Le domande poste
Il convegno, di taglio criminologico e sessuologico, partiva da una serie di interrogativi che vale la pena riportare perché delimitano bene il campo:
- perché la violenza si genera nella coppia, e quando una coppia diventa violenta;
- quanta complicità esiste tra i componenti nei confronti del mondo esterno;
- quale ruolo hanno avuto le famiglie d’origine;
- quando l’aggressività prende il posto dell’affettività;
- dove passa il confine tra patologia e reato.
Una precisazione necessaria sulla «complicità»
Il termine, usato nel programma in riferimento al rapporto della coppia con l’esterno, richiede un chiarimento per evitare un fraintendimento grave.
L’isolamento dal mondo esterno è un elemento ricorrente nelle relazioni violente, ma non è simmetrico: nella maggior parte dei casi è prodotto attivamente da chi agisce la violenza (allontanando la partner da amici, familiari, lavoro) proprio perché riduce le possibilità di aiuto.
Descriverlo come complicità rischia di attribuire a chi lo subisce una corresponsabilità che non ha. La violenza non è un prodotto della coppia: è un comportamento di una persona verso un’altra.
I tre livelli
Il programma individuava tre direzioni in cui la violenza si manifesta, e la distinzione è utile.
La prima è quella tra i partner, che coinvolge la vita quotidiana, l’affettività e la sessualità.
La seconda è quella che dalla coppia si trasferisce ai figli.
La terza è quella che dall’interno della famiglia viene agita verso l’esterno, fino a configurare reato.
Il secondo livello
Merita un’aggiunta, perché la formulazione può essere restrittiva.
I figli non sono coinvolti soltanto quando subiscono direttamente violenza. Assistere a violenza tra le figure genitoriali è riconosciuto come una forma di violenza assistita, con effetti documentati sullo sviluppo, e in Italia costituisce una circostanza aggravante.
Non è quindi necessario che un bambino venga colpito perché sia una vittima.
Patologia e reato
La domanda sul confine tra i due piani è quella teoricamente più delicata, ed è opportuno essere chiari su un punto.
La presenza di una condizione psicopatologica può essere rilevante ai fini della valutazione della capacità di intendere e volere, ed è materia di accertamento tecnico. Ma la grande maggioranza degli autori di violenza domestica non presenta disturbi psichiatrici gravi.
Attribuire quei comportamenti a una patologia produce due effetti negativi: stigmatizza le persone con disturbi psichici, che statisticamente sono più spesso vittime che autori di violenza, e deresponsabilizza chi agisce, presentando come sintomo ciò che è una condotta.
Il passaggio sulla rabbia
La riflessione più significativa del testo riguarda però la persona che ha subito.
Viene osservato che mettere a tacere i propri sentimenti di ribellione contro i maltrattamenti è controproducente: si può sopravvivere a un’infanzia di umiliazioni, ma non si torna a vivere pienamente senza aver prima riconosciuto la rabbia e il dolore.
È un’affermazione clinicamente fondata e che vale la pena esplicitare.
Chi ha subito maltrattamenti prolungati impara spesso a sopprimere la reazione, perché esprimerla comportava conseguenze peggiori. Quella soppressione, funzionale alla sopravvivenza in quel contesto, tende però a mantenersi anche dopo, e impedisce di riconoscere come ingiusto ciò che si è attraversato.
Riconoscere la rabbia non significa agirla: significa ammettere che c’era motivo di provarla. È un passaggio che nei percorsi di elaborazione risulta spesso decisivo, e che precede qualunque possibilità di ricostruzione.
Il ruolo di chi cura
Il programma poneva anche la domanda su quale sia il ruolo dello psicoterapeuta di fronte a queste situazioni.
Una risposta di principio, oggi condivisa: in presenza di violenza in atto la priorità non è terapeutica ma di sicurezza.
Ne discende un’indicazione operativa importante: la terapia di coppia è controindicata quando è presente violenza, perché presuppone una parità tra le parti che in quel contesto non esiste, e perché ciò che emerge in seduta può esporre chi la subisce a ritorsioni.
È lo stesso principio per cui la mediazione familiare è esclusa nei casi di violenza dalla Convenzione di Istanbul.
Domande frequenti
L’isolamento della coppia è un segnale?
Sì, ed è ricorrente. Va però precisato che di norma non è reciproco: viene prodotto attivamente da chi agisce la violenza, allontanando la partner da amici, familiari e lavoro, perché riduce le possibilità di aiuto.
I figli sono coinvolti solo se subiscono violenza diretta?
No. Assistere a violenza tra le figure genitoriali costituisce violenza assistita, con effetti documentati sullo sviluppo, e in Italia rappresenta una circostanza aggravante.
Chi agisce violenza domestica ha un disturbo psichiatrico?
Nella grande maggioranza dei casi no. Attribuire questi comportamenti a una patologia stigmatizza le persone con disturbi psichici (più spesso vittime che autori) e deresponsabilizza chi agisce.
La terapia di coppia è indicata in presenza di violenza?
No, è controindicata. Presuppone una parità tra le parti che in quel contesto non esiste, e quanto emerge in seduta può esporre chi subisce a ritorsioni. Vale lo stesso principio che esclude la mediazione familiare.