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Bastardo posto di Remo Bassini

Esiste un dolore che si può contenere (fatto di crisi, conflitti, ferite) e uno che non si contiene, perché rompe la struttura stessa di chi lo attraversa. Davanti al secondo restano due possibilità: l’anestesia o il sostegno di chi sta intorno. Al protagonista di questo romanzo non funziona la prima e non è disponibile il […]

Psicolab — Bastardo posto di Remo Bassini
Esiste un dolore che si può contenere (fatto di crisi, conflitti, ferite) e uno che non si contiene, perché rompe la struttura stessa di chi lo attraversa. Davanti al secondo restano due possibilità: l’anestesia o il sostegno di chi sta intorno. Al protagonista di questo romanzo non funziona la prima e non è disponibile il secondo.
Articolo divulgativo di analisi letteraria. Il romanzo tratta di lutto, senso di colpa e crollo psicologico. Se stai attraversando una perdita difficile da sostenere, parlarne con uno psicologo può essere utile; per un supporto immediato è disponibile il Telefono Amico (02 2327 2327), e il 112 in caso di emergenza.

Il punto di partenza

Paolo Limara ha perso Marina, la donna che forse lo aveva tradito da viva ma che di certo (annota la recensione con una formula efficace) lo ha tradito morendo.

La sua condizione è descritta attraverso i comportamenti: sigarette fumate senza sosta, gesti nervosi, mani tremanti, passi ossessivi che lo riportano ogni notte nello stesso luogo.

Non c’è elaborazione, solo ricerca di stordimento.

Il manichino

Quei passi lo conducono sotto i portici dove aveva conosciuto Marina, davanti alla vetrina di un negozio vuoto da quattro anni.

Vi è rimasto un solo manichino: nudo, esposto, mutilato, solo. Il protagonista vi riconosce sé stesso.

La recensione coglie perché l’immagine funzioni: è un oggetto irreale e reale insieme, accostabile a certa pittura metafisica e surrealista, e insieme del tutto ordinario.

La sua forza sta in un dettaglio: è inquietante non per ciò che è, ma perché è rimasto lì senza una ragione. Nessuno l’ha tolto, nessuno l’ha vestito, nessuno se ne è occupato. È l’abbandono a renderlo perturbante, e a farne lo specchio esatto del protagonista.

Il senso di colpa

La recensione individua un tema ricorrente nell’opera dell’autore: il rimorso.

La formulazione che lo condensa è quella iniziale: sopravvivere alla persona amata è già di per sé una colpa.

È un’affermazione che descrive un’esperienza clinicamente nota. Nel lutto il senso di colpa compare quasi sempre, e non richiede alcuna responsabilità reale: basta essere rimasti. Ciò che lo alimenta non è aver fatto qualcosa, ma la sproporzione tra il continuare a esistere e l’assenza dell’altro.

Negli altri romanzi dell’autore la colpa assume forme di autopunizione: chi si condanna all’indigenza, chi abbandona una posizione prestigiosa per un lavoro marginale dopo aver umiliato una figlia.

L’impossibilità di nascondersi

Un elemento strutturale del romanzo merita attenzione.

Paolo Limara vorrebbe sottrarsi e non può: le sue passeggiate notturne sono pubbliche, la sua storia d’amore è pubblica, e lui stesso (giornalista del quotidiano locale) è una figura pubblica.

Il lutto, che richiederebbe uno spazio protetto, si svolge sotto lo sguardo di tutti.

E non è un caso isolato: sotto quegli stessi portici si incontrano altre persone ferite. L’intera città, definita né piccola né grande, è un luogo di ferite esposte.

La struttura del male

Il romanzo accumula progressivamente materiali oscuri: amore clandestino e amarezza coniugale, cinismo del potere, sottomissione, abusi, corruzione, criminalità organizzata, omicidi e suicidi.

Più raramente compaiono affetti sinceri, poche persone oneste, la ricerca ostinata di una giustizia che si allontana.

La recensione osserva che il dolore degli altri si stratifica su quello del protagonista proprio quando lui avrebbe bisogno di scaricarlo.

Ciò che manca

Il passaggio più preciso dell’analisi riguarda esattamente questo bisogno insoddisfatto.

Ciò di cui Limara avrebbe necessità è dire l’indicibile: non davanti a un manichino, ma a una persona reale che ascolti senza giudizio e senza aspettarsi nulla.

La moglie non può svolgere quella funzione: si trova accanto a un marito in lutto per un’altra donna, e attende in silenzio rinsaldando il legame con il figlio, un’intesa da cui lui resta necessariamente escluso.

Le due condizioni indicate (assenza di giudizio e assenza di aspettative) sono esattamente quelle che rendono possibile parlare. Ed è la loro indisponibilità, più della perdita in sé, a rendere la situazione senza uscita.

La chiave di lettura

La recensione ricorre a una distinzione clinica utile: tra dolore contenibile (fatto di problemi, conflitti, crisi, ferite) e dolore non contenibile, che comporta una rottura psichica.

Di fronte al secondo le vie praticabili sarebbero due: l’anestesia o il sostegno ambientale.

Nel romanzo l’ottundimento non funziona, e il sostegno non esiste. È da questa doppia mancanza che deriva l’esito.

La città stessa, osserva la recensione, finisce per assomigliare al teatro di una mente in crisi: proiezione del crollo del protagonista più che ambiente esterno.

Il passato e il futuro

Tutti i personaggi dell’autore devono fare i conti con il proprio passato. Qui il protagonista è costretto a farlo insieme a tutta la città.

La recensione formula il principio in modo netto: rivisitare il passato e pacificarsi è l’unico modo per immaginare un futuro.

Ma in questo romanzo un futuro non compare: resta solo l’accanimento verso ciò che è rimasto ingiustamente sepolto, che è però l’unico modo per rendere il presente tollerabile.

Lo stile

Il montaggio è rapidissimo, con paragrafi brevi che seguono un ritmo interiore incapace di pause.

L’autore ricorre spesso a costruzioni che collocano il soggetto in fondo alla frase: un espediente che, nota la recensione, riporta continuamente dalla dimensione corale al singolo.

Con un’osservazione finale sull’esperienza di lettura: consumati in fretta, questi romanzi fanno venire voglia di assaporarli; letti lentamente, fanno venire voglia di divorarli.

Domande frequenti

Qual è il tema centrale del romanzo?

Il lutto di un uomo per la donna amata, e il senso di colpa che ne deriva: a partire dall’idea che sopravvivere alla persona amata sia di per sé una colpa.

Che funzione ha il manichino?

È lo specchio del protagonista: nudo, esposto, solo. La sua forza non sta in ciò che rappresenta ma nel fatto di essere rimasto lì senza ragione, dimenticato da tutti.

Cosa distingue dolore contenibile e non contenibile?

Il primo è fatto di crisi, conflitti e ferite; il secondo comporta una rottura psichica. Davanti al secondo le vie sono due: l’anestesia o il sostegno di chi sta intorno.

Perché il protagonista non riesce a parlare con nessuno?

Perché gli mancano le due condizioni che rendono possibile farlo: qualcuno che ascolti senza giudicare e senza aspettarsi qualcosa. È questa assenza, più della perdita, a rendere la situazione senza uscita.

Il romanzo mette in scena un lutto che non trova alcuna via d’uscita, e la recensione ne individua con precisione il meccanismo attraverso una distinzione clinica: davanti a un dolore non contenibile restano l’anestesia o il sostegno ambientale, e qui la prima non funziona mentre il secondo è assente. Il senso di colpa descritto è quello reale del lutto, che non richiede responsabilità: basta essere rimasti. E ciò che manca al protagonista non è la comprensione ma qualcuno che ascolti senza giudizio e senza aspettative, le due condizioni che rendono possibile dire l’indicibile. Il manichino dimenticato in vetrina è lo specchio esatto di questa condizione.
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