Psicologia Sociale e del Comportamento

Evoluzione del Concetto di Omosessualità

La psicologia contemporanea adotta un modello affermativo dell’omosessualità: una variante dello sviluppo psicosessuale, non associata ad alcun disturbo, con uno status equivalente a quello dell’eterosessualità. Arrivare a questa posizione ha però richiesto oltre un secolo. Ripercorrere quel percorso serve a capire come si costruiscono (e come si smontano) i pregiudizi. Le teorie ottocentesche e novecentesche […]

Psicolab — Evoluzione del Concetto di Omosessualità
La psicologia contemporanea adotta un modello affermativo dell’omosessualità: una variante dello sviluppo psicosessuale, non associata ad alcun disturbo, con uno status equivalente a quello dell’eterosessualità. Arrivare a questa posizione ha però richiesto oltre un secolo. Ripercorrere quel percorso serve a capire come si costruiscono (e come si smontano) i pregiudizi.
Le teorie ottocentesche e novecentesche descritte in questo articolo sono riportate a scopo storico: sono state superate dalla ricerca scientifica e oggi non hanno alcuna validità clinica. L’orientamento sessuale non è una patologia, non necessita di alcun trattamento e i tentativi di modificarlo sono dannosi e privi di fondamento scientifico.

Il punto di arrivo: il modello affermativo

Conviene partire dalla conclusione. Gli studi psicologici contemporanei sostengono un modello affermativo: l’omosessualità è intesa come un diverso orientamento di una medesima sessualità, una variante dello sviluppo psicosessuale non associata ad alcun disturbo psicopatologico.

Le persone omosessuali sono tra loro diverse esattamente come quelle eterosessuali: costituiscono un insieme eterogeneo, non un gruppo omogeneo. E non rappresentano in alcun modo un problema sociale: le difficoltà nascono dall’interazione con un ambiente che non rispetta la diversità, non dall’orientamento in sé.

È proprio di fronte a un contesto carico di pregiudizi che diventa utile un lavoro di ricostruzione storica: capire da dove viene lo stigma è il primo passo per riconoscerlo.

Le radici ottocentesche dello stigma

Per molti secoli il termine ha avuto un valore negativo: condanna, vergogna, offesa a un modello di rispettabilità che trova la propria formulazione compiuta alla fine dell’Ottocento, con l’industrializzazione.

Lo storico George Mosse, in Sessualità e nazionalismo, ha mostrato come il processo di industrializzazione abbia prodotto trasformazioni radicali di cui fu protagonista la classe borghese. Sostituendo l’antica nobiltà, essa pose a fondamento della propria autodefinizione e dell’idea nazionale l’ideale di virilità, simbolo di vitalità materiale e spirituale della nazione.

Il modello per eccellenza di virilità e bellezza fu riscoperto nelle statue maschili atletiche della Grecia antica: significativamente spogliate delle allusioni erotiche che anticamente possedevano.

Il modello borghese si caratterizzò inoltre per una rigida divisione del lavoro, in ambito economico e privato, che attribuiva grande importanza alla differenziazione tra mascolinità e femminilità. L’identificazione con quest’ordine e con la stabilità familiare permise al modello di affermarsi, tenendo sotto controllo il dinamismo sociale e condannando ogni forma “diversa” come anormale e pericolosa.

In questo quadro l’omosessualità venne condannata perché ledeva il principio di rispettabilità, che implicava una netta distinzione tra ruoli maschile e femminile e una limitazione della vita sessuale. Lo stigma, in altre parole, non nasce da una scoperta scientifica: nasce da un progetto sociale.

I medici come “custodi della normalità”

Nel corso del XIX secolo, come ha osservato Mosse, i medici si sostituirono ai ministri del culto nel ruolo di custodi della normalità. Tracciarono un confine netto tra sessualità normale e anormale, contribuendo a un inasprimento giudiziario contro comportamenti che proprio nei primi decenni del secolo cominciarono a essere designati con il termine “omosessualità”.

Alcuni esempi rendono l’idea del clima. Nel 1758 il medico Simon André Tissot pubblicò un trattato in cui sosteneva che la masturbazione (allora considerata un’anomalia) provocasse ogni sorta di malattia. Nel 1796 Johan Valentin Muller negò la necessità di distinguere tra diversi tipi di omosessualità, ritenendoli tutti generati dai medesimi vizi.

All’inizio del Novecento la concezione patologica era ancora dominante: il sessuologo berlinese Ivan Bloch attribuiva l’omosessualità a una degenerazione morale prodotta dai costumi delle città moderne. Più tardi attenuò la propria posizione distinguendo una forma congenita, da accettare come dato naturale, e una acquisita, da condannare. Anche l’attenuazione, come si vede, restava dentro la cornice del giudizio morale.

Freud: una rottura parziale

Di portata rivoluzionaria, per l’epoca, furono le posizioni di Freud, in netto disaccordo con i colleghi che attribuivano l’omosessualità a una degenerazione nervosa congenita.

La teoria degenerativa, osservava, avrebbe avuto senso solo in presenza di più gravi deviazioni riunite nella stessa persona e di una capacità di funzionamento fortemente compromessa. Nulla di tutto ciò era riscontrabile: al di là della diversa scelta dell’oggetto, Freud sottolineava anzi come in molti casi si osservassero notevole capacità intellettuale e sviluppo etico.

Nei Tre saggi sulla teoria sessuale rifiutò di scegliere tra teoria congenita e acquisita, proponendo invece un meccanismo psichico legato al modo in cui si risolve il complesso edipico. Secondo la lettura che ne dà Umberto Galimberti, l’ipotesi freudiana chiamava in causa fantasie angosciose legate alla fase edipica, e attribuiva un peso all’assenza della figura paterna e alla conseguente predominanza materna nella struttura familiare.

Va detto con chiarezza che queste ipotesi eziologiche sono state superate: la ricerca successiva non ha confermato alcun legame tra configurazione familiare e orientamento sessuale.

Resta però l’apertura più significativa del pensiero freudiano: l’idea che la scelta di un oggetto dello stesso sesso sia una possibilità presente in tutti gli esseri umani, e che l’attaccamento verso persone dello stesso sesso giochi, nella vita mentale normale, un ruolo non minore di quello verso l’altro sesso. Un’affermazione che, nel suo tempo, spostava il problema dal terreno della patologia a quello della normale variabilità.

Il ritorno del modello patologico e la sua caduta

Gli psicoanalisti successivi contestarono questa apertura, tornando a un modello patologico che attribuiva l’omosessualità a fattori ambientali. Lo stesso modello fu adottato dal DSM, il manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association: nell’edizione del 1968 l’omosessualità comparve tra i disturbi mentali.

Il cambiamento arrivò nel 1973, quando l’APA decise la rimozione dell’omosessualità in quanto tale dalla lista dei disturbi mentali, riconoscendo che non comporta alcun deterioramento del giudizio, dell’adattamento o delle abilità sociali. Restò per alcuni anni una categoria residuale legata al disagio soggettivo verso il proprio orientamento, eliminata definitivamente nelle revisioni successive del manuale.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità completò il percorso con la classificazione ICD-10, adottata all’inizio degli anni Novanta ed entrata pienamente in uso nel 1994.

Il punto che questa storia mette in luce è essenziale: il passaggio dal modello patologico a quello affermativo non è avvenuto perché siano cambiate le persone, ma perché è cambiato (sotto la pressione dei dati e del dibattito civile) lo sguardo con cui venivano osservate.

Domande frequenti

Cosa significa “modello affermativo”?

È l’approccio della psicologia contemporanea che considera l’omosessualità una variante dello sviluppo psicosessuale, non associata a disturbi e con status equivalente all’eterosessualità. Il lavoro clinico, quando richiesto, riguarda semmai le conseguenze dello stigma, non l’orientamento.

Quando l’omosessualità è stata rimossa dai manuali diagnostici?

L’American Psychiatric Association la rimosse come tale nel 1973, eliminando negli anni successivi anche la categoria residuale legata al disagio soggettivo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità completò il percorso con la classificazione entrata pienamente in uso nel 1994.

Perché lo stigma si è formato nell’Ottocento?

Perché il modello di rispettabilità borghese, fondato sull’ideale di virilità e su una rigida distinzione dei ruoli di genere, condannava come pericolosa ogni forma che lo mettesse in discussione. I medici assunsero allora il ruolo di “custodi della normalità” prima ricoperto dalle autorità religiose.

Le teorie di Freud sull’origine dell’omosessualità sono ancora valide?

No. Le ipotesi eziologiche legate alla dinamica familiare non sono state confermate dalla ricerca successiva. Conserva invece rilievo storico la sua opposizione alle teorie degenerative e l’idea che l’attrazione verso persone dello stesso sesso rientri nella normale variabilità umana.

La psicologia contemporanea adotta un modello affermativo dell’omosessualità: variante dello sviluppo psicosessuale, non associata ad alcun disturbo. Arrivarci ha richiesto oltre un secolo. Lo stigma si consolida nell’Ottocento con il modello di rispettabilità borghese fondato sull’ideale di virilità e sulla rigida distinzione dei ruoli; i medici subentrano alle autorità religiose come “custodi della normalità”. Freud rompe con le teorie degenerative e riconosce la variabilità dell’oggetto d’amore, ma le sue ipotesi eziologiche sono state superate. Dopo un ritorno del modello patologico, l’APA rimuove l’omosessualità dai disturbi nel 1973 e l’OMS completa il percorso nel 1994. La lezione: non sono cambiate le persone, è cambiato lo sguardo con cui venivano osservate.
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