Un film enorme, una trama minima
L’opera di James Cameron è imponente sul piano produttivo: costi e tempi di realizzazione ne fanno una sorta di piramide hollywoodiana. Gli abitanti di Pandora sono esseri che hanno mantenuto intatto un rapporto profondo con una natura titanica e incontaminata, resa spettacolarmente attraverso la tecnologia digitale tridimensionale.
Ma se la parte visuale è curatissima, la struttura narrativa è semplice e prevedibile. I temi affrontati sono profondi; il modo in cui vengono trattati resta piuttosto ingenuo.
La contrapposizione è netta: da un lato una civiltà pacifica dotata di uno stato di coscienza che le consente di percepire la realtà come una grande matrice di connessioni; dall’altro interessi finanziari e mercenari senza scrupoli che intendono devastarla per impossessarsi di un minerale prezioso, esaurito sulla Terra proprio a causa delle speculazioni precedenti.
L’arco del protagonista
Il protagonista è un ex militare che arriva su Pandora per sostituire il fratello gemello, impegnato con un gruppo di scienziati nello studio dell’ecosistema.
Fin dall’inizio si trova in conflitto tra tre posizioni: quella del soldato, quella dell’esploratore-scienziato e quella dettata dai propri sentimenti. Inizialmente utilizza il proprio avatar per farsi accettare e carpire fiducia; poi, avendo vissuto tra gli abitanti del pianeta, arriva ad amarli al punto di voler essere uno di loro, tradendo la propria appartenenza d’origine.
È lo schema narrativo del convertito, ricorrente nel cinema: l’osservatore infiltrato che finisce per identificarsi con l’oggetto della propria osservazione. Uno schema psicologicamente interessante, anche se qui percorso senza particolari sorprese.
Le due accuse
La lettura politica
Molti hanno visto nel film una critica al sistema americano: le guerre, la politica del terrore, le mire imperialiste, l’assenza di limiti morali nella politica economica.
Lo stesso Cameron ha dichiarato di aver voluto realizzare un film politico, con lo scopo di richiamare l’attenzione sul fatto che si vive ormai in una condizione permanente di guerra e che manca il rispetto per le differenze.
La lettura religiosa
Da parte cattolica la preoccupazione ha riguardato il rapporto uomo-natura messo in scena. La visione della vita attribuita agli abitanti di Pandora (interconnessione di tutto il creato e sacralità di ogni suo elemento) ha suscitato commenti critici, tra cui l’osservazione che il film potesse contribuire allo sviluppo di una religiosità che trasforma l’ecologia in culto della natura.
La posizione espressa nello stesso periodo da Benedetto XVI era articolata: pur richiamando con frequenza il dovere di proteggere la natura, metteva in guardia dall’equiparare l’essere umano a qualunque altro essere vivente in nome di una visione egualitaria, con il rischio di una forma di neo-paganesimo che collochi la salvezza umana esclusivamente in termini naturalistici.
Il doppio messaggio
La critica più efficace dell’articolo non riguarda però nessuna delle due letture. Riguarda la contraddizione interna all’operazione.
Da una parte il film condanna i sostenitori della guerra e i finanzieri interessati solo al profitto. Dall’altra si è avvalso di investitori il cui interesse principale era il ritorno economico dell’investimento.
C’è poi una contraddizione più sottile, e più interessante. Cameron afferma di voler sensibilizzare verso la natura, e per farlo ricorre alle tecniche visuali più avanzate e costose, che finiscono per iperstimolare e inondare lo spettatore di sensazioni. Ha scelto lo stordimento dei sensi anziché richiamare l’attenzione sulle piccole grandi cose che il paesaggio naturale reale ha ancora da offrire.
È un’osservazione che va oltre il singolo film: si può promuovere la sobrietà con mezzi che educano al contrario? La forma del messaggio è essa stessa un messaggio, e quando le due componenti si contraddicono, di solito è la forma a vincere.
Una domanda legittima
Resta da chiedersi perché, per far passare un messaggio che comunque pochi hanno voglia di ascoltare, sia stato necessario il più grande investimento della storia del cinema: sapendo che lo spettatore, dopo tre ore, passerà semplicemente al divertimento successivo.
La risposta proposta è disincantata e, in fondo, generosa. Si può comprendere il desiderio di un regista maturo di realizzare un’opera che superi i propri successi precedenti; ci si può immedesimare nel desiderio di lasciare un’impronta duratura; si può perfino simpatizzare con l’aspirazione a guadagnare abbastanza da assicurarsi una vecchiaia serena. Sono motivazioni umane e comuni, e proprio per questo non hanno bisogno di essere caricate di significati profondi.
Un colossal è un colossal
La conclusione è netta: non c’è nulla di male ad ammettere che Avatar sia un colossal (il più grande realizzato fino a quel momento) e in quanto tale un prodotto di consumo di massa.
Riconoscerlo non lo sminuisce: lo colloca. E chi non dorme la notte temendo che destabilizzi un sistema politico o una tradizione religiosa può probabilmente dormire tranquillo.
C’è una lezione generale in questo, che va oltre il caso specifico: le controversie culturali intorno ai prodotti di massa dicono spesso più su chi le solleva che sull’opera in questione. Un film che deve piacere a decine di milioni di persone difficilmente contiene una posizione abbastanza definita da minacciare qualcosa.
Domande frequenti
Perché il film è stato accusato di essere antiamericano?
Perché molti vi hanno letto una critica alle guerre, alla politica del terrore, alle mire imperialiste e all’assenza di limiti morali nella politica economica. Lo stesso regista ha dichiarato di aver voluto realizzare un film politico.
Quali obiezioni sono state sollevate da parte cattolica?
Ha destato preoccupazione la visione della vita attribuita agli abitanti di Pandora (interconnessione e sacralità di ogni elemento del creato) vista come possibile contributo a una religiosità che trasforma l’ecologia in culto della natura.
In cosa consiste il “doppio messaggio” del film?
Nel condannare guerra e logica del profitto avvalendosi di investitori orientati al ritorno economico, e nel promuovere l’attenzione alla natura ricorrendo a tecniche visuali che iperstimolano lo spettatore anziché richiamarlo al paesaggio reale.
Qual è la conclusione dell’autore?
Che Avatar è un colossal e un prodotto di consumo di massa, e che riconoscerlo non lo sminuisce ma lo colloca correttamente. Le controversie sollevate appaiono sproporzionate rispetto ai contenuti effettivi dell’opera.