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La Cassandra di Christa Wolf

La condanna di Cassandra non è di non vedere: è di vedere e non essere creduta. È la descrizione più antica di un fenomeno che oggi ha un nome tecnico e una letteratura precisa. Articolo divulgativo. Le opere citate sono richiamate per autore e titolo, senza riproduzione di brani. Christa Wolf è morta nel dicembre […]

Psicolab — La  Cassandra di Christa Wolf
La condanna di Cassandra non è di non vedere: è di vedere e non essere creduta. È la descrizione più antica di un fenomeno che oggi ha un nome tecnico e una letteratura precisa.
Articolo divulgativo. Le opere citate sono richiamate per autore e titolo, senza riproduzione di brani. Christa Wolf è morta nel dicembre 2011.

Il romanzo

Nel racconto di Christa Wolf, pubblicato nel 1983, la guerra di Troia è narrata dalla parte di chi la subisce anziché da quella di chi la conduce.

L’invenzione centrale è che Elena non sia mai arrivata a Troia: sottratta durante il viaggio, viene sostituita da una figura velata che nessuno può vedere. Entrambe le parti lo sanno, e nessuna delle due interrompe la guerra.

È un’idea potente perché sposta il tema: non si combatte per una causa, si continua a combattere perché ammettere che la causa non esiste è diventato più costoso della guerra stessa.

Il meccanismo che descrive

Questa dinamica corrisponde a un fenomeno documentato: l’escalation dell’impegno.

Quanto più si è investito in un corso d’azione, tanto più diventa difficile abbandonarlo, e ciò che è già stato speso, che razionalmente non dovrebbe contare, diventa il motivo principale per continuare.

Nei conflitti si aggiunge un fattore ulteriore: le perdite subite vengono trasformate in ragione per proseguire, perché interrompere le renderebbe inutili. È il meccanismo per cui più una guerra è costata, più diventa difficile finirla.

Non essere creduti

Il cuore della figura di Cassandra riguarda però la credibilità, ed è qui che la ricerca ha più da dire.

Esiste una nozione, l’ingiustizia testimoniale, che descrive precisamente questo: la situazione in cui l’attendibilità attribuita a una persona è ridotta a causa di un pregiudizio su chi essa è, indipendentemente da ciò che dice.

Gli effetti sono misurati in contesti concreti: in medicina, dove il dolore riferito da alcune categorie di pazienti è sistematicamente sottostimato; nei procedimenti giudiziari; nelle organizzazioni.

La conseguenza più insidiosa è quella che la ricerca chiama ingiustizia ermeneutica: quando l’esperienza di un gruppo non ha parole condivise per essere nominata, chi la vive non riesce a spiegarla nemmeno a sé stesso.

Cosa succede a chi segnala

Le ricerche sulle persone che denunciano un problema all’interno di un’organizzazione descrivono una sequenza notevolmente costante.

La segnalazione viene inizialmente ignorata. Se insiste, l’attenzione si sposta da ciò che ha detto a chi è: si discutono le sue motivazioni, il suo carattere, la sua stabilità. Segue l’isolamento, poi l’allontanamento.

Il tratto più rilevante è che spesso non si contesta il contenuto: si contesta la persona. È esattamente la struttura del mito, dove nessuno smentisce le previsioni di Cassandra: la si dichiara folle.

Ed è un’attribuzione che si autoconferma: chi non viene creduto insiste, e l’insistenza viene letta come conferma dell’instabilità.

Due correzioni al testo originale

Il testo di riferimento contiene un’inversione (descrive come patriarcale la cultura pacifica precedente) che è evidentemente un lapsus per matriarcale. Ma vale la pena andare oltre la correzione formale.

L’ipotesi di una fase matriarcale e pacifica dell’umanità, poi rovesciata dal patriarcato, ha avuto grande fortuna culturale ma non è sostenuta dalle prove archeologiche. Le società preistoriche mostrano un’ampia varietà di assetti, e tracce di violenza organizzata sono documentate anche in contesti privi di gerarchie maschili consolidate.

La seconda correzione riguarda l’idea di principi femminili di pace e cooperazione contrapposti a una bestialità maschile.

Le differenze medie fra uomini e donne su tratti di aggressività e cooperazione sono piccole rispetto alla variabilità interna a ciascun gruppo, e ampiamente spiegate da ruoli sociali e opportunità.

Attribuire alle donne la pace per natura sembra un elogio e funziona da vincolo: se la mitezza è una caratteristica di genere, chi non vi corrisponde è deviante, e la conflittualità femminile diventa impensabile, con effetti concreti su come vengono lette le donne che esercitano potere, dissentono o competono.

L’esclusione delle donne dalle posizioni di potere e dalla parola pubblica è un fatto storico reale e documentabile. Non ha bisogno di essere fondata su una natura.

Domande frequenti

Perché una guerra continua quando la causa è caduta?

Per l’escalation dell’impegno: quanto più si è investito, tanto più è difficile abbandonare. Le perdite subite diventano il motivo per proseguire, perché interrompere le renderebbe inutili.

Cos’è l’ingiustizia testimoniale?

La riduzione dell’attendibilità attribuita a una persona per un pregiudizio su chi è, a prescindere da ciò che dice. È misurata in ambito medico, giudiziario e organizzativo.

Cosa accade a chi segnala un problema?

La segnalazione viene ignorata; se insiste, l’attenzione si sposta dal contenuto alla persona (motivazioni, carattere, stabilità) e segue l’isolamento. Spesso il contenuto non viene mai contestato.

È esistita una fase matriarcale e pacifica?

L’ipotesi ha avuto fortuna culturale ma non è sostenuta dalle prove archeologiche: gli assetti preistorici sono vari e la violenza organizzata è documentata anche senza gerarchie maschili consolidate.

La Cassandra di Christa Wolf mette a fuoco due meccanismi reali. Il primo è l’escalation dell’impegno: si continua una guerra perché ciò che è già costata rende insostenibile ammettere che la causa non esiste. Il secondo è l’ingiustizia testimoniale, cioè la credibilità negata in base a chi parla anziché a cosa dice, la stessa sequenza documentata per chi segnala problemi dentro un’organizzazione, dove il contenuto spesso non viene neppure contestato. Va invece lasciata cadere la contrapposizione fra pace femminile e violenza maschile: l’esclusione storica delle donne dalla parola pubblica è un fatto, e non ha bisogno di una natura che la fondi.
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