Il film
«Le ali della libertà» di Frank Darabont, del 1994, è tratto da un racconto di Stephen King e narra di un ex funzionario di banca condannato all’ergastolo per un delitto che non ha commesso.
Nel corso di vent’anni di detenzione l’uomo ricostruisce la biblioteca del carcere, ottiene finanziamenti scrivendo lettere ostinate, fa conseguire diplomi ad altri detenuti, e prepara la propria evasione.
La voce narrante appartiene a un altro detenuto, che rimane dentro e osserva.
Il personaggio che il film capisce meglio
Non è il protagonista. È l’anziano bibliotecario che, scarcerato dopo cinquant’anni, non regge la libertà.
Il film gli attribuisce una condizione che ha un nome preciso: l’istituzionalizzazione, descritta come effetto delle organizzazioni che assorbono per intero la vita di chi vi risiede.
Il meccanismo è documentato. Un ambiente in cui ogni decisione è presa da altri (quando alzarsi, cosa mangiare, dove stare) produce nel tempo la perdita delle capacità di scelta e di iniziativa, non per debolezza individuale ma per disuso.
Vi si aggiunge la mortificazione dell’identità: la sostituzione del nome con un numero, la perdita degli oggetti personali, l’assenza di uno spazio privato. Chi resta a lungo in quelle condizioni ricostruisce la propria identità attorno al ruolo disponibile, che è quello di detenuto.
Il momento della scarcerazione
Il dato che il film anticipa e che le statistiche confermano è che il rilascio è un momento ad altissimo rischio.
La mortalità nelle settimane immediatamente successive alla scarcerazione è molto superiore a quella attesa, con cause che includono il suicidio e l’assunzione di sostanze dopo un periodo di astinenza forzata.
Le ragioni sono identificabili: assenza di alloggio e di reddito, interruzione dei legami, e la difficoltà di riprendere decisioni che per anni non si sono prese.
È il motivo per cui gli interventi che funzionano non riguardano il periodo di detenzione ma la continuità: accompagnamento che comincia prima dell’uscita e prosegue dopo.
La cultura salva davvero?
Su questo la risposta è affermativa, con una precisazione importante.
Le rassegne sui programmi educativi in carcere indicano una riduzione consistente della recidiva fra chi vi partecipa, e migliori probabilità di occupazione dopo il rilascio. È uno dei risultati più solidi in un campo in cui pochi interventi funzionano.
Il rapporto costi-benefici è ampiamente favorevole rispetto alla sola detenzione.
La precisazione riguarda il meccanismo. L’effetto non deriva dal contenuto sublime di ciò che si studia, ma da elementi più concreti: acquisire competenze spendibili, sperimentare un ambito in cui si riesce, avere un ruolo diverso da quello di detenuto, e mantenere una struttura temporale.
È una precisazione utile perché la versione romantica (la bellezza che redime) non è verificabile e sposta l’attenzione dagli investimenti che servirebbero.
Il limite della storia
Va detto anche ciò che il film, per struttura narrativa, non può dire.
Il protagonista dispone di risorse eccezionali: istruzione superiore, competenze professionali richieste, e (nella finzione) l’innocenza.
La popolazione detenuta reale ha caratteristiche molto diverse: bassa scolarità, alta prevalenza di disturbi psichici e di dipendenze, provenienza da contesti svantaggiati.
Una narrazione centrata su chi ce la fa grazie a doti individuali rischia di suggerire che chi non ce la fa non abbia voluto abbastanza. È lo stesso schema già osservato altrove, e va nominato.
Sulla speranza
Il finale insiste sulla speranza, e vale la pena precisarne il significato empirico, perché non coincide con l’ottimismo.
La speranza, nella formulazione più usata in ricerca, è composta da due elementi: la capacità di individuare percorsi verso un obiettivo, e la convinzione di poterli percorrere.
Non è dunque un’attesa fiduciosa, ed è questo che la distingue dall’ottimismo generico: contiene un piano.
Il protagonista del film corrisponde esattamente a questa definizione (scava per vent’anni) e la distinzione ha una conseguenza pratica: in condizioni difficili, l’attesa che le cose migliorino è associata a esiti peggiori, mentre l’individuazione di un’azione possibile, anche minima, è associata a esiti migliori.
Domande frequenti
Cos’è l’istituzionalizzazione?
La perdita delle capacità di scelta e iniziativa in chi vive a lungo in un ambiente dove ogni decisione è presa da altri. Non è debolezza individuale: è disuso, accompagnato dalla mortificazione dell’identità.
La scarcerazione è un momento a rischio?
Sì, molto: la mortalità nelle settimane successive è nettamente superiore all’attesa. Funziona un accompagnamento che inizia prima dell’uscita e prosegue dopo, non il solo periodo di detenzione.
L’istruzione in carcere riduce la recidiva?
Sì, in misura consistente, con migliori probabilità di occupazione. L’effetto deriva da competenze spendibili, da un ambito in cui si riesce e da un ruolo diverso da quello di detenuto.
Che differenza c’è fra speranza e ottimismo?
La speranza contiene un piano: individuare percorsi verso un obiettivo e credere di poterli percorrere. L’attesa fiduciosa che le cose migliorino è associata a esiti peggiori.