Non fantasia
L’impressione iniziale che questi film fossero un parto dell’immaginazione era sbagliata. Le questioni affrontate non erano né storicamente remote né surreali: il disprezzo del gangster per il tessuto sociale e il suo successo fondato sul crimine avevano corrispettivi reali in molte città.
Uno spazio ristretto
Il genere colloca il crimine in una microsocietà, dentro una struttura urbana semplificata al massimo. Uno spazio fittizio ma ricco di segnali allusivi: una sorta di arena simbolica, regolata da convenzioni proprie.
Il resto del mondo resta fuori.
Questo è, insieme, la forza e il limite del genere. La forza sta nella concentrazione drammatica; il limite è che l’esclusione del contesto trasforma una questione sociale in una vicenda individuale.
La questione sociale assente
I film si ambientano nel sistema capitalistico affermatosi nel primo dopoguerra, ma non affrontano le condizioni durissime in cui vivevano operai e lavoratori.
Le cause sociali restano marginali e incidono solo relativamente sul protagonista, che risulta mosso unicamente dall’ambizione.
È una scelta narrativa con conseguenze precise: se il movente è solo il carattere, la criminalità diventa un problema di individui difettosi e non di condizioni.
Il conflitto centrale
Il genere è costruito attorno alla tensione tra paura e desiderio di affermazione sociale ed economica.
Ne discende la regola narrativa che lo governa: la scalata comporta inevitabilmente conseguenze catastrofiche, e chi proviene da una condizione svantaggiata dovrebbe accettare i limiti della propria classe di origine.
Vale la pena esplicitare quanto sia conservatrice questa morale. Il messaggio implicito non è che il crimine non paghi: è che l’ambizione stessa sia pericolosa per chi parte dal basso.
Cosa mostra il primo piano
Le trame mettono in scena le lotte per il predominio del clan, le strategie elaborate in ville sontuose, le tappe della costruzione di imperi economici improvvisi.
Un percorso che produce un piacere codificato ma eticamente problematico, perché enfatizza lo spettacolo dei crimini ristabilendo l’ordine morale solo in extremis.
Il contesto storico
Trattandosi di opere d’avanguardia (tra le prime a usare insieme linguaggio visivo e sonoro) i riferimenti storici sono indispensabili.
L’ambiente gangsteristico viene letto come uno dei miti negativi di una società ancora in cerca di identità, attraversata da isolazionismo dopo il prestigio internazionale conquistato con la Prima guerra mondiale, moralismo reazionario, razzismo, concentrazione capitalistica e l’ottimismo individualistico degli anni Venti.
Non a caso il genere si sviluppa subito dopo la crisi del 1929. Il momento non è casuale: quando la promessa di ascesa economica si infrange, il racconto di chi tenta comunque la scalata (e viene distrutto) assume una funzione precisa.
La grammatica visiva
Gli elementi ricorrenti: ambientazione interamente urbana, interni ripresi in campo totale o in primo piano, esterni privi di sfondi paesaggistici, e oggetti che funzionano da status symbol, automobili di lusso, telefoni, suppellettili preziose, armi.
L’assenza di paesaggio è significativa: non esiste un fuori verso cui guardare.
Uno stereotipo da nominare
Il testo osserva che questi film hanno sancito l’equazione tra cittadini italoamericani e criminalità organizzata.
Su questo occorre essere netti: si tratta di uno stereotipo etnico con conseguenze concrete, che ha alimentato per decenni discriminazione verso una comunità di milioni di persone la cui grandissima maggioranza non aveva alcun rapporto con la criminalità.
L’attenuante proposta nel testo (che quei personaggi fossero circondati da un alone romantico, sottolineato da un linguaggio gergale) non regge: il fascino attribuito a uno stereotipo non lo rende meno dannoso. Semmai lo rende più efficace, perché ne facilita la circolazione.
È peraltro un meccanismo ricorrente: attribuire la criminalità a un gruppo identificabile permette di non interrogarsi sulle condizioni che la producono.
I «delitti senza vittime»
Un altro passaggio richiede una precisazione.
Il testo osserva che le vittime dirette del crimine organizzato furono relativamente poche, perché l’attività si concentrava su alcol, prostituzione, droga e gioco d’azzardo (allora definiti delitti «senza vittime») mentre le vittime erano soprattutto gli stessi affiliati.
La formula va respinta. Quelle attività producevano vittime in abbondanza: persone in condizione di dipendenza, donne sfruttate, famiglie rovinate dal gioco. La definizione le rendeva semplicemente invisibili, perché non figuravano nelle statistiche degli omicidi.
Il testo coglie però correttamente la funzione di quella narrazione: fornire una giustificazione per chiudere un occhio, tanto alla polizia quanto ad amministratori e magistrati corrotti.
Dove sta la compattezza
L’osservazione conclusiva riguarda la struttura: la coerenza di questi film non risiede nella sceneggiatura, non priva di incongruenze, ma nella centralità del protagonista.
È il principio che regge l’intero genere, e la ragione per cui i suoi difetti narrativi contano meno di quanto ci si aspetterebbe.
Domande frequenti
Qual è la struttura narrativa dei gangster movie anni Trenta?
Un conflitto tra paura e ambizione, in cui il successo rende vulnerabili: l’anonimato protegge, la vetta espone. La scalata sociale conduce inevitabilmente alla catastrofe.
Perché il genere nasce dopo la crisi del 1929?
Perché quando la promessa di ascesa economica si infrange, il racconto di chi tenta comunque la scalata e viene distrutto assume una funzione precisa. La morale implicita è che l’ambizione sia pericolosa per chi parte dal basso.
Come va valutata l’associazione tra italoamericani e criminalità?
Come uno stereotipo etnico con conseguenze concrete, che ha alimentato discriminazione verso una comunità la cui grandissima maggioranza non aveva rapporti con il crimine. Il fascino romantico attribuito ai personaggi non lo attenua: lo diffonde.
Esistevano davvero delitti senza vittime?
No. Quelle attività producevano vittime (dipendenze, sfruttamento, famiglie rovinate) che semplicemente non comparivano nelle statistiche. La formula serviva a giustificare la tolleranza verso quel tipo di criminalità.