Il punto di partenza neurobiologico
La riflessione prende le mosse da un’osservazione di Antonio Damasio: gli schemi di attivazione neurale dipendono dal rafforzamento o dall’indebolimento delle sinapsi, cioè dei collegamenti tra neuroni, a loro volta risultato di modificazioni microscopiche nelle ramificazioni neuronali.
Nel tempo, questi processi contribuiscono a costituire quelli che vengono chiamati schemi disposizionali: predisposizioni all’attivazione da parte di specifici gruppi di neuroni.
Il superamento di una separazione
Su un punto c’è ampio accordo: ogni azione, pensiero o emozione ha un correlato neurobiologico.
Nel corso dell’esperienza sviluppiamo schemi disposizionali (alcuni innati) che producono una determinata attivazione, e a quell’attivazione corrisponde una precisa configurazione di emozioni e pensieri insieme.
Non è casuale che l’opera più nota di Damasio parli di “errore di Cartesio”: l’errore consiste precisamente nella convinzione, a lungo dominante, che emozioni e pensieri appartengano a due realtà distinte.
L’ipotesi sul cambiamento
Da qui il passaggio centrale. Se esistono circuiti di attivazione disposizionali (cioè potenziali, sviluppati nel corso della vita) allora è ragionevole ritenere che possano essere modificati anche nel corso di una terapia.
La tesi è che il cambiamento terapeutico sia la manifestazione osservabile di un cambiamento biologico più profondo.
Perché questo è rilevante
Parlare di cambiamento terapeutico dà spesso la sensazione di riferirsi a qualcosa di aleatorio e non osservabile.
La realtà è diversa. Dire che una persona è cambiata significa che sente, pensa e si comporta diversamente, e non solo nella stanza di terapia, ma nella vita quotidiana.
Quel cambiamento sarebbe stato reso possibile da una modificazione progressiva e lenta: prima a livello delle connessioni, poi delle disposizioni, infine degli schemi di attivazione.
Concretamente: una situazione che in passato attivava un certo schema (e con esso una determinata costellazione di azioni, pensieri ed emozioni) può arrivare ad attivarne uno diverso, grazie a nuovi collegamenti e all’indebolimento o rafforzamento di altri.
Cosa cambia davvero
Qui l’articolo fa una precisazione onesta e importante, che vale la pena sottolineare perché ridimensiona aspettative eccessive.
Non si sostiene che un determinato schema relazionale conflittuale scompaia del tutto.
Ciò che cambia è:
- la modalità di risposta a un dato contesto relazionale;
- il livello di sofferenza che quella situazione procura;
- l’intensità della reazione.
Sul piano neurale, l’ipotesi corrispondente è che la rete non si autodistrugga ma cambi forma, e con essa i pensieri, i sentimenti e le azioni che ne derivano.
È una descrizione realistica di ciò che chi ha fatto un percorso riconosce: non l’assenza della difficoltà, ma un rapporto diverso con essa.
La prospettiva psicoanalitica
In ambito psicoanalitico si dice che una persona è cambiata quando sono cambiate le rappresentazioni mentali di sé e dell’altro, e quando, attraverso la ri-narrazione della propria storia, è stata in grado di costruire insieme al terapeuta una nuova interpretazione di ciò che è accaduto.
Cosa significa allora attribuire “nuovi significati”?
La risposta proposta è che anche questa operazione non sia affatto separata dalla dimensione neurobiologica: imparare a guardare con occhi diversi una relazione o un evento (passato, presente o immaginato) è un processo che coinvolge anche il substrato che lo rende possibile.
Due livelli, una sola realtà
Il punto teorico decisivo è quello che il testo formula con precisione: parlare di cambiamento psicologico e di cambiamento biologico significa esprimersi a partire da livelli di realtà diversi, non parlare di realtà differenti.
È come osservare lo stesso fenomeno da due prospettive: una più interna, una più esterna, una macroscopica e una microscopica. L’oggetto osservato è il medesimo.
Tenerlo presente è utile ogni volta che ci si interroga su se e come sia possibile cambiare in terapia.
La risposta a chi dice che non si cambia
Ne discende la replica più efficace all’obiezione ricorrente.
Se davvero con la psicoterapia non si potesse cambiare, allora non si potrebbe cambiare mai, perché ciò che accade in un percorso terapeutico non è sostanzialmente diverso da ciò che accade nella vita quotidiana.
Ogni giorno impariamo, sperimentiamo, oppure ripetiamo gli stessi errori. In tutti questi casi sono in gioco circuiti di attivazione che restano stabili oppure si modificano.
La terapia, in questa lettura, non introduce un meccanismo diverso: crea condizioni più favorevoli perché quel meccanismo (che opera comunque) si muova in una direzione anziché in un’altra.
Non è riduzionismo
Una precisazione finale merita attenzione, perché anticipa un’obiezione prevedibile.
Affermare che il cambiamento terapeutico sia espressione di una modificazione biologica non significa ridurre il mentale al fisico.
Come osserva l’autrice, spiegare parzialmente ciò che è complesso attraverso qualcosa di meno complesso non equivale a impoverirlo.
Significa piuttosto riconoscere l’interconnessione tra corpo e mente: un legame a lungo ignorato che, esattamente come può essere fonte di sofferenza, può essere anche risorsa per cambiamenti reali.
Domande frequenti
Cosa si intende per cambiamento terapeutico?
Il fatto che una persona senta, pensi e si comporti diversamente non solo in terapia ma nella vita quotidiana. Secondo l’ipotesi qui presentata, è la manifestazione osservabile di una modificazione progressiva degli schemi di attivazione neurale.
Un problema psicologico scompare del tutto con la terapia?
Non necessariamente. Ciò che cambia è la modalità di risposta a un dato contesto, il livello di sofferenza che produce e l’intensità della reazione: non l’eliminazione dello schema, ma un rapporto diverso con esso.
Parlare di cambiamento biologico significa ridurre la psicologia alla biologia?
No. Si tratta di due livelli di osservazione dello stesso fenomeno, non di due realtà diverse. Spiegare parzialmente ciò che è complesso attraverso qualcosa di meno complesso non lo impoverisce.
Cosa rispondere a chi sostiene che in terapia non si cambia?
Che se fosse vero non si potrebbe cambiare mai, perché il meccanismo in gioco è lo stesso della vita quotidiana. La terapia non introduce un processo diverso: crea condizioni più favorevoli perché si muova in una certa direzione.