Psicologia dello Sviluppo ed Educazione

Bambini e Tecnologia

Scambiamo messaggi con persone di continenti diversi e fatichiamo a salutare il vicino di casa. È il paradosso da cui parte questa riflessione, e la domanda che ne consegue riguarda cosa accada ai bambini che crescono dentro questa configurazione. Articolo divulgativo di taglio interpretativo, scritto nel 2011. Propone una lettura di parte, non una descrizione […]

Psicolab — Bambini e Tecnologia
Scambiamo messaggi con persone di continenti diversi e fatichiamo a salutare il vicino di casa. È il paradosso da cui parte questa riflessione, e la domanda che ne consegue riguarda cosa accada ai bambini che crescono dentro questa configurazione.
Articolo divulgativo di taglio interpretativo, scritto nel 2011. Propone una lettura di parte, non una descrizione basata su dati: lo segnaliamo perché la ricerca successiva ha restituito un quadro più articolato di quello qui delineato. In caso di preoccupazioni sull’uso di dispositivi da parte di un bambino, il riferimento è il pediatra.

La premessa

Il testo riconosce i vantaggi delle tecnologie di comunicazione: consentono di entrare in contatto con altre persone, vederle, conoscerle, lavorarci, con velocità e facilità maggiori.

Ma pone una domanda: questa forma di relazione può comportare, nel lungo periodo, anche degli svantaggi?

La gradazione dei canali

Un’osservazione utile riguarda la scala implicita che attribuiamo ai mezzi.

Un messaggio pubblico ha connotazione sociale; una mail è più formale di un messaggio breve; un messaggio è più formale di una telefonata, che risulta il contatto più diretto tra quelli mediati.

Esiste cioè una gerarchia di prossimità riconosciuta da tutti, anche se mai dichiarata, e la scelta del canale è già di per sé una comunicazione sulla distanza che si vuole mantenere.

La tesi centrale

L’elemento che il testo mette a fuoco è il rinvio: mentre velocità e quantità degli scambi aumentano, il contatto sensoriale e la presenza fisica vengono continuamente posticipati.

L’incontro reale viene spostato in avanti, e caricato di aspettative e timori sproporzionati rispetto a ciò che sarebbe.

La solitudine orizzontale

Viene richiamata una lettura secondo cui l’uomo contemporaneo si troverebbe in una condizione di solitudine inedita: privo di riferimenti verticali e insieme distante da chi gli sta accanto.

Il punto psicologicamente più interessante è quello successivo: chi ci è vicino, non essendo davvero ascoltato e conosciuto, viene caricato delle nostre proiezioni, dei nostri pensieri e delle nostre attribuzioni.

Ne deriva una conseguenza precisa: quando l’altro è costruito dalle nostre supposizioni anziché conosciuto, le uniche risposte disponibili diventano evitarlo o aggredirlo.

L’evitamento

Il testo ne elenca manifestazioni riconoscibili: le cuffie indossate negli spostamenti, l’assenza di contatto visivo nelle interazioni di servizio, il silenzio tra sconosciuti.

L’aggressività

E osserva il paradosso: più la persona è prossima, più aumenta il conflitto, controversie tra vicini, competitività nei luoghi di lavoro, episodi di prevaricazione.

Mentre con chi è lontano la comunicazione risulta più facile, perché quella relazione non chiede nulla: non osserva, non invade, non mette di fronte ai limiti reali.

Da qui l’osservazione più acuta: da chi è distante si riceve un riconoscimento che non comporta verifica.

Una correzione necessaria

Il testo cita un esperimento degli anni Sessanta a sostegno dell’idea che l’aggressività aumenti con la distanza.

La ricostruzione va precisata. Gli studi di Milgram non misuravano l’aggressività ma l’obbedienza all’autorità: verificavano quanto le persone fossero disposte a eseguire istruzioni dannose. È vero che la disponibilità diminuiva con la vicinanza fisica alla vittima, ma il fenomeno indagato era un altro.

La distinzione conta: quei risultati non dicono che siamo più aggressivi a distanza, dicono che la vicinanza rende più difficile eseguire ciò che si sa essere dannoso.

Il carico informativo

Una seconda linea di ragionamento riguarda l’esposizione a contenuti violenti.

L’eccesso di dettagli su fatti di cronaca produrrebbe un sovraccarico, con conseguente desensibilizzazione collettiva.

L’adulto dispone di strumenti per elaborare (anzitutto il linguaggio) mentre il bambino no.

Come funziona per i bambini

Il passaggio più solido dell’articolo è questo: non avendo uno sviluppo completo delle proprie capacità di elaborazione, il bambino assorbe le emozioni degli adulti che gli stanno accanto, il loro pensiero, le loro paure, le loro aspettative.

Se nel genitore è presente una diffidenza latente verso gli altri, il bambino tenderà a esprimerla nei propri comportamenti.

È un’osservazione clinicamente fondata, e ha una conseguenza pratica importante: rispetto ai bambini, ciò che gli adulti trasmettono senza dirlo pesa più di ciò che dichiarano.

Cosa va ridimensionato

Per correttezza vanno segnalati i limiti di questa lettura.

La ricerca sugli effetti delle tecnologie di comunicazione ha prodotto risultati meno univoci di quanto il testo suggerisca: l’uso può aggiungersi alle relazioni dirette anziché sostituirle, e per alcune persone (in particolare chi ha difficoltà sociali o vive isolato) costituisce un accesso a relazioni altrimenti indisponibili.

Va inoltre ricordato che ogni innovazione comunicativa ha suscitato allarmi analoghi, e che questo dovrebbe indurre prudenza.

Ciò che regge è l’osservazione sul rinvio: non che il contatto mediato sia dannoso, ma che possa funzionare come sostituto di un incontro che viene continuamente posticipato.

L’indicazione finale

La conclusione non è tecnologica ma relazionale: aumentare la consapevolezza di sé e delle proprie emozioni, non smettere di ascoltare e di conoscere l’altro, provare a comprenderne le ragioni.

Con il rilievo che evitamento e aggressività possono essere utili nell’immediato, ma se diventano modalità abituali producono isolamento.

E la chiusura riguarda i bambini: ciò che li muove è il desiderio di esistere, di essere visti e amati. È esattamente ciò che nessun dispositivo riproduce.

Domande frequenti

La tecnologia allontana le persone?

La ricerca è meno univoca di quanto si dica: l’uso può aggiungersi alle relazioni dirette anziché sostituirle, e per chi vive isolato può costituire un accesso altrimenti indisponibile. Regge invece l’osservazione sul rinvio continuo dell’incontro.

Cosa mostravano davvero gli esperimenti di Milgram?

Non misuravano l’aggressività ma l’obbedienza all’autorità. La disponibilità a eseguire istruzioni dannose diminuiva con la vicinanza alla persona coinvolta: la vicinanza rende più difficile eseguire, non meno aggressivi.

Perché l’altro diventa oggetto di proiezioni?

Perché quando non viene realmente ascoltato e conosciuto, viene costruito con le nostre supposizioni. E di fronte a una figura costruita, le uniche risposte disponibili restano evitarla o aggredirla.

Cosa assorbono i bambini dagli adulti?

Le emozioni, i timori e le aspettative di chi sta loro accanto, non avendo ancora strumenti completi di elaborazione. Ciò che gli adulti trasmettono senza dirlo pesa più di quanto dichiarano.

L’osservazione che regge meglio riguarda il rinvio: non che il contatto mediato sia dannoso, ma che possa funzionare da sostituto di un incontro continuamente posticipato e per questo caricato di aspettative sproporzionate. Ne deriva il meccanismo centrale, quando l’altro non viene conosciuto ma costruito con le nostre supposizioni, restano solo l’evitamento o l’aggressione. Va invece ridimensionata la lettura complessivamente negativa, perché la ricerca è meno univoca, e corretto il riferimento a Milgram, che misurava obbedienza e non aggressività. Resta fondata l’osservazione sui bambini: assorbono ciò che gli adulti trasmettono senza dirlo.
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