Psicoterapia e Psicoanalisi

La Fiaba Terapia

Inventare una fiaba a partire da un proprio problema, senza poi cercare di interpretarla. L’ultima parte è la più controintuitiva, e, se il metodo funziona, è probabilmente quella che lo fa funzionare. Articolo divulgativo. La pratica descritta è un esercizio di riflessione senza prove di efficacia da studi controllati, e non sostituisce un percorso professionale. […]

Psicolab — La Fiaba Terapia
Inventare una fiaba a partire da un proprio problema, senza poi cercare di interpretarla. L’ultima parte è la più controintuitiva, e, se il metodo funziona, è probabilmente quella che lo fa funzionare.
Articolo divulgativo. La pratica descritta è un esercizio di riflessione senza prove di efficacia da studi controllati, e non sostituisce un percorso professionale. Per una sofferenza persistente è opportuna una valutazione clinica.

La distinzione iniziale

Va riconosciuto al testo un merito: pone subito il confine, e lo pone bene.

Se si parla di una vera forma di terapia, dev’essere praticata da chi ha i titoli: psicoterapeuta abilitato all’esercizio della professione. Esiste però un altro uso, terapeutico in senso lato, che una persona può fare su di sé senza controindicazioni.

È una distinzione che molti testi analoghi non fanno, ed è ciò che rende questo leggibile: non promette che un esercizio sostituisca una cura.

La struttura della fiaba

L’analisi proposta è essenziale e corretta: equilibrio iniziale, rottura, percorso, nuovo equilibrio.

Il testo osserva che non esiste fiaba senza un ostacolo, e che la formula conclusiva non è un semplice ritornello ma indica un assetto diverso e più completo di quello di partenza.

La fiaba, in altri termini, non riporta le cose come stavano: le porta altrove.

Perché questa struttura è utile

È il punto teoricamente più solido, e vale la pena renderlo esplicito.

Chi si trova dentro una difficoltà tende a rappresentarla in due modi entrambi statici: come una condizione permanente, o come un ritorno auspicato a com’era prima.

La forma narrativa impone invece qualcosa di diverso: un passaggio con un dopo che non coincide con il prima.

Non è una consolazione: è un vincolo formale. Chi comincia a raccontare una storia deve, per costruzione, arrivare a uno stato diverso, e quel semplice obbligo produce un pensiero che la ruminazione non produce.

C’è un elemento in più. La fiaba richiede di attribuire ruoli: chi è il protagonista, chi ostacola, chi aiuta. Formulare esplicitamente chi ostacola e chi aiuta in una situazione reale è un’operazione che quasi nessuno compie, e che da sola chiarisce parecchio.

Gli aiutanti magici

Il testo propone un’osservazione interessante: le figure che soccorrono (fate, animali parlanti, oggetti magici) non rappresenterebbero aiuti esterni, ma l’attivarsi di risorse interne di cui non si sospettava l’esistenza.

L’interpretazione appartiene a una tradizione precisa e va presa per quello che è: una chiave di lettura, non un dato accertato.

Vale però la pena aggiungere un’osservazione più verificabile. Nelle fiabe tradizionali gli aiutanti compaiono quasi sempre dopo che il protagonista ha compiuto un gesto: ha rispettato un patto, ha mostrato attenzione a qualcuno, ha resistito a una tentazione.

L’aiuto, in quelle strutture, non arriva a chi aspetta: arriva a chi si è mosso. È un elemento che l’idea di risorse interne latenti tende a perdere, e che è più utile.

La parte controintuitiva

L’indicazione più singolare è di non interpretare la fiaba che si è inventata, perché farlo ridurrebbe l’effetto anziché amplificarlo.

L’argomento fornito è preciso: se dopo averla scritta la si ricollega ai propri problemi reali, si finisce per concludere che senza bacchette magiche nella realtà nulla si risolve, e si torna al punto di partenza.

Perché l’argomento regge

Ha un fondamento riconoscibile.

Chi affronta a lungo un problema senza risolverlo lo fa quasi sempre all’interno degli stessi schemi: le stesse categorie, le stesse opzioni considerate, gli stessi vincoli dati per scontati.

Spostare il materiale su un piano diverso interrompe quella cornice. Ricondurlo subito al problema originario significa reintrodurre gli stessi vincoli, e annullare il vantaggio.

C’è anche una ragione più pratica: la traduzione forzata di una storia in significati produce corrispondenze arbitrarie (ogni elemento diventa il simbolo di qualcosa) e quelle corrispondenze dicono più della propria teoria che della propria situazione.

La formulazione corretta è quindi più modesta di quella del testo: non c’è nulla di misterioso che «lavora da solo». C’è che una rappresentazione diversa di un problema, lasciata sedimentare, rende più probabile notare qualcosa che prima sfuggiva.

Cosa aspettarsi, realisticamente

Serve una precisazione sull’ambito di applicazione, che il testo non fornisce.

Un esercizio di questo tipo è appropriato per situazioni in cui esiste un margine di scelta: una decisione da prendere, un rapporto da riorientare, un blocco nel definire cosa si vuole.

Non è appropriato quando il problema è materiale (un reddito insufficiente, una malattia, una violenza subita) perché in quei casi la difficoltà non è di rappresentazione, e suggerire che una diversa immaginazione possa modificarla è fuorviante.

Va aggiunto che scrivere di sé non è sempre neutro: la scrittura su esperienze molto dolorose può, in alcune persone, riattivare sofferenza intensa. Se accade, è un motivo per fermarsi e parlarne con un professionista, non per insistere.

Domande frequenti

Perché la forma della fiaba aiuta a pensare un problema?

Perché impone un vincolo formale: una storia deve arrivare a uno stato diverso da quello iniziale. Chi è dentro una difficoltà tende invece a rappresentarla come condizione permanente o come ritorno a com’era prima.

Perché non bisognerebbe interpretarla?

Perché ricondurla subito al problema reale reintroduce gli stessi schemi da cui l’esercizio serviva a uscire. E la traduzione forzata in significati produce corrispondenze arbitrarie.

Cosa dicono davvero gli aiutanti magici?

Nelle fiabe tradizionali compaiono quasi sempre dopo un gesto del protagonista: l’aiuto non arriva a chi aspetta, ma a chi si è mosso. È un elemento più utile dell’idea di risorse latenti.

Per quali problemi non è adatto?

Per quelli materiali (un reddito insufficiente, una malattia, una violenza subita) dove la difficoltà non è di rappresentazione. E va interrotto se la scrittura riattiva una sofferenza intensa.

Il merito del testo è porre subito il confine tra una terapia, che richiede titoli, e un esercizio che ciascuno può fare su di sé. Il meccanismo che lo rende sensato è formale e non magico: una storia deve per costruzione arrivare a uno stato diverso da quello iniziale, e obbliga ad assegnare ruoli (chi ostacola, chi aiuta) che nella vita reale quasi nessuno esplicita. Regge anche l’indicazione più controintuitiva, quella di non interpretare: ricondurre subito la storia al problema significa reintrodurre gli schemi da cui si voleva uscire. Con un limite netto: dove la difficoltà è materiale, nessuna diversa rappresentazione la modifica.
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