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Dei Delitti e delle Passioni nella Vita di Coppia

Quando il nemico è all’interno delle mura domestiche? È la domanda attorno a cui si è costruito un convegno dedicato alla violenza nella coppia, e la sua formulazione coglie ciò che rende questo fenomeno diverso da qualunque altra forma di aggressione: accade nel luogo che dovrebbe proteggere. Se stai vivendo una situazione di violenza (fisica, […]

Psicolab — Dei Delitti e delle Passioni nella Vita di Coppia
Quando il nemico è all’interno delle mura domestiche? È la domanda attorno a cui si è costruito un convegno dedicato alla violenza nella coppia, e la sua formulazione coglie ciò che rende questo fenomeno diverso da qualunque altra forma di aggressione: accade nel luogo che dovrebbe proteggere.
Se stai vivendo una situazione di violenza (fisica, sessuale, psicologica o economica) non sei sola e non è colpa tua. In Italia puoi chiamare il 1522, gratuito, anonimo e attivo 24 ore su 24, anche solo per informazioni; il 112 in caso di pericolo immediato. I centri antiviolenza del territorio offrono supporto legale e psicologico gratuito. Se sei preoccupata per la sicurezza dei tuoi figli, i servizi sociali del comune possono essere contattati direttamente. Articolo divulgativo, riferito a un’iniziativa del dicembre 2010.

Le domande poste

Il convegno, di taglio criminologico e sessuologico, partiva da una serie di interrogativi che vale la pena riportare perché delimitano bene il campo:

  • perché la violenza si genera nella coppia, e quando una coppia diventa violenta;
  • quanta complicità esiste tra i componenti nei confronti del mondo esterno;
  • quale ruolo hanno avuto le famiglie d’origine;
  • quando l’aggressività prende il posto dell’affettività;
  • dove passa il confine tra patologia e reato.

Una precisazione necessaria sulla «complicità»

Il termine, usato nel programma in riferimento al rapporto della coppia con l’esterno, richiede un chiarimento per evitare un fraintendimento grave.

L’isolamento dal mondo esterno è un elemento ricorrente nelle relazioni violente, ma non è simmetrico: nella maggior parte dei casi è prodotto attivamente da chi agisce la violenza (allontanando la partner da amici, familiari, lavoro) proprio perché riduce le possibilità di aiuto.

Descriverlo come complicità rischia di attribuire a chi lo subisce una corresponsabilità che non ha. La violenza non è un prodotto della coppia: è un comportamento di una persona verso un’altra.

I tre livelli

Il programma individuava tre direzioni in cui la violenza si manifesta, e la distinzione è utile.

La prima è quella tra i partner, che coinvolge la vita quotidiana, l’affettività e la sessualità.

La seconda è quella che dalla coppia si trasferisce ai figli.

La terza è quella che dall’interno della famiglia viene agita verso l’esterno, fino a configurare reato.

Il secondo livello

Merita un’aggiunta, perché la formulazione può essere restrittiva.

I figli non sono coinvolti soltanto quando subiscono direttamente violenza. Assistere a violenza tra le figure genitoriali è riconosciuto come una forma di violenza assistita, con effetti documentati sullo sviluppo, e in Italia costituisce una circostanza aggravante.

Non è quindi necessario che un bambino venga colpito perché sia una vittima.

Patologia e reato

La domanda sul confine tra i due piani è quella teoricamente più delicata, ed è opportuno essere chiari su un punto.

La presenza di una condizione psicopatologica può essere rilevante ai fini della valutazione della capacità di intendere e volere, ed è materia di accertamento tecnico. Ma la grande maggioranza degli autori di violenza domestica non presenta disturbi psichiatrici gravi.

Attribuire quei comportamenti a una patologia produce due effetti negativi: stigmatizza le persone con disturbi psichici, che statisticamente sono più spesso vittime che autori di violenza, e deresponsabilizza chi agisce, presentando come sintomo ciò che è una condotta.

Il passaggio sulla rabbia

La riflessione più significativa del testo riguarda però la persona che ha subito.

Viene osservato che mettere a tacere i propri sentimenti di ribellione contro i maltrattamenti è controproducente: si può sopravvivere a un’infanzia di umiliazioni, ma non si torna a vivere pienamente senza aver prima riconosciuto la rabbia e il dolore.

È un’affermazione clinicamente fondata e che vale la pena esplicitare.

Chi ha subito maltrattamenti prolungati impara spesso a sopprimere la reazione, perché esprimerla comportava conseguenze peggiori. Quella soppressione, funzionale alla sopravvivenza in quel contesto, tende però a mantenersi anche dopo, e impedisce di riconoscere come ingiusto ciò che si è attraversato.

Riconoscere la rabbia non significa agirla: significa ammettere che c’era motivo di provarla. È un passaggio che nei percorsi di elaborazione risulta spesso decisivo, e che precede qualunque possibilità di ricostruzione.

Il ruolo di chi cura

Il programma poneva anche la domanda su quale sia il ruolo dello psicoterapeuta di fronte a queste situazioni.

Una risposta di principio, oggi condivisa: in presenza di violenza in atto la priorità non è terapeutica ma di sicurezza.

Ne discende un’indicazione operativa importante: la terapia di coppia è controindicata quando è presente violenza, perché presuppone una parità tra le parti che in quel contesto non esiste, e perché ciò che emerge in seduta può esporre chi la subisce a ritorsioni.

È lo stesso principio per cui la mediazione familiare è esclusa nei casi di violenza dalla Convenzione di Istanbul.

Domande frequenti

L’isolamento della coppia è un segnale?

Sì, ed è ricorrente. Va però precisato che di norma non è reciproco: viene prodotto attivamente da chi agisce la violenza, allontanando la partner da amici, familiari e lavoro, perché riduce le possibilità di aiuto.

I figli sono coinvolti solo se subiscono violenza diretta?

No. Assistere a violenza tra le figure genitoriali costituisce violenza assistita, con effetti documentati sullo sviluppo, e in Italia rappresenta una circostanza aggravante.

Chi agisce violenza domestica ha un disturbo psichiatrico?

Nella grande maggioranza dei casi no. Attribuire questi comportamenti a una patologia stigmatizza le persone con disturbi psichici (più spesso vittime che autori) e deresponsabilizza chi agisce.

La terapia di coppia è indicata in presenza di violenza?

No, è controindicata. Presuppone una parità tra le parti che in quel contesto non esiste, e quanto emerge in seduta può esporre chi subisce a ritorsioni. Vale lo stesso principio che esclude la mediazione familiare.

La violenza nella coppia si articola su tre livelli (tra i partner, verso i figli, verso l’esterno) con una precisazione importante sul secondo: assistere alla violenza è già subirla, e non serve che un bambino venga colpito perché sia una vittima. Due chiarimenti sono necessari rispetto alla formulazione originale: l’isolamento non è complicità ma è prodotto attivamente da chi agisce, e la grande maggioranza degli autori non presenta disturbi psichiatrici. Resta invece pienamente valida l’osservazione sulla rabbia: chi ha subito impara a sopprimere la reazione perché esprimerla era pericoloso, e riconoscere che c’era motivo di provarla è ciò che rende possibile ricominciare.
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