Il tema del convegno
L’incontro annuale di un centro milanese di psicoanalisi affrontava il rapporto tra autorità e legge in una cultura descritta come post-paternalistica.
La tesi di partenza era che la crisi non riguardi solo la famiglia: il mancato riconoscimento di una figura paterna di guida si rifletterebbe sul riconoscimento dell’autorità nella vita sociale, mettendo in discussione i ruoli di guida nel lavoro, nella scuola, nella politica.
Tra gli interventi previsti, uno metteva in evidenza come l’abuso di autorità nella storia abbia condotto al rifiuto dell’autorità stessa; un altro, di taglio antropologico, ripercorreva l’evoluzione della figura materna rispetto al ruolo paterno dal medioevo a oggi.
Il passaggio più importante
È il primo, ed è quello che salva l’intera impostazione dal rischio nostalgico.
Se l’abuso ha prodotto il rifiuto, allora la crisi non è una degenerazione: è la conseguenza di come quell’autorità è stata esercitata.
Va detto con chiarezza, perché il discorso sul declino dell’autorità paterna viene spesso usato in modo reazionario. Ciò che è entrato in crisi è un assetto in cui una figura deteneva il potere in virtù della posizione: con conseguenze documentate: violenza domestica non perseguibile, subordinazione giuridica delle donne, punizione corporale dei minori come pratica normale.
In Italia il quadro normativo è cambiato in poche decine d’anni: la riforma del diritto di famiglia del 1975 ha sostituito la patria potestà con la potestà condivisa; il delitto d’onore è stato abrogato nel 1981; la violenza sessuale è diventata reato contro la persona e non contro la morale solo nel 1996.
Il tramonto di quel modello non è una perdita: è una conquista. Ciò che resta aperto è un problema diverso.
La distinzione decisiva
Il problema aperto si formula meglio distinguendo due nozioni che l’italiano confonde.
Esiste l’autorità come potere: la capacità di imporre, che deriva dalla posizione e si esercita attraverso la sanzione.
Ed esiste l’autorità come autorevolezza: il riconoscimento che qualcuno sa, o è affidabile, attribuito da chi lo riconosce e revocabile.
La prima è diminuita, ed è un bene. La seconda è più difficile da costruire, perché non si eredita e non si dichiara: va ottenuta ogni volta.
Molti discorsi sulla crisi dell’autorità sono in realtà nostalgia della prima travestita da preoccupazione per la seconda. Il criterio per distinguerle è semplice: chiedere se ciò che si rimpiange è che le persone obbedissero o che si fidassero.
Cosa comporta il passaggio
La transizione dall’una all’altra è faticosa e ha costi reali, che sarebbe disonesto ignorare.
Un insegnante, un genitore, un dirigente che non dispongono più di un’autorità automatica devono conquistarla: il che richiede tempo, coerenza e competenza dimostrabile.
Nel frattempo si apre un vuoto, e il vuoto viene occupato. Non da nulla, ma da forme di autorità che non passano dal riconoscimento competente: la visibilità, il seguito numerico, l’appartenenza a un gruppo che conferma.
È una delle chiavi per capire perché, in ambienti privi di gerarchie riconosciute, si affermino figure la cui autorevolezza deriva unicamente dall’attenzione che raccolgono.
I gruppi di lavoro
Il programma pomeridiano prevedeva otto sessioni parallele, due delle quali dedicate al rapporto tra criminalità e autorità istituzionale.
La prima riguardava gli ospedali psichiatrici giudiziari e il carcere, con la partecipazione della direzione di un istituto penitenziario noto per un modello aperto.
Un aggiornamento necessario: gli ospedali psichiatrici giudiziari sono stati chiusi in Italia nel 2015, e le persone con misure di sicurezza sono ora ospitate in strutture sanitarie a gestione regionale e a bassa capienza. È stato uno dei passaggi più significativi delle politiche italiane in materia, e resta oggetto di verifica quanto a effettiva attuazione.
La seconda sessione metteva a confronto prospettiva psicoanalitica, sociologica e criminologica sulla delinquenza minorile: un accostamento raro e utile, perché queste discipline arrivano a conclusioni difficilmente traducibili l’una nell’altra.
Perché il carcere è il luogo dove la questione si vede meglio
Non è un caso che due sessioni su otto riguardassero l’ambito penale.
Il carcere è l’istituzione in cui l’autorità si presenta nella sua forma più pura: potere puro, senza necessità di consenso. Ed è anche il luogo in cui si vede con maggiore evidenza che quel potere, da solo, non produce cambiamento.
I dati italiani sulla recidiva lo confermano: risulta sensibilmente più bassa tra chi ha svolto attività lavorativa o percorsi alternativi rispetto a chi ha scontato la pena in condizioni di sola custodia.
È la dimostrazione più concreta della distinzione proposta: la costrizione ottiene obbedienza per il tempo in cui è esercitata, e nulla dopo.
La proiezione introduttiva
Al convegno era premessa la proiezione di un film di due registi belgi, incentrato su un adolescente che lavora per il padre in un traffico di manodopera irregolare e si trova, dopo un incidente mortale, a scegliere tra la lealtà paterna e una promessa fatta a una donna.
La scelta è pertinente e ben calibrata: il film mostra un’autorità paterna che pretende obbedienza, e un figlio che diventa adulto nel momento in cui riconosce un obbligo diverso e superiore a quella lealtà.
È probabilmente la formulazione più efficace del tema: l’uscita dal paternalismo non consiste nel rifiuto di ogni vincolo, ma nella capacità di riconoscerne uno che non dipende da chi lo impone.
Domande frequenti
Cosa significa cultura post-paternalistica?
Un assetto in cui non si riconosce più autorità a una figura in virtù della sua posizione. Il modello precedente comportava conseguenze documentate: subordinazione giuridica delle donne, violenza domestica non perseguibile, punizione corporale dei minori.
La crisi dell’autorità è una perdita?
Dipende da quale autorità. Il potere che deriva dalla posizione è diminuito, ed è un bene. L’autorevolezza (il riconoscimento di chi sa ed è affidabile) è più difficile da costruire perché va ottenuta ogni volta.
Come si distinguono le due?
Chiedendosi se ciò che si rimpiange è che le persone obbedissero o che si fidassero. Molti discorsi sulla crisi dell’autorità sono nostalgia del potere travestita da preoccupazione per la fiducia.
Cosa mostra il carcere su questo tema?
Che il potere puro, senza consenso, ottiene obbedienza solo finché è esercitato. La recidiva è sensibilmente più bassa tra chi ha svolto lavoro o percorsi alternativi rispetto alla sola custodia.