Psicologia Clinica e Psicopatologia

Borderline: Uscire dal Tunnel

Una diagnosi formulata in venti minuti, un ricovero presentato come volontario, e un’adolescente che dovrà restare finché qualcun altro non deciderà il contrario. È da qui che parte il racconto autobiografico da cui è tratto Ragazze interrotte, e la questione che solleva non riguarda solo il passato. Avvertenza importante: questo articolo tratta di autolesionismo, disturbi […]

Psicolab — Borderline: Uscire dal Tunnel
Una diagnosi formulata in venti minuti, un ricovero presentato come volontario, e un’adolescente che dovrà restare finché qualcun altro non deciderà il contrario. È da qui che parte il racconto autobiografico da cui è tratto Ragazze interrotte, e la questione che solleva non riguarda solo il passato.
Avvertenza importante: questo articolo tratta di autolesionismo, disturbi alimentari e suicidio. Se stai attraversando un momento difficile o hai pensieri di farti del male, non restare solo: puoi chiamare il Telefono Amico 02 2327 2327, il 112 in caso di emergenza, o rivolgerti al medico di base e ai servizi di salute mentale del territorio. Il disturbo borderline di personalità è trattabile, ed esistono terapie con efficacia dimostrata. Nessun contenuto di questo testo consente di formulare una diagnosi.

La storia

Il film di James Mangold è tratto dal memoriale di Susanna Kaysen, ricoverata in un ospedale psichiatrico statunitense nel 1967 e rimasta internata per circa diciannove mesi.

Il libro fu pubblicato molti anni dopo, e la sua fortuna (insieme a quella del film) indica quanto il tema fosse rimasto attuale.

Il ricovero

La sequenza che apre la vicenda è quella più significativa.

Dopo un episodio in cui assume farmaci e alcolici, la protagonista viene sottoposta a una visita che dura circa venti minuti. Al termine le viene detto che dovrebbe riposare e che esiste un luogo adatto.

Chiede di poter rimandare di qualche giorno. Non è possibile: deve essere assistita subito. Le viene fatto firmare il ricovero.

Il punto che il racconto mette a fuoco è la sproporzione tra il tempo dedicato alla valutazione e le conseguenze della decisione, e l’ambiguità di un consenso ottenuto in quelle condizioni.

Il contesto storico

Gli anni in cui la vicenda si svolge sono quelli in cui il modello manicomiale entra definitivamente in crisi.

Le criticità documentate erano note da tempo: strutture inadeguate, sovraffollamento, condizioni igieniche insufficienti, scarsa documentazione clinica.

In Italia il percorso che porterà al superamento degli ospedali psichiatrici passa dal lavoro di Franco Basaglia e culmina nella legge 180 del 1978, con la chiusura definitiva delle strutture completata solo negli anni Novanta.

Il passaggio decisivo di quella riforma è che la funzione curativa prevalga su quella custodialistica: non più il contenimento della devianza, ma il trattamento della sofferenza.

Cos’è il disturbo borderline

Il testo elenca alcune caratteristiche riconosciute: instabilità nelle relazioni, nella percezione di sé e nell’umore, impulsività, condotte autolesive.

Ne riporta anche una particolarmente riconoscibile: la tendenza a interrompere attività o relazioni proprio nel momento in cui l’obiettivo sta per realizzarsi, abbandonare gli studi in prossimità del diploma, chiudere una relazione a lungo desiderata subito dopo averla ottenuta.

Cosa va precisato

Alcune correzioni sono necessarie rispetto al testo originale.

Il disturbo borderline è oggi una condizione trattabile con efficacia documentata: esistono psicoterapie specificamente sviluppate (tra cui la terapia dialettico-comportamentale e la terapia focalizzata sul transfert citata nel testo) con risultati sostenuti da studi controllati. Una parte consistente delle persone che ricevono un trattamento adeguato non soddisfa più i criteri diagnostici a distanza di anni.

Va inoltre segnalato che i dati riportati sulla prevalenza (in particolare la netta prevalenza femminile) riflettono in parte un bias diagnostico: negli uomini condotte simili tendono a ricevere altre etichette.

Infine, va evitata l’associazione tra questa diagnosi e la pericolosità per gli altri: le persone con disturbi psichici sono statisticamente più spesso vittime che autori di violenza, e le condotte autolesive riguardano sé stessi.

Un’idea da maneggiare con cura

Il testo suggerisce, riprendendo un tema del film, che la sofferenza psichica possa essere letta come forma di protesta contro un mondo ipocrita.

La suggestione ha una radice storica: le critiche all’istituzione manicomiale hanno correttamente mostrato che la nozione di normalità è socialmente costruita, e che la psichiatria è stata usata per contenere comportamenti non conformi, in particolare femminili.

Ma va distinta da un’altra affermazione, che non regge: che la sofferenza sia di per sé una forma di lucidità o di ribellione.

Le persone che tagliano il proprio corpo o smettono di mangiare non stanno formulando una critica sociale: stanno male. Leggere quel dolore come atto politico è un’operazione che appartiene a chi guarda, e rischia di ritardare l’accesso a un aiuto che è disponibile e funziona.

La critica alle istituzioni e il riconoscimento della sofferenza come sofferenza non sono in contraddizione: la prima serve proprio a rendere possibile la seconda.

Cosa mostra il film

All’interno della clinica la protagonista incontra altre ragazze, ciascuna con una storia diversa: chi ha subito ustioni gravi nell’infanzia, chi convive con un disturbo alimentare, chi ha una storia di abuso familiare.

Emergono anche i trattamenti dell’epoca (elettroshock, coma insulinico, farmaci sperimentali) che il testo giustamente mette in questione per la loro funzione più contenitiva che curativa.

L’unica figura descritta come realmente in ascolto è un’infermiera, non un medico: un dettaglio narrativo che dice molto su dove, in quelle strutture, passasse la relazione.

L’esito

La protagonista arriva a distinguere (sono le sue parole) tra libertà e reclusione, tra amicizia e tradimento, tra sanità e follia.

Il momento di svolta coincide con il rifiuto di una relazione distruttiva con un’altra paziente: non un atto di ribellione contro l’istituzione, ma il riconoscimento di ciò che le faceva male.

L’indicazione finale

La conclusione del testo è condivisibile e vale la pena riportarla: stare male dentro e mostrarne i segni fuori risulta spesso inconcepibile agli occhi di chi guarda.

Da qui la richiesta di maggiore flessibilità da parte degli adulti, che di fronte a comportamenti non allineati tendono a reagire con il pregiudizio.

E l’indicazione pratica: cercare i servizi di salute mentale del territorio.

Aggiungiamo l’elemento che il testo non contiene ed è forse il più importante: oggi esistono trattamenti che funzionano. La distanza tra il 1967 e il presente non riguarda solo la chiusura dei manicomi, riguarda la disponibilità di percorsi efficaci per condizioni che allora si potevano solo contenere.

Domande frequenti

Il disturbo borderline si può curare?

Sì. Esistono psicoterapie con efficacia documentata da studi controllati, e una parte consistente delle persone trattate adeguatamente non soddisfa più i criteri diagnostici a distanza di anni.

Perché la diagnosi risulta più frequente nelle donne?

I dati riflettono anche un bias diagnostico: negli uomini condotte simili tendono a ricevere etichette diverse. Il dato di prevalenza va quindi letto con cautela.

La sofferenza psichica è una forma di protesta?

No. La critica alle istituzioni che hanno contenuto la devianza è storicamente fondata, ma leggere il dolore individuale come atto politico è un’operazione di chi osserva, e rischia di ritardare l’accesso a un aiuto disponibile.

Cosa ha cambiato la legge 180?

Ha stabilito il superamento degli ospedali psichiatrici e la prevalenza della funzione curativa su quella custodialistica: non il contenimento della devianza, ma il trattamento della sofferenza.

Il racconto mette a fuoco una sproporzione precisa: una valutazione di venti minuti e un ricovero destinato a durare mesi, con un consenso ottenuto in condizioni che ne rendono discutibile la libertà. Il contesto è quello della crisi definitiva del modello manicomiale, superato in Italia dalla legge 180 con un principio chiaro, la cura prima della custodia. Va però distinto ciò che la critica storica ha correttamente stabilito, e cioè che la normalità è socialmente costruita, dall’idea che la sofferenza sia di per sé lucidità o ribellione: quella lettura appartiene a chi guarda. E va aggiunto ciò che il testo non dice: oggi per queste condizioni esistono trattamenti efficaci.
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