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Comunicazione e Problem Solving Strategico

Esiste una differenza tra una comunicazione che spiega e una che induce a fare. È la distinzione su cui si regge l’approccio strategico, e insieme il punto in cui questo approccio solleva le domande più delicate. Nota di contesto: il testo si riferisce a workshop svoltisi nel 2011; date e riferimenti non sono attuali. Precisazione […]

Psicolab — Comunicazione e Problem Solving Strategico
Esiste una differenza tra una comunicazione che spiega e una che induce a fare. È la distinzione su cui si regge l’approccio strategico, e insieme il punto in cui questo approccio solleva le domande più delicate.
Nota di contesto: il testo si riferisce a workshop svoltisi nel 2011; date e riferimenti non sono attuali. Precisazione di merito: le tecniche descritte, quando applicate in ambito clinico, sono di competenza esclusiva di psicoterapeuti abilitati. Articolo divulgativo, non promozionale.

Il modello

Il problem solving strategico è presentato come applicabile a qualunque tipologia di problema e ad ambiti molto diversi tra loro.

L’obiettivo dichiarato non è il cambiamento inteso come concetto generico, ma il cambiamento strategico: il raggiungimento di scopi definiti nel modo più efficace ed efficiente.

Ne discende la formula che sintetizza l’approccio: risolvere problemi complessi mediante soluzioni semplici.

La logica sottostante

L’elemento interessante è che le difficoltà umane vengano trattate come problemi a cui applicare procedimenti logici rigorosi e insieme creativi.

È un’impostazione che ha un vantaggio pratico riconoscibile: sposta l’attenzione da cosa abbia originato una situazione a cosa la mantenga, e quindi a cosa possa interromperla.

Le domande cambiano di conseguenza: non «da dove viene questo problema» ma «cosa si sta facendo per risolverlo che invece lo conferma».

Le due componenti

Il testo insiste su un punto: logica del problem solving e linguaggio sono le due anime dell’approccio, e nessuna funziona senza l’altra.

La ragione è comprensibile. Individuare la soluzione corretta non serve se la persona non la mette in atto, e la disponibilità a farlo dipende da come la proposta viene formulata.

La comunicazione strategica

Viene descritta come l’uso del linguaggio verbale, paraverbale e non verbale per ottenere non solo comprensione razionale ma un effetto suggestivo.

Il riferimento è alla distinzione tra un linguaggio descrittivo, che spiega, e uno performativo, che produce un effetto nel momento stesso in cui viene pronunciato.

È una distinzione linguistica solida: alcune espressioni non descrivono uno stato di cose ma lo istituiscono, e questa differenza è documentata indipendentemente da qualunque applicazione clinica.

Il dialogo strategico

Viene presentato come una tecnica per condurre un singolo colloquio in modo da produrre cambiamenti nell’interlocutore.

L’ambizione dichiarata è trasformare il primo incontro da momento conoscitivo a intervento effettivo.

Il presupposto (che le domande poste non siano neutre rispetto a ciò che raccolgono) è corretto e ampiamente riconosciuto: una domanda orienta l’attenzione, e ciò che viene messo a fuoco cambia la rappresentazione della situazione.

La questione della suggestione

Il testo afferma che ogni atto comunicativo è prima di tutto non verbale, e che di conseguenza è impossibile evitare di influenzare o essere influenzati.

La premessa è corretta e coincide con quanto già affermato dalla pragmatica della comunicazione: non si può non comunicare, e quindi non si può non produrre effetti.

Dove serve una distinzione

Dalla constatazione che l’influenza sia inevitabile, però, non discende che ogni uso dell’influenza sia equivalente. Ed è qui che il ragionamento richiede un’aggiunta.

Un conto è riconoscere che il modo di comunicare incide, e curarlo perché il messaggio arrivi. Un altro è impiegare tecniche progettate per ottenere adesione aggirando la valutazione dell’interlocutore.

La differenza non sta nell’efficacia ma nella reversibilità: una comunicazione che convince lascia alla persona la possibilità di cambiare idea quando dispone di nuovi elementi; una che suggestiona la riduce.

In un contesto clinico, dove esiste una richiesta esplicita di aiuto e un mandato professionale, la questione è regolata dalla deontologia. In ambito commerciale o organizzativo (dove il testo esplicitamente propone di applicare le stesse tecniche) quel presidio non c’è.

Cosa resta utilizzabile

Al netto di questa riserva, alcuni elementi hanno valore generale:

  • concentrarsi sui tentativi di soluzione che mantengono il problema, anziché sulle sue origini;
  • riconoscere che una soluzione corretta ma non praticabile non è una soluzione;
  • trattare il primo colloquio come già parte dell’intervento, e non come raccolta preliminare;
  • curare la forma della comunicazione come parte del contenuto, non come ornamento.

Domande frequenti

Cosa caratterizza il problem solving strategico?

Lo spostamento dell’attenzione da cosa abbia originato un problema a cosa lo mantenga: in particolare ai tentativi di soluzione che finiscono per confermarlo.

Cosa distingue linguaggio descrittivo e performativo?

Il primo spiega uno stato di cose, il secondo produce un effetto nel momento in cui viene pronunciato. È una distinzione linguistica documentata, indipendente da qualunque applicazione clinica.

Perché il primo colloquio è considerato già intervento?

Perché le domande poste non sono neutre: orientano l’attenzione, e ciò che viene messo a fuoco modifica la rappresentazione della situazione.

L’influenza è inevitabile, quindi ogni uso è equivalente?

No. Una comunicazione che convince lascia alla persona la possibilità di ricredersi con nuovi elementi; una che suggestiona la riduce. La differenza non è l’efficacia ma la reversibilità.

L’approccio strategico poggia su due elementi utili anche fuori dal contesto in cui è formulato: concentrare l’attenzione su ciò che mantiene un problema anziché su ciò che l’ha originato (in particolare sui tentativi di soluzione che lo confermano) e riconoscere che una soluzione corretta ma non praticabile non risolve nulla. Sulla parte comunicativa serve però una distinzione che il testo non fa: dal fatto che l’influenza sia inevitabile non segue che ogni uso sia equivalente. Il criterio è la reversibilità, una comunicazione che convince lascia margine per ricredersi, una che suggestiona lo riduce.
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