Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Corde Alte e Formazione Esperienziale

Appesi a dieci metri da terra si scopre una cosa poco intuitiva: se per non cadere ci si affida alle proprie braccia anziché all’imbragatura, si è destinati a perdere. La forza personale si esaurisce, quella del moschettone no. È da questa constatazione fisica che nasce il valore formativo delle attività a corde alte. Articolo divulgativo, […]

Psicolab — Corde Alte e Formazione Esperienziale
Appesi a dieci metri da terra si scopre una cosa poco intuitiva: se per non cadere ci si affida alle proprie braccia anziché all’imbragatura, si è destinati a perdere. La forza personale si esaurisce, quella del moschettone no. È da questa constatazione fisica che nasce il valore formativo delle attività a corde alte.
Articolo divulgativo, che riporta l’esperienza diretta dell’autore. Le attività descritte richiedono strutture certificate, attrezzatura conforme e istruttori qualificati, e non vanno improvvisate. Non sono indicate per chiunque: la partecipazione deve essere volontaria e preceduta da una valutazione delle condizioni fisiche e psicologiche.

Di cosa si tratta

Le esperienze outdoor a corde alte si svolgono a circa dieci-dodici metri dal suolo, su elementi come trapezio, muro sospeso mobile, ponte tibetano, ponte birmano.

Comportano una forte componente di sfida (individuale, di coppia, di squadra) e mettono la persona di fronte ai propri limiti, percepiti o autoimposti, e alle proprie paure.

Vengono impiegate in contesti formativi che richiedono un coinvolgimento emotivo diretto, in particolare su leadership, gestione del cambiamento e lavoro per obiettivi.

Uno scetticismo iniziale

L’autore racconta di essere partito dubbioso: non riusciva a collegare uno strumento del genere alle dinamiche aziendali.

È un’obiezione ragionevole, ed è il motivo per cui vale la pena seguire il resoconto: il valore di questi percorsi non sta nell’attività in sé, ma in cosa se ne ricava dopo.

Il primo giorno: fiducia e delega

L’approccio è stato graduale. La prima giornata si è svolta su percorsi bassi, per prendere confidenza con la struttura e con le procedure di sicurezza.

Già dopo il primo giro, però, è stato introdotto un elemento di complessità: percorrere il tragitto bendati, guidati unicamente dalla voce di un compagno.

Il dettaglio più interessante è che, pur trovandosi a pochi metri o addirittura centimetri da terra, il livello di stress si è alzato notevolmente, e non necessariamente in chi era bendato.

Cosa emerge

L’esercizio mette in gioco tre temi:

  • la fiducia, nei sistemi di sicurezza, metafora dell’organizzazione;
  • la leadership, intesa come capacità di assumersi la responsabilità della sicurezza altrui;
  • la delega, qui letteralmente delega della funzione visiva a un’altra persona.

L’osservazione riportata da una partecipante è la più significativa: girare bendata l’aveva rilassata, perché si era affidata alla guida e si era lasciata condurre.

È un ribaltamento che vale la pena registrare: la responsabilità continua è faticosa, e cederla in condizioni sicure può essere un sollievo.

Il secondo giorno: il controllo

Percorso di media difficoltà tra i cinque e i dieci metri, con passaggi impegnativi sia fisicamente sia psicologicamente, e con prove aggiuntive (bendaggi, camminate all’indietro) introdotte dai formatori.

Qui emerge il nucleo concettuale del percorso.

Il paradosso della forza

Provare a lasciarsi andare appesi a dieci metri, affidandosi a moschettoni e cavo d’acciaio, produce un effetto preciso: senza fiducia non è possibile restare calmi.

E la formulazione centrale: senza abituarsi a perdere il controllo, non c’è modo di recuperarlo.

La ragione è meccanica, e questo la rende convincente. Chi per non cadere si affida alle proprie braccia anziché all’attrezzatura è destinato a cedere, perché la forza personale ha un limite mentre quella del sistema di sicurezza no.

Tradotto: l’organizzazione ha spalle più larghe del singolo, e farsi carico di tutto porta prima o poi a perdere il controllo di gran parte, che lo si voglia o no. Meglio allora cederlo quando e come si decide.

Limite ed empowerment

Due ulteriori concetti emergono dai briefing.

La ricerca del proprio limite: definire un obiettivo realistico ma sfidante, stabilire le regole entro cui muoversi, provare. Spesso riuscendo, talvolta scoprendo che l’obiettivo è fuori portata, ma avendo provato.

L’empowerment, che si realizza attraverso due condizioni precise: essere messi nelle condizioni di osare e disporre del supporto del sistema di cui si fa parte.

L’autore riporta di aver visto persone con problemi di vertigini superare limiti che ritenevano invalicabili grazie al sostegno del gruppo, fisico e morale. Ed è la dimostrazione più concreta di quel principio: nessuna delle due condizioni, da sola, sarebbe bastata.

L’esercizio che sembrava inutile

L’ultimo esercizio (una teleferica sopra la valle) era quello che l’autore giudicava privo di valore formativo: piacevole per chi ama l’altezza, terrorizzante per gli altri.

Anche qui, invece, torna il tema del controllo. Affidarsi all’attrezzatura permette di godersi il percorso; voler controllare ciò che non è materialmente controllabile risulta controproducente.

Con un dettaglio tecnico eloquente: stringere troppo, usando eccessiva forza, rischia di attorcigliare i cavi dell’imbragatura e di provocare danni.

Il tentativo di controllo non è solo inutile: è la fonte del problema.

I temi trattati

Il bilancio conclusivo elenca gli ambiti su cui il percorso ha lavorato: essere leader, gestire lo stress, avere fiducia, delegare e cedere il controllo, riconoscere il proprio limite, abilitare l’empowerment, collaborare.

Con una condizione posta esplicitamente, e che è la più importante di tutte: le attività funzionano purché siano seguite da briefing specifici e contestualizzati.

Senza quella rielaborazione, un percorso di questo tipo resta un’esperienza intensa e nulla più. È la differenza tra fare qualcosa di memorabile e imparare qualcosa.

Domande frequenti

Cosa sono le attività a corde alte?

Percorsi outdoor a dieci-dodici metri di altezza (trapezio, ponti sospesi, muri mobili) usati in formazione per lavorare su fiducia, leadership, gestione dello stress e limiti personali.

Perché affidarsi all’attrezzatura anziché alla propria forza?

Perché la forza personale ha un limite e si esaurisce, quella del sistema di sicurezza no. È la metafora fisica del rapporto tra individuo e organizzazione.

Cosa si intende per empowerment in questo contesto?

Il concorso di due condizioni: essere messi nelle condizioni di osare e disporre del supporto del sistema di cui si fa parte. Nessuna delle due, da sola, produce l’effetto.

Cosa rende formativa un’esperienza di questo tipo?

Il briefing successivo. Senza una rielaborazione specifica e contestualizzata, l’attività resta un’esperienza intensa senza apprendimento: è la differenza tra ciò che è memorabile e ciò che insegna.

Il valore formativo delle corde alte sta in una constatazione fisica che diventa concettuale: chi per non cadere si affida alle proprie braccia anziché all’imbragatura è destinato a cedere, perché la forza individuale si esaurisce mentre quella del sistema no. Da lì i temi che emergono, fiducia, delega, e soprattutto l’idea che senza abituarsi a perdere il controllo non si riesca a recuperarlo. L’empowerment osservato richiede due condizioni insieme: essere messi in condizione di osare e avere il supporto del gruppo. Ma la condizione decisiva è un’altra, e vale per qualunque formazione esperienziale: senza briefing di rielaborazione resta solo un’esperienza intensa.
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