Cosa succede
Un attacco di panico è un episodio di paura intensa che raggiunge il culmine in pochi minuti, accompagnato da sintomi fisici marcati: battito accelerato, sensazione di soffocamento, sudorazione, tremore, dolore o oppressione al petto, vertigini, formicolii, sensazione di irrealtà.
Vi si accompagnano pensieri specifici: che si stia per morire, per avere un infarto, per perdere il controllo o per impazzire.
La durata è tipicamente breve (il picco si esaurisce entro pochi minuti) anche se lo strascico può durare ore.
Il dato che cambia la prospettiva
Ciò che accade durante un attacco è l’attivazione, in assenza di un pericolo reale, del sistema che l’organismo utilizza quando un pericolo c’è.
Il battito accelera per portare più sangue ai muscoli; la respirazione si fa rapida per aumentare l’ossigeno; la percezione si restringe sugli elementi rilevanti.
Sono risposte funzionali, efficienti e del tutto innocue. La sensazione di catastrofe imminente non deriva dalla loro pericolosità, ma dal fatto che si presentino senza una causa visibile.
È il motivo per cui la stessa attivazione (cuore che batte, respiro corto) non spaventa affatto quando si sta correndo.
Il circolo che lo mantiene
Il modello con il maggiore supporto empirico descrive un circolo in pochi passaggi.
- Si verifica una sensazione corporea: un’extrasistole, un capogiro, un respiro corto. Può avere cause banalissime, caffè, caldo, alzarsi in fretta, stanchezza.
- Quella sensazione viene interpretata come minaccia: sto per avere un infarto, sto per svenire.
- L’interpretazione produce paura, che a sua volta intensifica le sensazioni fisiche.
- L’intensificazione conferma l’interpretazione, e il circolo accelera fino al picco.
Il punto decisivo è il secondo. Non è la sensazione a produrre l’attacco, ma il significato che le viene attribuito.
Perché tende a ripetersi
Dopo il primo episodio si instaura una condizione che nella letteratura viene chiamata «paura della paura»: si comincia a monitorare il proprio corpo alla ricerca dei segnali.
Il monitoraggio ha un effetto prevedibile: aumenta enormemente il numero di sensazioni rilevate. Il corpo produce continuamente piccole variazioni che normalmente non raggiungono la consapevolezza, e chi le cerca le trova.
Ne consegue che l’attenzione al proprio corpo, adottata per prevenire l’attacco, è uno dei principali fattori che lo rendono più probabile.
Cosa lo peggiora
Due comportamenti, entrambi ragionevoli e controproducenti.
Il primo è l’evitamento: smettere di frequentare i luoghi dove un episodio si è verificato, mezzi pubblici, code, ascensori, luoghi affollati o isolati.
L’evitamento riduce l’ansia nell’immediato e la consolida nel tempo, perché impedisce di verificare che in quel luogo non accade nulla di catastrofico. Ed è il meccanismo che, progredendo, porta a restringere sempre più il raggio di vita.
Il secondo è meno noto e altrettanto importante: i comportamenti protettivi. Uscire solo accompagnati, portare sempre con sé un farmaco, sedersi vicino all’uscita, controllare il battito.
Sembrano innocui perché consentono di affrontare la situazione. Ma producono un effetto preciso: quando non accade nulla, il merito viene attribuito alla precauzione («è andata bene perché avevo con me la pastiglia») e la convinzione di essere in pericolo resta intatta.
Cosa funziona
Questo è tra i disturbi con i trattamenti meglio validati della psicologia clinica.
La terapia cognitivo-comportamentale specifica ha prove di efficacia solide, con percentuali elevate di remissione e mantenimento dei risultati nel tempo. Comprende:
- informazione sul meccanismo: sapere cosa sta accadendo riduce di per sé l’interpretazione catastrofica;
- individuazione e verifica dei pensieri che accompagnano i sintomi;
- esposizione enterocettiva: provocare deliberatamente le sensazioni temute in condizioni sicure (iperventilare, girare su sé stessi, salire le scale rapidamente) per constatare che non producono le conseguenze temute;
- esposizione graduale alle situazioni evitate, con progressiva rinuncia ai comportamenti protettivi.
La terza componente è quella che sorprende di più e che è considerata centrale: si impara a non temere le sensazioni producendole, non evitandole.
Anche i trattamenti farmacologici hanno efficacia documentata, e vanno valutati con un medico: la scelta tra approcci, o la loro combinazione, dipende dal quadro individuale.
Cosa fare durante un episodio
Poche indicazioni, ricavate dagli stessi principi.
Non combatterlo: il tentativo di bloccarlo aumenta l’attivazione. Ricordare che raggiunge un picco e poi decresce, sempre.
Non allontanarsi immediatamente dal luogo, se possibile: uscire nel momento del picco insegna che ci si è salvati andandosene.
Rallentare l’espirazione più dell’inspirazione. Molti sintomi (formicolii, vertigini, senso di irrealtà) derivano dall’iperventilazione, e si riducono rallentando il respiro.
E, alla prima occorrenza, farsi valutare da un medico: sintomi cardiaci e respiratori vanno esclusi, e averlo fatto rende più facile non interpretarli come emergenza.
Domande frequenti
Un attacco di panico è pericoloso?
No. È l’attivazione, senza pericolo reale, del sistema che l’organismo usa quando un pericolo c’è: sono risposte funzionali e innocue. Spaventano perché compaiono senza una causa visibile.
Perché tende a ripetersi?
Perché dopo il primo episodio si comincia a monitorare il proprio corpo, e chi cerca le sensazioni le trova: l’attenzione adottata per prevenirlo è tra i fattori che lo rendono più probabile.
Perché evitare i luoghi peggiora le cose?
Perché riduce l’ansia subito e la consolida nel tempo: impedisce di verificare che in quel luogo non accade nulla. Lo stesso vale per le precauzioni, a cui viene attribuito il merito quando tutto va bene.
Cosa fare durante un episodio?
Non combatterlo, ricordare che il picco decresce sempre, restare se possibile dove si è e rallentare l’espirazione: molti sintomi derivano dall’iperventilazione.