Una premessa che cambia tutto
La salute mentale è un obiettivo per tutti, proprio come la salute fisica. Non esistono persone che non abbiano una salute mentale, perché non esistono persone senza una mente.
Sembra un’ovvietà, ma non lo è. Da questa premessa discende una conseguenza importante: la salute mentale non è una categoria che divide le persone in due gruppi (chi ce l’ha e chi no) ma una dimensione continua che riguarda ciascuno, in momenti diversi e con intensità diverse.
Che cos’è lo stigma
Si parla di stigma quando si applica un’etichetta, un marchio di condanna, alla persona invece che alla sua condizione.
Quel marchio produce comportamenti discriminatori. E il punto è che la discriminazione non è solo ingiusta: è controproducente. Trattare qualcuno come irrimediabilmente “malato cronico” rende molto più difficile, per quella persona, immaginare un miglioramento, e quindi intraprendere le azioni che lo renderebbero possibile.
Non si tratta di negare la realtà di una diagnosi. Si tratta di distinguere tra avere una condizione e essere quella condizione: una persona con depressione non è “un depresso”, così come una persona con diabete non è “un diabetico”.
I pensieri che generano stigma
Il percorso di liberazione dallo stigma (per chi lo subisce, ma anche per chi lo produce) passa dalla consapevolezza: diventare coscienti dei propri pensieri e delle convinzioni intime che determinano un atteggiamento di condanna.
Alcune formule ricorrenti sono particolarmente dannose:
- «è una cosa di famiglia»;
- «non migliorerà mai»;
- «è fatto così»;
- «non c’è niente da fare»;
- «è imprevedibile, potrebbe essere pericoloso».
Va detto con chiarezza che l’ultima è anche fattualmente falsa: le persone con disturbi mentali hanno molte più probabilità di essere vittime di violenza che di commetterla.
Quando pensiamo in questi termini, le nostre azioni e i nostri discorsi spingono (più o meno consapevolmente) la persona a percepirsi priva di risorse, di possibilità, di speranze.
La spirale che si autoalimenta
C’è di più. Chi percepisce di non essere accettato si sente minacciato dal comportamento altrui e reagisce difendendosi, ritirandosi, proteggendosi: comportamenti che a loro volta confermano agli altri l’immagine iniziale.
È la spirale che molte famiglie sperimentano direttamente. E il punto più doloroso è che non dipende dalle intenzioni: anche con le migliori intenzioni il risultato può essere un peggioramento progressivo, della condizione della persona in difficoltà, del benessere del familiare che se ne prende cura, e della relazione tra loro.
Riconoscere questo meccanismo è già di per sé un intervento: rende visibile qualcosa che agisce proprio perché resta invisibile.
Comunicare diversamente
Quando si comincia a comunicare in modo diverso si ottengono risultati diversi. Accettare le persone per come sono, saperne valorizzare le qualità senza esercitare pressione, è il frutto di un percorso: non un atteggiamento spontaneo.
«Ma non è facile» è l’obiezione più frequente, e va accolta: non è facile. È più immediato evitare, allontanarsi, difendersi a propria volta dalla paura che la sofferenza psichica suscita.
Due strade davanti alla paura
Di fronte a questa paura, sostiene l’articolo, si aprono due possibilità.
La prima è ignorarla: sfuggire alle domande che pone, usare lo stigma per marcare una distanza rassicurante tra “noi” e un presunto mondo altro. È una scelta spesso inconsapevole, che produce separazione, rigidità, sensi di colpa e giustificazioni.
La seconda è attraversarla: riconoscere sé stessi in quella realtà, comprendere che la persona che abbiamo di fronte potremmo essere noi, e rispondere con accettazione.
La consapevolezza libera dalla paura. E anche quando non si comprende fino in fondo cosa stia accadendo a una persona, si può comunque riconoscerne la legittimità: sviluppando e trasmettendo solidarietà, comprensione, affetto. Sentimenti che generano comportamenti diversi, e quindi risultati diversi.
Il contributo di ciascuno
Il sistema si regge o si sgretola anche grazie al contributo individuale, che può sostenere le buone qualità sempre presenti in ogni persona oppure rinforzarne i limiti.
La conseguenza si estende alla comunicazione pubblica. Se diminuisce la paura di confrontarsi con la sofferenza psichica, viene meno anche l’effetto amplificatore delle notizie costruite sull’associazione tra disturbo mentale e pericolosità: associazione che i dati non sostengono e che alimenta direttamente la spirale dello stigma.
Ed è una scelta quotidiana. Ogni volta che ci troviamo di fronte a una manifestazione di sofferenza psichica possiamo decidere da che parte stare, e, una volta riconosciuto il meccanismo, senza più l’alibi dell’inconsapevolezza.
Domande frequenti
Cos’è lo stigma nella salute mentale?
L’applicazione di un’etichetta di condanna alla persona anziché alla sua condizione, che produce comportamenti discriminatori. Oltre a essere ingiusto, è controproducente: rende più difficile immaginare un miglioramento e quindi perseguirlo.
Le persone con disturbi mentali sono pericolose?
No. È uno degli stereotipi più diffusi e più smentiti dai dati: le persone con disturbi mentali hanno molte più probabilità di essere vittime di violenza che di commetterla.
Perché lo stigma può peggiorare la situazione?
Perché chi si percepisce non accettato tende a ritirarsi e a difendersi, e questi comportamenti confermano agli altri l’immagine iniziale. Si crea una spirale che si autoalimenta, indipendentemente dalle intenzioni di chi vi partecipa.
Cosa può fare concretamente un familiare?
Riconoscere le proprie convinzioni implicite, evitare formule che negano ogni possibilità di miglioramento, valorizzare le qualità della persona senza esercitare pressione, e cercare sostegno anche per sé, perché il carico di cura ha un peso reale.