Psicoterapia e Psicoanalisi

Si può guarire con le Fiabe?

Rileggere a distanza di anni una fiaba che si è inventati può dare un’impressione spiazzante: sembra che «fosse già tutto scritto». Non è preveggenza, ed è proprio la spiegazione di questo effetto (insieme alla struttura in tre tempi del racconto) a rendere interessante il lavoro narrativo su di sé. Precisazione necessaria e vincolante: il lavoro […]

Psicolab — Si può guarire con le Fiabe?
Rileggere a distanza di anni una fiaba che si è inventati può dare un’impressione spiazzante: sembra che «fosse già tutto scritto». Non è preveggenza, ed è proprio la spiegazione di questo effetto (insieme alla struttura in tre tempi del racconto) a rendere interessante il lavoro narrativo su di sé.
Precisazione necessaria e vincolante: il lavoro narrativo non cura patologie organiche. Affermazioni sull’efficacia di tecniche immaginative nel trattamento di disturbi cardiaci, dermatologici, gastrointestinali o sessuali non sono supportate da evidenza scientifica e non vanno considerate indicazioni cliniche. Chi ha un sintomo fisico deve rivolgersi al medico; per una depressione o un’altra sofferenza psicologica il riferimento è uno psicologo o psicoterapeuta abilitato, e i trattamenti prescritti non vanno mai interrotti o sostituiti. Questo articolo ha finalità divulgative.

Cosa mette in scena una fiaba inventata

L’idea di partenza è che inventare una fiaba dia espressione simbolica al proprio panorama interiore: nel racconto vengono raffigurati per immagini lo stato d’animo, la condizione percepita del corpo e la rete delle relazioni.

Nella fiaba, sostiene l’autrice, è condensato anche il tempo: la traccia degli eventi passati che hanno segnato, la situazione presente e gli sviluppi che scaturiscono dai processi in corso.

L’effetto «era già tutto scritto»

Qui va fatta una distinzione, perché il testo stesso la propone e merita di essere presa sul serio.

Non si tratta di preveggenza, ma dell’espressione di percorsi già prefigurati: orientamenti, tendenze e conflitti che una persona porta con sé e che tendono a produrre effetti nel tempo.

L’immagine usata è quella dei terremoti: avvengono all’improvviso ma richiedono lunghissima preparazione nelle profondità della terra. Allo stesso modo i cambiamenti che appaiono repentini sono l’esito di processi maturati lentamente.

Aggiungiamo un elemento di realismo. Parte di quell’impressione retrospettiva dipende anche da come funziona la nostra memoria: rileggendo un testo simbolico dopo che i fatti sono accaduti, tendiamo a selezionare gli elementi che combaciano e a trascurare quelli che non hanno trovato riscontro. È un meccanismo ben documentato, e riconoscerlo non toglie valore all’esercizio, chiarisce solo cosa stia realmente accadendo.

La fiaba come forma espressiva

Il primo livello di lettura vale per qualunque processo creativo: in ciò che produciamo diamo un’espressione di noi stessi, riconoscibile nella sua particolarità.

Vale per la musica, la pittura, la poesia. Una composizione di Wagner è diversa da una di Mozart; un quadro di Monet è diverso da uno di Van Gogh. Al di là del soggetto e della tecnica, è lo spirito personale dell’autore a incarnarsi nell’opera e a renderla unica.

Lo stesso accade con le fiabe. I personaggi e lo sviluppo della vicenda possono somigliarsi, ma nello stile narrativo e nella dinamica degli eventi si esprime una particolarità che appartiene solo a chi racconta, e che indica chiavi di soluzione valide per quella specifica situazione.

La struttura in tre tempi

È l’elemento che distingue la fiaba dalle altre forme espressive: ha una struttura propria e riconoscibile.

1. L’equilibrio iniziale

La fiaba si apre rappresentando un equilibrio destinato a cambiare di lì a poco.

«C’era una volta un vecchio re che aveva tre figli»: il re morirà e occorrerà stabilire chi guiderà il regno. «C’era una volta una principessa in età da marito»: dovrà trovare lo sposo adatto. «C’era una volta una famiglia molto povera»: il bambino lasciato nel bosco dovrà sopravvivere e farsi strada.

2. La fase di crisi

È il cuore del racconto, e quella in cui (nelle parole dell’autrice) succede tutto.

Qui si definiscono: chi è il protagonista, quale opera deve compiere, chi sono i nemici e chi gli aiutanti che facilitano l’impresa. Si stabiliscono gli equilibri tra risorse e difficoltà, i pericoli da evitare e le opportunità da cogliere. E si elaborano la strategia di soluzione e le chiavi di volta del successo.

3. Il nuovo equilibrio

La formula «e vissero felici e contenti» è solo una frase di rito, ma raffigura il nuovo assetto raggiunto: diverso e più soddisfacente di quello iniziale.

Da qui l’indicazione operativa più utile del testo: confrontando l’equilibrio iniziale con quello finale si coglie immediatamente il senso della fiaba e il percorso compiuto.

Come si svolge una sessione

Il metodo, applicato dall’autrice nella propria pratica professionale, si articola in tre momenti.

Primo: la persona espone il problema e l’ambito su cui desidera lavorare, e si decide insieme quale strada percorrere in base alle necessità e alle alternative disponibili.

Secondo: se si opta per il lavoro narrativo, una sessione dedicata comincia con l’induzione di uno stato di rilassamento, a partire dal quale è più agevole inventare la propria fiaba.

Terzo: se ne parla insieme.

Il punto metodologico interessante

Su quest’ultimo passaggio l’autrice fa una scelta che merita di essere segnalata: evita accuratamente di dare un’interpretazione fissa della fiaba, ritenendola riduttiva e poco rispettosa della profondità a cui il racconto accede.

Il lavoro consiste piuttosto nel raccogliere i temi, le immagini guida e le vie di soluzione che il racconto propone, per trarne spunti di comprensione.

È un’impostazione corretta anche da un punto di vista più generale: attribuire dall’esterno un significato univoco a un materiale simbolico significa sostituire la propria lettura a quella della persona, che è esattamente ciò che un lavoro di questo tipo dovrebbe evitare.

Domande frequenti

Perché rileggendo una vecchia fiaba sembra che tutto fosse già previsto?

In parte perché il racconto esprime tendenze e conflitti già presenti, che producono effetti nel tempo. In parte perché a fatti avvenuti tendiamo a selezionare gli elementi che combaciano e a trascurare quelli che non hanno trovato riscontro.

Qual è la struttura di una fiaba?

Tre tempi: un equilibrio iniziale destinato a rompersi, una fase di crisi in cui si definiscono protagonista, ostacoli, alleati e strategia, e un nuovo equilibrio finale, diverso e più soddisfacente del primo.

Come si legge la propria fiaba?

Confrontando l’equilibrio iniziale con quello finale si coglie il senso del percorso. È preferibile evitare interpretazioni fisse imposte dall’esterno e raccogliere invece i temi e le immagini che il racconto propone.

Le fiabe possono curare disturbi fisici?

No. Il lavoro narrativo può sostenere l’elaborazione e la conoscenza di sé, ma non cura patologie organiche e non sostituisce diagnosi e trattamenti medici o psicoterapeutici, che non vanno mai interrotti.

Il valore del lavoro narrativo sta nella struttura della fiaba, non in presunte capacità predittive: un equilibrio iniziale che si rompe, una fase di crisi in cui si definiscono protagonista, ostacoli, alleati e strategia, e un nuovo equilibrio finale. Confrontare il primo con l’ultimo restituisce immediatamente il senso del percorso. L’impressione che una vecchia fiaba «avesse previsto tutto» si spiega con le tendenze già presenti che producono effetti nel tempo, e con la nostra propensione a notare a posteriori solo ciò che combacia. Va tenuto fermo un limite: si tratta di uno strumento di elaborazione e conoscenza di sé, non di una terapia per patologie organiche.
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