile.
Qui il film compie un’operazione più sottile di quanto sembri, perché descrive due movimenti insieme.
Il primo è positivo: l’abbigliamento e la cura di sé possono legittimamente esprimere una parte dell’identità. Come è stato osservato negli studi sulla moda, l’indumento comunica ed è ragionevole che sia pertinente al contesto e alla situazione. Trascurarsi del tutto non è più autentico: è semplicemente un’altra scelta comunicativa.
Il secondo è problematico: quella ricerca si trasforma in ossessione per la propria immagine e in timore di mostrarla. Il rischio, portato all’estremo, è di diventare massa anonima, di sostituire un’identità con un modello preconfezionato.
Il punto in cui il film si distingue
La trasformazione fisica, nel racconto, non è sufficiente. E questa è la scelta narrativa che vale la pena sottolineare.
In molte storie analoghe, il cambiamento d’aspetto produce meccanicamente il risultato desiderato: con un messaggio implicito piuttosto brutale.
Qui accade altro: perché qualcosa cambi davvero, anche l’altro deve rimettere in discussione i propri valori e maturare. Il film distribuisce cioè la responsabilità del cambiamento su entrambi, anziché caricarla su chi era considerato inadeguato.
La morale, in due direzioni
L’esito è articolato.
Lei trova nelle nuove forme un elemento utile per esprimere il proprio modo di essere: senza però rinunciare ai propri principi. La cura dell’immagine si aggiunge, non sostituisce.
Lui, abbandonata una condotta dissipata, si accorge di amare la persona che c’era prima: quella capace di guardarsi con onestà, migliorarsi e accettarsi.
Ne emerge un’affermazione che merita di essere isolata: si può cambiare solo accettandosi.
È un paradosso solo apparente, e coincide con un principio ben noto in psicologia. Il cambiamento che nasce dal rifiuto di sé tende a essere fragile, perché porta con sé il giudizio che lo ha innescato. Il cambiamento che nasce dall’accettazione può essere sostenuto, perché non deve continuamente dimostrare qualcosa.
Il valore dei difetti
L’ultima osservazione riguarda ciò che rende una persona riconoscibile.
Sono proprio le imperfezioni, secondo il testo, a trasformare un individuo indistinto in qualcuno di ineguagliabile. Il modello perfetto è per definizione intercambiabile; ciò che non corrisponde al modello è ciò che identifica.
Da qui l’invito a riappropriarsi del proprio “pacchetto” di unicità, restando disponibili a mettersi in gioco e a farsi conoscere per ciò che si è.
Con una precisazione utile: le difficoltà fanno parte dell’esperienza, e la fiducia in sé non consiste nel non averne, ma nel non lasciare che definiscano il valore complessivo della persona.
Un bilancio
Aiutare chi guarda a vedere oltre le apparenze non è impresa semplice, e il film sconta inevitabilmente le esigenze dell’intrattenimento e alcune semplificazioni.
Riesce però in un doppio movimento: da un lato denuncia una cultura che antepone l’apparire all’essere (in un contesto che il regista descrive come persino più duro di quanto la pellicola mostri) dall’altro indica una direzione, quella di riallacciare rapporti autentici.
Ed è forse questa la ragione per cui, pur muovendosi in un genere leggero, il film lascia qualcosa: non promette che l’aspetto non conti, ma sostiene che non basti. Che è un’affermazione molto più credibile, e più utile a chi la ascolta.
Domande frequenti
Qual è il tema centrale del film?
Il rapporto tra apparenza e sostanza nella costruzione dell’identità, attraverso la storia di una studentessa che decide di trasformare il proprio aspetto e scopre che la trasformazione, da sola, non produce il risultato desiderato.
Curare l’immagine è di per sé negativo?
No. L’aspetto comunica, ed è ragionevole che sia pertinente al contesto: trascurarsi non è più autentico, è un’altra scelta comunicativa. Il problema sorge quando la cura diventa ossessione e sostituisce l’identità anziché esprimerla.
Cosa significa che si può cambiare solo accettandosi?
Che il cambiamento nato dal rifiuto di sé porta con sé il giudizio che lo ha innescato ed è fragile, mentre quello che nasce dall’accettazione può essere sostenuto nel tempo perché non deve continuamente dimostrare qualcosa.
Perché i difetti sono presentati come valore?
Perché il modello perfetto è per definizione intercambiabile: ciò che non corrisponde al modello è precisamente ciò che rende una persona riconoscibile e non sostituibile.