Una contraddizione visibile
Il punto di partenza è una constatazione: le donne manifestano nella società un’identità adulta pienamente formata. Sanno comprendere, scegliere, decidere; si appassionano e si impegnano su terreni molteplici.
Eppure sulla scena politica non si notano, se non attraverso singole personalità la cui presenza sottolinea piuttosto l’eccezione.
L’autrice osserva un ulteriore aspetto: la tendenza a lasciarsi rappresentare attraverso uno sguardo maschile in parte interiorizzato. Un’attenzione al piacere più che all’essere, una realizzazione percepita per riflesso anziché per valore proprio, il culto di una bellezza stereotipata secondo modelli imposti, con la perdita dei pregi dell’autenticità che i media riproducono quotidianamente.
Il paradosso rispetto agli anni Settanta
Ripensando allo slogan «io sono mia», gridato da tante ragazze che volevano uscire da una dipendenza secolare, l’autrice si interroga sulla coesistenza attuale di due elementi apparentemente incompatibili.
Da un lato una maturità affermata, che non ha più bisogno di rivendicare. Dall’altro una regressione profonda, in cui la libertà dei costumi e la disponibilità del proprio corpo risultano funzionali a un’immagine costruita per un altro sguardo.
È una tensione che il dibattito successivo ha ampiamente indagato: la libertà di scelta e le condizioni culturali che orientano quelle scelte non sono la stessa cosa, e distinguerle è complicato proprio perché la seconda agisce dall’interno.
La crisi del linguaggio politico
La riflessione si sposta poi sulla politica stessa, e sulla sua difficoltà a dare prospettiva ai bisogni di costruzione di nuove identità sociali.
Sembra scomparso il senso della polis: lo spazio comune dove si confrontano posizioni e si costruiscono strategie per il futuro. Al suo posto si assiste a un imbarbarimento della dialettica, dove i “barbari”, secondo l’etimologia, sono coloro che non ne conoscono il linguaggio.
Il punto è preciso: la dialettica si alimenta di parole significanti, espressione di un ragionamento capace di favorire il discorso e aprire nuove possibilità d’azione. La politica, invece, non sa più parlare: le sue parole (spesso urlate per coprirne la vacuità) non riescono a dire i bisogni profondi, né a dare corpo alle speranze possibili. Soprattutto, non riescono a mostrare una prospettiva di futuro per cui valga la pena mobilitarsi.
È in questo vuoto di relazioni autentiche, e in questa sordità verso voci diverse, che l’autrice individua una delle ragioni dell’estraneità femminile alla politica.
Un circolo che si autoalimenta
Da qui emerge un meccanismo circolare, che merita di essere isolato perché è il nucleo argomentativo più solido del testo.
La rigenerazione della politica potrebbe passare dalla capacità autonoma delle donne di usare parole di senso, a partire dalla concretezza della propria condizione: parole capaci di esprimere identità e aspirazioni e insieme di prefigurare proposte di cambiamento.
Ma il fatto che ci siano così poche donne nei luoghi decisionali è precisamente ciò che impedisce a quelle competenze di esprimersi. È un circolo: l’assenza produce le condizioni della propria persistenza.
Quattro competenze necessarie
L’autrice individua quattro qualità di cui la politica avrebbe particolare bisogno:
- l’ascolto: non un generico prestare orecchio, ma lasciarsi toccare dalle richieste dell’altro nelle corde più profonde, cercando una risposta che risuoni;
- l’accoglienza: non accettazione formale, ma fare spazio perché ciò che viene da fuori possa insediarsi, contaminarci e dare origine al nuovo;
- la cura: attenzione puntigliosa e rispettosa al crescere e al rafforzarsi dell’altro;
- la creatività: la capacità generativa che, a partire da sé e attraverso l’incontro, produce il nuovo e alimenta il cambiamento.
Sono competenze particolarmente rilevanti in una polis aperta, dai ritmi veloci e dai cambiamenti continui, che richiede grande capacità ricettiva unita a una costante cura delle relazioni.
Il nodo del potere
La domanda «perché la straordinaria potenza delle donne non si fa potere?» resta, per esplicita ammissione dell’autrice, senza risposta, ed è proprio la sua apertura a renderla feconda.
Apre però una riflessione sul potere e sulle sue forme diverse:
- il potere legato all’agire, che rimanda alla concretezza delle risposte e all’impegno per migliorare l’ambiente circostante;
- il potere che nasce dalla capacità di mettere in relazione persone diverse, orientandone l’energia verso traguardi condivisi;
- il potere che deriva dalla posizione ricoperta e dalla responsabilità del ruolo.
È quest’ultima forma, osserva l’autrice, quella da cui più spesso si tende a rifuggire: per il timore della solitudine connessa al suo esercizio e per il rischio, assumendolo pienamente, di doversi trasformare fino a perdere qualcosa di sé.
Una conclusione operativa
La proposta finale è netta: quell’assunzione di responsabilità non può essere elusa. Va però cercata in forme nuove, trovando la voce per manifestare disagi e difficoltà, e costruendo relazioni che favoriscano la condivisione e rendano più leggero il gioco dei poteri.
In una società segnata da incertezza e precarietà, il contributo indicato è quello di una capacità appresa: stare nel flusso, riprogettare continuamente il proprio modo di essere, vivere il cambiamento come crescita e possibilità di reinventare l’esistenza.
È un’osservazione che vale ben oltre il tema di partenza. Chi ha dovuto imparare ad adattarsi ha sviluppato una competenza che, in un contesto instabile, diventa una risorsa collettiva: a condizione che le venga dato uno spazio in cui esercitarsi.
Domande frequenti
Qual è la contraddizione descritta nell’articolo?
Che le donne esprimono nella società un’identità adulta e competenze elevate in molti ambiti, ma restano largamente assenti dalla rappresentanza politica, salvo eccezioni che confermano la regola.
In che senso si parla di circolo vizioso?
Perché la rigenerazione della politica potrebbe passare dalle competenze che le donne porterebbero, ma la scarsa presenza nei luoghi decisionali è precisamente ciò che impedisce a quelle competenze di esprimersi: l’assenza produce le condizioni della propria persistenza.
Quali competenze vengono indicate come necessarie?
Ascolto profondo, accoglienza intesa come fare spazio a ciò che viene da fuori, cura come attenzione alla crescita dell’altro e creatività come capacità generativa. Sono competenze umane, non tratti biologicamente determinati.
Perché il potere legato al ruolo genera resistenza?
Per il timore della solitudine connessa al suo esercizio e per il rischio percepito di doversi trasformare fino a perdere qualcosa di sé. L’autrice sostiene che quell’assunzione non possa essere elusa, ma vada esercitata in forme nuove.