Psicoterapia e Psicoanalisi

Il Lato Oscuro delle Donne di Potere

Esiste un discorso ricorrente sulle donne che raggiungono posizioni di potere: che paghino il successo professionale con l’infelicità privata, e che ciò dipenda da un eccesso della loro «parte maschile». È una lettura di matrice junghiana molto diffusa. Vale la pena esaminarla, e dire con chiarezza dove non regge. Avvertenza necessaria. Il testo originale applica […]

Psicolab — Il Lato Oscuro delle Donne di Potere
Esiste un discorso ricorrente sulle donne che raggiungono posizioni di potere: che paghino il successo professionale con l’infelicità privata, e che ciò dipenda da un eccesso della loro «parte maschile». È una lettura di matrice junghiana molto diffusa. Vale la pena esaminarla, e dire con chiarezza dove non regge.
Avvertenza necessaria. Il testo originale applica le categorie junghiane di Anima e Animus in modo fortemente stereotipato, attribuendo alle donne in posizione di comando tratti negativi presentati come conseguenza del loro ruolo. Questa impostazione non ha supporto scientifico e riproduce pregiudizi documentati: le stesse condotte assertive vengono valutate come competenza negli uomini e come freddezza o aggressività nelle donne. Riportiamo il concetto per il suo valore storico e culturale, segnalando puntualmente cosa non è sostenibile. Questo articolo ha finalità divulgative e non consente di interpretare la condizione di alcuna persona; per una sofferenza psicologica il riferimento è uno psicologo abilitato.

Il punto di partenza

Un numero crescente di donne occupa posizioni un tempo riservate agli uomini: dirigenti, imprenditrici, politiche, responsabili di reparto, primarie. Con risultati, riconosce lo stesso testo, spesso eccellenti.

L’osservazione da cui muove l’autrice è che alcune di loro, a un certo punto del percorso, riferiscano una sensazione di infelicità e di solitudine affettiva, talvolta accompagnata da conflitti familiari, sintomi depressivi, irritabilità e isolamento sociale.

Che questo accada è plausibile. È l’interpretazione che ne viene data a costituire il problema.

La categoria junghiana

Nella psicologia analitica di Jung, Anima e Animus designano componenti interne della personalità, tradizionalmente associate rispettivamente al polo femminile e a quello maschile della psiche.

L’idea di fondo è che ciascuno porti in sé entrambe le polarità e che lo sviluppo psichico richieda di riconoscere e integrare quella meno familiare: anziché lasciarla operare inconsapevolmente.

Nella lettura proposta dal testo, la donna che occupa un ruolo di potere rischierebbe di essere «posseduta dall’Animus», con conseguente soffocamento della componente femminile.

Il problema di questa applicazione

Va detto in modo diretto, perché è il punto centrale.

Il primo problema è concettuale: identificare determinazione, capacità decisionale e assertività come tratti «maschili», e sensibilità ed empatia come tratti «femminili», non descrive la psiche, descrive una convenzione culturale storicamente situata. Una donna determinata non sta esercitando una parte maschile: sta esercitando una capacità umana.

Il secondo è empirico: la ricerca sulla leadership documenta ampiamente il cosiddetto doppio vincolo. Una donna percepita come poco assertiva viene giudicata inadeguata al ruolo; una percepita come assertiva viene giudicata sgradevole. Non è una questione di equilibrio interiore mal riuscito: è un criterio di valutazione asimmetrico applicato dall’esterno.

Il terzo riguarda il linguaggio. Il testo originale ricorre a descrizioni (donne «spietate», «vampire» che sottraggono energia, «scenate isteriche») che non appartengono al lessico clinico ma a quello dello stereotipo. Il termine «isteria» in particolare ha una storia precisa: è stato per secoli lo strumento con cui la sofferenza femminile veniva squalificata anziché compresa. Non lo riproponiamo perché non aggiunge conoscenza.

Cosa resta di utile

Sgombrato il campo, restano due nuclei che meritano attenzione: validi peraltro per chiunque occupi posizioni di responsabilità, indipendentemente dal genere.

Potere e affetti

Il testo cita un’osservazione di Jung sul rapporto tra amore e volontà di potenza: dove prevale l’uno tende a ritrarsi l’altra, e ciascuno costituisce l’ombra del suo opposto.

Formulata così (senza riferimento al genere) è un’osservazione seria. Chi investe intensamente nella dimensione del controllo e del risultato può trovarsi impoverito sul piano relazionale, dove valgono altre competenze: la reciprocità, la tolleranza dell’incertezza, la disponibilità a non decidere.

La logica del “fare”

Il secondo punto valido riguarda l’abitudine a rispondere a ogni difficoltà con un’azione.

Nel lavoro è spesso ciò che serve. Ma applicata alla vita affettiva la stessa logica fallisce: non tutte le situazioni si risolvono facendo qualcosa, e alcune peggiorano proprio per l’urgenza di intervenire. Ci sono ambiti in cui l’operazione richiesta è sentire e stare, non agire.

Anche qui: non è una caratteristica femminile o maschile. È il limite di uno stile di funzionamento efficace in un contesto e controproducente in un altro, e riguarda chiunque lo abbia sviluppato per necessità professionale.

Il perfezionismo e il giudice interno

Un ultimo elemento del testo regge, a condizione di riformularlo.

La descrizione di un giudice interno severo (non ammettere errori, non sentirsi mai all’altezza, dover dimostrare costantemente forza verso l’esterno) descrive un funzionamento reale e clinicamente rilevante.

Va però collocato correttamente: chi occupa una posizione in cui è stato storicamente meno atteso subisce una pressione dimostrativa superiore, e il perfezionismo che ne deriva è in larga parte una risposta ragionevole a un ambiente esigente, non un difetto di equilibrio psichico.

Domande frequenti

Cosa sono Anima e Animus nella psicologia junghiana?

Componenti interne della personalità, associate nella tradizione junghiana ai poli femminile e maschile della psiche. L’idea è che ciascuno le porti entrambe e che lo sviluppo richieda di riconoscere e integrare quella meno familiare.

È corretto dire che le donne in carriera sono “possedute dall’Animus”?

No. Identificare determinazione e assertività come tratti maschili riflette una convenzione culturale, non un dato psicologico. Una donna determinata esercita una capacità umana, non una parte maschile.

Perché si parla di doppio vincolo per le donne in ruoli di comando?

Perché la ricerca documenta un criterio asimmetrico: chi è percepita poco assertiva viene giudicata inadeguata al ruolo, chi lo è viene giudicata sgradevole. È un problema di valutazione esterna, non di equilibrio interiore.

Cosa resta di valido in questa riflessione?

Due elementi, validi per chiunque abbia responsabilità: che un investimento intenso sul controllo e sul risultato può impoverire la dimensione relazionale, e che la logica del fare, efficace nel lavoro, fallisce dove occorre invece sentire e stare.

La lettura secondo cui le donne in posizioni di potere pagherebbero il successo con l’infelicità privata a causa di un eccesso della loro parte maschile non regge su tre piani: identificare l’assertività come tratto maschile riflette una convenzione culturale e non un dato psicologico; la ricerca documenta piuttosto un criterio di valutazione asimmetrico, per cui la stessa condotta viene letta come competenza o come freddezza a seconda di chi la esprime; e il lessico impiegato appartiene allo stereotipo, non alla clinica. Restano validi due punti, ma solo se sganciati dal genere: un investimento intenso su controllo e risultato può impoverire il piano relazionale, e la logica del fare, efficace al lavoro, fallisce dove serve sentire e restare.
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