I fatti
La ricerca fu condotta dallo psicologo sociale Milton Rokeach in un ospedale psichiatrico del Michigan, a partire dal 1959, e proseguì per circa due anni. Il resoconto fu pubblicato nel 1964.
Tre pazienti con una convinzione delirante analoga (ciascuno riteneva di essere Cristo) furono collocati insieme, con incontri quotidiani strutturati, nell’ipotesi che il confronto diretto con altri che avanzavano la stessa pretesa producesse una revisione.
Non accadde. Ciascuno mantenne la propria convinzione e spiegò gli altri due in modo compatibile con essa: erano malati, oppure macchine, oppure impostori.
Perché non poteva funzionare
Il risultato è coerente con ciò che si sa sui deliri, e vale la pena esplicitarlo perché ha ricadute pratiche.
Un delirio non è un’opinione errata: è una convinzione che non si modifica di fronte all’evidenza contraria, ed è precisamente questa caratteristica a definirlo.
Le informazioni discordanti non vengono ignorate: vengono incorporate. Ogni elemento che dovrebbe smentire viene reinterpretato in modo da confermare, e più l’evidenza è forte più l’elaborazione che la neutralizza diventa articolata.
Ne segue l’indicazione clinica corrente: non si discute il contenuto di un delirio, né lo si asseconda. Si lavora sul disagio che produce e sul funzionamento della persona, mantenendo una relazione in cui il disaccordo sia sostenibile.
La questione etica
Va detta esplicitamente, perché è la ragione per cui questo studio viene oggi citato.
Tre persone in condizione di ricovero, prive di reale possibilità di rifiutare, furono esposte per due anni a una situazione costruita per metterle in difficoltà.
Rokeach stesso, nella riedizione successiva del libro, riconobbe di non averne avuto il diritto e scrisse di aver manipolato le vite dei partecipanti senza giustificazione sufficiente.
Uno studio così oggi non sarebbe autorizzato: mancano consenso valido, rapporto favorevole fra rischi e benefici e possibilità di ritirarsi, i tre requisiti che sono stati sviluppati proprio in risposta a ricerche di questo tipo.
È utile ricordarlo perché l’aneddoto viene spesso raccontato come curiosità brillante, e non lo è.
Due letture da respingere
Il testo originale propone due interpretazioni che vanno corrette.
La prima riguarda l’accostamento fra convinzioni deliranti e identità costruite sui social network. Sono fenomeni di natura diversa: chi si presenta online in modo selettivo o inventato sa di farlo, e questa consapevolezza è esattamente ciò che manca nel delirio. L’accostamento suggerisce che un disturbo psicotico sia una versione estrema di un comportamento ordinario, e alimenta lo stigma senza spiegare nulla.
La seconda riguarda l’attribuzione del delirio a una cultura che negherebbe il corpo. I disturbi psicotici hanno determinanti multiple, con una componente di vulnerabilità individuale che interagisce con fattori ambientali documentati: esperienze avverse precoci, uso di alcune sostanze, discriminazione, ambiente urbano. Ridurli a una causa culturale non corrisponde ai dati.
Cosa il caso mostra davvero
Se si cerca un principio generale, ce n’è uno solido e non riguarda la psicosi.
Anche fuori dai contesti clinici, la contraddizione diretta di una convinzione centrale per l’identità di una persona tende a rafforzarla, non a scalfirla.
Il meccanismo è documentato in ambiti politici e sociali: chi vede attaccata una posizione che sente costitutiva di sé impiega le proprie risorse cognitive per difenderla, e quanto più è competente tanto meglio ci riesce.
Ciò che funziona, quando funziona, è diverso: ridurre la minaccia all’identità prima di discutere il contenuto. È un’indicazione modesta e con un supporto migliore di quello di qualunque strategia di confutazione.
Domande frequenti
L’esperimento funzionò?
No. Ciascuno mantenne la propria convinzione spiegando gli altri due in modo compatibile con essa. È coerente con la definizione stessa di delirio.
Perché non si discute un delirio?
Perché è una convinzione che non si modifica di fronte all’evidenza contraria: le informazioni discordanti vengono reinterpretate. Si lavora sul disagio e sul funzionamento, senza contraddire né assecondare.
Uno studio così sarebbe possibile oggi?
No: mancano consenso valido, rapporto favorevole fra rischi e benefici e possibilità di ritirarsi. Lo stesso autore riconobbe in seguito di non averne avuto il diritto.
I profili falsi online sono una forma di delirio?
No. Chi costruisce un’identità online sa di farlo, e questa consapevolezza è ciò che manca nel delirio. L’accostamento alimenta lo stigma senza spiegare nulla.