Il punto di partenza
Paolo Limara ha perso Marina, la donna che forse lo aveva tradito da viva ma che di certo (annota la recensione con una formula efficace) lo ha tradito morendo.
La sua condizione è descritta attraverso i comportamenti: sigarette fumate senza sosta, gesti nervosi, mani tremanti, passi ossessivi che lo riportano ogni notte nello stesso luogo.
Non c’è elaborazione, solo ricerca di stordimento.
Il manichino
Quei passi lo conducono sotto i portici dove aveva conosciuto Marina, davanti alla vetrina di un negozio vuoto da quattro anni.
Vi è rimasto un solo manichino: nudo, esposto, mutilato, solo. Il protagonista vi riconosce sé stesso.
La recensione coglie perché l’immagine funzioni: è un oggetto irreale e reale insieme, accostabile a certa pittura metafisica e surrealista, e insieme del tutto ordinario.
La sua forza sta in un dettaglio: è inquietante non per ciò che è, ma perché è rimasto lì senza una ragione. Nessuno l’ha tolto, nessuno l’ha vestito, nessuno se ne è occupato. È l’abbandono a renderlo perturbante, e a farne lo specchio esatto del protagonista.
Il senso di colpa
La recensione individua un tema ricorrente nell’opera dell’autore: il rimorso.
La formulazione che lo condensa è quella iniziale: sopravvivere alla persona amata è già di per sé una colpa.
È un’affermazione che descrive un’esperienza clinicamente nota. Nel lutto il senso di colpa compare quasi sempre, e non richiede alcuna responsabilità reale: basta essere rimasti. Ciò che lo alimenta non è aver fatto qualcosa, ma la sproporzione tra il continuare a esistere e l’assenza dell’altro.
Negli altri romanzi dell’autore la colpa assume forme di autopunizione: chi si condanna all’indigenza, chi abbandona una posizione prestigiosa per un lavoro marginale dopo aver umiliato una figlia.
L’impossibilità di nascondersi
Un elemento strutturale del romanzo merita attenzione.
Paolo Limara vorrebbe sottrarsi e non può: le sue passeggiate notturne sono pubbliche, la sua storia d’amore è pubblica, e lui stesso (giornalista del quotidiano locale) è una figura pubblica.
Il lutto, che richiederebbe uno spazio protetto, si svolge sotto lo sguardo di tutti.
E non è un caso isolato: sotto quegli stessi portici si incontrano altre persone ferite. L’intera città, definita né piccola né grande, è un luogo di ferite esposte.
La struttura del male
Il romanzo accumula progressivamente materiali oscuri: amore clandestino e amarezza coniugale, cinismo del potere, sottomissione, abusi, corruzione, criminalità organizzata, omicidi e suicidi.
Più raramente compaiono affetti sinceri, poche persone oneste, la ricerca ostinata di una giustizia che si allontana.
La recensione osserva che il dolore degli altri si stratifica su quello del protagonista proprio quando lui avrebbe bisogno di scaricarlo.
Ciò che manca
Il passaggio più preciso dell’analisi riguarda esattamente questo bisogno insoddisfatto.
Ciò di cui Limara avrebbe necessità è dire l’indicibile: non davanti a un manichino, ma a una persona reale che ascolti senza giudizio e senza aspettarsi nulla.
La moglie non può svolgere quella funzione: si trova accanto a un marito in lutto per un’altra donna, e attende in silenzio rinsaldando il legame con il figlio, un’intesa da cui lui resta necessariamente escluso.
Le due condizioni indicate (assenza di giudizio e assenza di aspettative) sono esattamente quelle che rendono possibile parlare. Ed è la loro indisponibilità, più della perdita in sé, a rendere la situazione senza uscita.
La chiave di lettura
La recensione ricorre a una distinzione clinica utile: tra dolore contenibile (fatto di problemi, conflitti, crisi, ferite) e dolore non contenibile, che comporta una rottura psichica.
Di fronte al secondo le vie praticabili sarebbero due: l’anestesia o il sostegno ambientale.
Nel romanzo l’ottundimento non funziona, e il sostegno non esiste. È da questa doppia mancanza che deriva l’esito.
La città stessa, osserva la recensione, finisce per assomigliare al teatro di una mente in crisi: proiezione del crollo del protagonista più che ambiente esterno.
Il passato e il futuro
Tutti i personaggi dell’autore devono fare i conti con il proprio passato. Qui il protagonista è costretto a farlo insieme a tutta la città.
La recensione formula il principio in modo netto: rivisitare il passato e pacificarsi è l’unico modo per immaginare un futuro.
Ma in questo romanzo un futuro non compare: resta solo l’accanimento verso ciò che è rimasto ingiustamente sepolto, che è però l’unico modo per rendere il presente tollerabile.
Lo stile
Il montaggio è rapidissimo, con paragrafi brevi che seguono un ritmo interiore incapace di pause.
L’autore ricorre spesso a costruzioni che collocano il soggetto in fondo alla frase: un espediente che, nota la recensione, riporta continuamente dalla dimensione corale al singolo.
Con un’osservazione finale sull’esperienza di lettura: consumati in fretta, questi romanzi fanno venire voglia di assaporarli; letti lentamente, fanno venire voglia di divorarli.
Domande frequenti
Qual è il tema centrale del romanzo?
Il lutto di un uomo per la donna amata, e il senso di colpa che ne deriva: a partire dall’idea che sopravvivere alla persona amata sia di per sé una colpa.
Che funzione ha il manichino?
È lo specchio del protagonista: nudo, esposto, solo. La sua forza non sta in ciò che rappresenta ma nel fatto di essere rimasto lì senza ragione, dimenticato da tutti.
Cosa distingue dolore contenibile e non contenibile?
Il primo è fatto di crisi, conflitti e ferite; il secondo comporta una rottura psichica. Davanti al secondo le vie sono due: l’anestesia o il sostegno di chi sta intorno.
Perché il protagonista non riesce a parlare con nessuno?
Perché gli mancano le due condizioni che rendono possibile farlo: qualcuno che ascolti senza giudicare e senza aspettarsi qualcosa. È questa assenza, più della perdita, a rendere la situazione senza uscita.