Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

I rischi del “Perché … ?"

«Perché non riesci a dirlo?» sembra una domanda di interesse. Chi la riceve, in un momento difficile, la sente spesso come un’altra cosa: la conferma che il difetto esista e che ora vada spiegato. La situazione Il testo circoscrive con precisione l’ambito: quelle occasioni in cui un amico, un familiare o un collega confida una […]

Psicolab — I rischi del “Perché … ?"
«Perché non riesci a dirlo?» sembra una domanda di interesse. Chi la riceve, in un momento difficile, la sente spesso come un’altra cosa: la conferma che il difetto esista e che ora vada spiegato.

La situazione

Il testo circoscrive con precisione l’ambito: quelle occasioni in cui un amico, un familiare o un collega confida una difficoltà e cerca, direttamente o meno, aiuto.

In quelle circostanze chi parla si trova in uno stato di confusione, e non è in grado di guardare i fatti da una prospettiva nuova.

Da qui l’osservazione centrale: proprio per la delicatezza del momento, chi ascolta ha il compito di adottare modalità linguistiche diverse da quelle abituali.

Cosa fa quella domanda

Il testo individua due effetti, entrambi fondati.

Il primo: suona come una richiesta di giustificazione

Chiedere il perché di un comportamento può essere percepito come critica o come indagine, anche in assenza di qualunque intenzione in tal senso.

Vale la pena aggiungere il motivo linguistico: nell’uso ordinario quella formula compare molto spesso in contesti di rimprovero (perché non hai chiamato, perché l’hai fatto) e chi la riceve reagisce a quell’associazione prima che al contenuto.

La conseguenza tipica è una risposta difensiva: si spiega, ci si giustifica, si argomenta. E chi si giustifica è impegnato a difendere la propria posizione, non a esaminarla.

Il secondo: conferma la premessa

È l’osservazione più acuta del testo, e merita di essere svolta.

Quando qualcuno dice di sé «non riesco mai a dire quello che penso, sono proprio stupido», chiedere perché non ci riesca ha un effetto preciso: accetta la descrizione e ne chiede le cause.

Il messaggio implicito è che quanto affermato è vero, e che resta solo da spiegarne le ragioni.

Il testo lo formula bene: a quel punto si è in due a ritenere che quella persona sia incapace, o almeno così viene percepito.

Le alternative

Le formulazioni proposte sono tre, e sono efficaci.

  • «Cosa accade, di preciso, per cui…?»
  • «Che genere di…?»
  • «Cosa accade quando…?»

Perché funzionano

Il testo indica i vantaggi e vale la pena renderli espliciti.

Il primo è che circoscrivono. Chiedere in quali circostanze precise una cosa accade sposta il discorso da una caratteristica permanente della persona a un comportamento situato.

È una differenza sostanziale: «sono uno che non riesce a parlare» non è modificabile; «in riunione, quando c’è il responsabile, non intervengo» lo è.

Il secondo è che quelle domande presuppongono variabilità. Chiedere quando accade implica che non accada sempre, e questa implicazione, contenuta nella forma della domanda e non affermata, è più efficace di qualunque rassicurazione.

Se poi la persona risponde indicando una circostanza, ha già smentito da sé la propria generalizzazione, senza che nessuno l’abbia contraddetta.

Il terzo è che sono domande a cui si può rispondere. Il perché di un comportamento è spesso ignoto anche a chi lo mette in atto, e domandarlo produce ipotesi improvvisate o silenzio imbarazzato. Cosa accade, invece, è osservabile.

Un’aggiunta utile

Al repertorio proposto conviene aggiungere una domanda che il testo non menziona e che è tra le più efficaci: chiedere le eccezioni.

«Ti è mai capitato di riuscirci?» oppure «c’è qualche situazione in cui succede meno?».

Le eccezioni esistono quasi sempre e passano inosservate proprio perché non confermano la descrizione che una persona dà di sé. Portarle alla luce fornisce, oltre a una smentita, un’informazione operativa: cosa era diverso in quelle occasioni.

Quando invece va bene

Una precisazione che il testo non fa: la domanda sul perché non è problematica in sé.

In un contesto tecnico o informativo (perché questo componente si è rotto, perché la procedura prevede questo passaggio) è appropriata e non produce alcun effetto difensivo, perché non riguarda una persona.

Il problema si presenta quando ha per oggetto il comportamento di qualcuno, e tanto più se quel qualcuno si trova già in difficoltà.

Il punto conclusivo

Il testo chiude osservando che l’attenzione costante a ciò che si dice può essere stancante, ma che è altrettanto stancante lasciare gli effetti della comunicazione al caso.

Vale la pena precisare in che misura: nessuno può monitorare ogni frase, e il tentativo di farlo rende artificiale la conversazione.

Ciò che è realistico è una sola sostituzione, praticata finché diventa automatica. Sostituire la domanda sul perché con la domanda su cosa accade è un cambiamento minimo e sufficiente: non richiede attenzione continua e modifica una quantità sorprendente di conversazioni.

Domande frequenti

Perché chiedere «perché» mette sulla difensiva?

Perché nell’uso ordinario quella formula compare spesso nei rimproveri, e chi la riceve reagisce all’associazione prima che al contenuto. La risposta tipica è una giustificazione, e chi si giustifica difende la propria posizione anziché esaminarla.

Qual è l’effetto peggiore?

Accettare la premessa. Se qualcuno dice di essere incapace e gli si chiede perché lo sia, si conferma la descrizione e se ne chiedono solo le cause.

Cosa chiedere al suo posto?

Cosa accade di preciso, in quali circostanze, cosa succede quando. Sono domande che circoscrivono, presuppongono variabilità e a cui si può effettivamente rispondere.

La domanda sul perché è sempre da evitare?

No. In contesti tecnici o informativi è appropriata, perché non riguarda una persona. Il problema si presenta quando ha per oggetto il comportamento di qualcuno in difficoltà.

L’effetto meno evidente di quella domanda è il più dannoso: chiedere a qualcuno perché sia incapace di fare qualcosa accetta la descrizione che ha dato di sé e ne chiede solo le cause, e in quel momento si è in due a ritenerla vera. Le alternative funzionano per tre ragioni: circoscrivono un comportamento invece di descrivere una persona, presuppongono che non accada sempre, e sono domande a cui si può davvero rispondere, mentre il perché di un comportamento è spesso ignoto anche a chi lo mette in atto. Basta una sola sostituzione, praticata finché diventa automatica.
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