Perché uno sport come metafora
Il principio alla base di questo tipo di formazione è che alcune convinzioni su di sé non si smontano con un ragionamento. Si smontano facendo qualcosa che quelle convinzioni ritenevano impossibile.
Come spiegava chi ha progettato l’iniziativa, svolgere un corso per donne in una location tipicamente maschile è un contrasto assolutamente voluto: l’utilizzo di metafore ed esperienze pratiche derivate dal rugby aiuta le partecipanti a sperimentare le proprie potenzialità e a superare i propri limiti sul piano mentale.
Il rugby, in particolare, si presta bene come metafora perché mette in scena in forma concentrata alcune dinamiche difficili da allenare a parole: occupare uno spazio senza chiedere il permesso, sostenere un contatto senza arretrare, contare sul supporto di chi sta accanto, avanzare passando la palla all’indietro.
Il problema di partenza
La motivazione dichiarata dell’iniziativa è netta: molte donne non hanno piena consapevolezza del proprio valore, non solo in ambito aziendale, ma anche nei ruoli familiari.
È un’osservazione che la ricerca sul tema ha ampiamente documentato. Il fenomeno più studiato riguarda la tendenza a sottostimare le proprie competenze rispetto a quanto facciano gli uomini a parità di risultati oggettivi: una differenza che incide su candidature, richieste di avanzamento e negoziazioni retributive.
Non è un tratto individuale, ed è importante dirlo: è l’effetto di aspettative sociali interiorizzate presto e rinforzate a lungo. Il che spiega perché il lavoro su questo terreno abbia senso in forma collettiva, e non solo individuale.
A chi si rivolge
Percorsi di questo tipo sono pensati per destinatarie molto diverse tra loro:
- imprenditrici e libere professioniste, che devono sostenere quotidianamente il proprio posizionamento;
- madri in procinto di rientrare nel mondo del lavoro, per le quali il nodo è spesso la percezione di aver perso terreno;
- studentesse che stanno progettando il proprio futuro, nella fase in cui le aspirazioni si formano, o si autolimitano.
L’obiettivo comune è trovare energia e motivazione per il proprio sviluppo personale e professionale, senza limiti di età.
La struttura: campo e aula
L’impostazione prevede due componenti complementari.
Una parte di formazione esperienziale all’aperto, che utilizza la metafora sportiva ed esercizi derivati dal gioco. È il momento in cui si sperimenta direttamente, senza mediazione concettuale.
Una parte in aula, dedicata al coaching e al lavoro su di sé. È il momento in cui l’esperienza vissuta viene rielaborata e collegata alle situazioni reali di ciascuna: la riunione in cui non si è presa la parola, la richiesta che non si è avanzata, il progetto che non si è proposto.
Il secondo passaggio è essenziale. Senza rielaborazione l’attività resta un’esperienza piacevole ma isolata; è il trasferimento a determinare se qualcosa cambierà davvero il lunedì successivo.
Il ruolo dei conduttori
La conduzione mista è una scelta metodologicamente rilevante: professionisti del coaching affiancati sul campo da chi ha competenza tecnica sportiva, allenatori e preparatori atletici.
La presenza di entrambe le competenze garantisce due cose distinte. La sicurezza e la correttezza tecnica dell’attività fisica, che non è un dettaglio quando si propone un contatto sportivo a persone non allenate. E la qualità dell’elaborazione, perché saper condurre un esercizio non equivale a saperne ricavare significato.
Un metodo che si estende
Al di là della specifica iniziativa, il modello ha una validità generale. La formazione esperienziale funziona quando rispetta tre condizioni:
- l’attività proposta deve essere realmente diversa dalle abitudini dei partecipanti, altrimenti non produce spiazzamento;
- deve essere sicura, perché lo spiazzamento è utile solo se il contesto è protetto;
- deve essere rielaborata, perché altrimenti resta aneddoto.
È l’applicazione di un principio semplice: si può discutere a lungo di autostima senza spostare nulla, oppure si può mettere qualcuno nella condizione di fare una cosa che riteneva di non poter fare. La seconda strada lascia una traccia molto più difficile da smentire.
Domande frequenti
Perché usare il rugby per un corso sull’autostima?
Perché il contrasto con un contesto percepito come maschile è voluto, e perché lo sport mette in scena in forma concentrata dinamiche difficili da allenare a parole: occupare spazio, sostenere il contatto, contare sul supporto degli altri.
Il problema dell’autostima femminile è individuale?
No. La tendenza a sottostimare le proprie competenze a parità di risultati oggettivi è un fenomeno ampiamente documentato, effetto di aspettative sociali interiorizzate precocemente. Per questo il lavoro in forma collettiva ha senso.
A chi si rivolgono questi percorsi?
A destinatarie diverse: imprenditrici e libere professioniste, madri in rientro nel mondo del lavoro, studentesse che stanno progettando il futuro. L’obiettivo comune è trovare energia e motivazione per il proprio sviluppo.
Perché serve una parte in aula oltre a quella pratica?
Perché senza rielaborazione l’esperienza resta isolata. È il collegamento con le situazioni reali di ciascuna (la riunione, la richiesta non avanzata) a determinare se qualcosa cambierà davvero.