Cosa mette in scena una fiaba inventata
L’idea di partenza è che inventare una fiaba dia espressione simbolica al proprio panorama interiore: nel racconto vengono raffigurati per immagini lo stato d’animo, la condizione percepita del corpo e la rete delle relazioni.
Nella fiaba, sostiene l’autrice, è condensato anche il tempo: la traccia degli eventi passati che hanno segnato, la situazione presente e gli sviluppi che scaturiscono dai processi in corso.
L’effetto «era già tutto scritto»
Qui va fatta una distinzione, perché il testo stesso la propone e merita di essere presa sul serio.
Non si tratta di preveggenza, ma dell’espressione di percorsi già prefigurati: orientamenti, tendenze e conflitti che una persona porta con sé e che tendono a produrre effetti nel tempo.
L’immagine usata è quella dei terremoti: avvengono all’improvviso ma richiedono lunghissima preparazione nelle profondità della terra. Allo stesso modo i cambiamenti che appaiono repentini sono l’esito di processi maturati lentamente.
Aggiungiamo un elemento di realismo. Parte di quell’impressione retrospettiva dipende anche da come funziona la nostra memoria: rileggendo un testo simbolico dopo che i fatti sono accaduti, tendiamo a selezionare gli elementi che combaciano e a trascurare quelli che non hanno trovato riscontro. È un meccanismo ben documentato, e riconoscerlo non toglie valore all’esercizio, chiarisce solo cosa stia realmente accadendo.
La fiaba come forma espressiva
Il primo livello di lettura vale per qualunque processo creativo: in ciò che produciamo diamo un’espressione di noi stessi, riconoscibile nella sua particolarità.
Vale per la musica, la pittura, la poesia. Una composizione di Wagner è diversa da una di Mozart; un quadro di Monet è diverso da uno di Van Gogh. Al di là del soggetto e della tecnica, è lo spirito personale dell’autore a incarnarsi nell’opera e a renderla unica.
Lo stesso accade con le fiabe. I personaggi e lo sviluppo della vicenda possono somigliarsi, ma nello stile narrativo e nella dinamica degli eventi si esprime una particolarità che appartiene solo a chi racconta, e che indica chiavi di soluzione valide per quella specifica situazione.
La struttura in tre tempi
È l’elemento che distingue la fiaba dalle altre forme espressive: ha una struttura propria e riconoscibile.
1. L’equilibrio iniziale
La fiaba si apre rappresentando un equilibrio destinato a cambiare di lì a poco.
«C’era una volta un vecchio re che aveva tre figli»: il re morirà e occorrerà stabilire chi guiderà il regno. «C’era una volta una principessa in età da marito»: dovrà trovare lo sposo adatto. «C’era una volta una famiglia molto povera»: il bambino lasciato nel bosco dovrà sopravvivere e farsi strada.
2. La fase di crisi
È il cuore del racconto, e quella in cui (nelle parole dell’autrice) succede tutto.
Qui si definiscono: chi è il protagonista, quale opera deve compiere, chi sono i nemici e chi gli aiutanti che facilitano l’impresa. Si stabiliscono gli equilibri tra risorse e difficoltà, i pericoli da evitare e le opportunità da cogliere. E si elaborano la strategia di soluzione e le chiavi di volta del successo.
3. Il nuovo equilibrio
La formula «e vissero felici e contenti» è solo una frase di rito, ma raffigura il nuovo assetto raggiunto: diverso e più soddisfacente di quello iniziale.
Da qui l’indicazione operativa più utile del testo: confrontando l’equilibrio iniziale con quello finale si coglie immediatamente il senso della fiaba e il percorso compiuto.
Come si svolge una sessione
Il metodo, applicato dall’autrice nella propria pratica professionale, si articola in tre momenti.
Primo: la persona espone il problema e l’ambito su cui desidera lavorare, e si decide insieme quale strada percorrere in base alle necessità e alle alternative disponibili.
Secondo: se si opta per il lavoro narrativo, una sessione dedicata comincia con l’induzione di uno stato di rilassamento, a partire dal quale è più agevole inventare la propria fiaba.
Terzo: se ne parla insieme.
Il punto metodologico interessante
Su quest’ultimo passaggio l’autrice fa una scelta che merita di essere segnalata: evita accuratamente di dare un’interpretazione fissa della fiaba, ritenendola riduttiva e poco rispettosa della profondità a cui il racconto accede.
Il lavoro consiste piuttosto nel raccogliere i temi, le immagini guida e le vie di soluzione che il racconto propone, per trarne spunti di comprensione.
È un’impostazione corretta anche da un punto di vista più generale: attribuire dall’esterno un significato univoco a un materiale simbolico significa sostituire la propria lettura a quella della persona, che è esattamente ciò che un lavoro di questo tipo dovrebbe evitare.
Domande frequenti
Perché rileggendo una vecchia fiaba sembra che tutto fosse già previsto?
In parte perché il racconto esprime tendenze e conflitti già presenti, che producono effetti nel tempo. In parte perché a fatti avvenuti tendiamo a selezionare gli elementi che combaciano e a trascurare quelli che non hanno trovato riscontro.
Qual è la struttura di una fiaba?
Tre tempi: un equilibrio iniziale destinato a rompersi, una fase di crisi in cui si definiscono protagonista, ostacoli, alleati e strategia, e un nuovo equilibrio finale, diverso e più soddisfacente del primo.
Come si legge la propria fiaba?
Confrontando l’equilibrio iniziale con quello finale si coglie il senso del percorso. È preferibile evitare interpretazioni fisse imposte dall’esterno e raccogliere invece i temi e le immagini che il racconto propone.
Le fiabe possono curare disturbi fisici?
No. Il lavoro narrativo può sostenere l’elaborazione e la conoscenza di sé, ma non cura patologie organiche e non sostituisce diagnosi e trattamenti medici o psicoterapeutici, che non vanno mai interrotti.