Psicologia Clinica e Psicopatologia

Arte in Svendita a caro Prezzo

Pensiamo con le parole, ma comprendiamo e integriamo attraverso i simboli. È la distinzione da cui parte questa riflessione critica sulla produzione visiva contemporanea: accusata di aver perso proprio la capacità simbolica. Articolo divulgativo. Il testo propone una tesi critica di parte, non una descrizione neutrale: la segnaliamo come tale e ne discutiamo anche i […]

Psicolab — Arte in Svendita a caro Prezzo
Pensiamo con le parole, ma comprendiamo e integriamo attraverso i simboli. È la distinzione da cui parte questa riflessione critica sulla produzione visiva contemporanea: accusata di aver perso proprio la capacità simbolica.
Articolo divulgativo. Il testo propone una tesi critica di parte, non una descrizione neutrale: la segnaliamo come tale e ne discutiamo anche i limiti. Alcune espressioni dell’originale (in particolare «società primitive») sono state sostituite con terminologia corrente.

Cosa significa simbolo

La riflessione parte dall’etimologia, ed è la parte più solida.

Il greco symballein significa unire alla radice: al simbolo veniva attribuita una funzione di collegamento tra verità nascoste e verità più evidenti.

Il latino tesserae suggerisce invece un’altra immagine: quella di piccoli tasselli che, composti con pazienza, conducono dal buio dell’ignoranza verso la conoscenza.

Entrambe le radici convergono su un’idea: la coscienza si costruisce come un mosaico, per accostamento progressivo.

Simboli e credenze

Il confronto proposto è interessante: rispetto alle credenze, i simboli offrono una possibilità di esplorazione mentale molto più ampia, per via delle associazioni illimitate di idee ed emozioni che possono suggerire.

Il motivo è che una credenza afferma qualcosa e chiude, un simbolo rimanda e lascia aperto. Ed è questa apertura ad avere, secondo l’autrice, la forza di liberare dal conformismo delle immagini preconfezionate.

L’accusa

La tesi centrale è che la produzione visiva contemporanea generi immagini prive di simbolismo e di contenuto.

Immagini che appaiono come cloni stanchi di sé stesse, incapaci di suscitare concatenamenti visionari o emozioni profonde: al di là di un sentimentalismo facile.

La tendenza denunciata è l’uniformarsi al linguaggio della moda e della pubblicità: volti e corpi seriali, resi più simili a oggetti che a persone, fino a rendere difficile distinguere tra un corpo e una merce.

Viene richiamato il punctum di Roland Barthes (quell’elemento di un’immagine che colpisce e ferisce chi guarda, e che non può essere progettato) per osservare che è precisamente ciò che manca.

La diagnosi

La causa individuata è la tecnica. Viene richiamato Merleau-Ponty, secondo cui la scienza manipola le cose rinunciando ad abitarle, e si sostiene che all’arte sia toccata la stessa sorte.

Ne deriverebbe un’arte diventata fine a sé stessa, con la priorità di stupire o di produrre appagamento estetico superficiale, senza indurre riflessione né rischiare di produrre cambiamento.

La condizione dell’accesso

Il passaggio più utile riguarda ciò che serve per accedere alla dimensione simbolica.

Richiede un movimento di introspezione, una visione interiore che permetta di raggiungere le proprie parti meno accessibili.

Viene richiamato Rilke: un’opera nasce da una necessità, ma questa necessità è spesso oscura e si fa strada attraverso un passaggio stretto per arrivare in superficie.

Ed è probabilmente il punto più fecondo di tutto il testo. Se produrre immagini significative richiede tempo e discesa in sé, allora un sistema che premia velocità e riproducibilità ne produrrà poche: non per incapacità, ma per incompatibilità di ritmi.

La funzione dell’arte

Storicamente l’arte è descritta come un medium: un ponte tra interno ed esterno, impegnato nella ricerca di immagini durevoli capaci di collegare la realtà interiore a quella esteriore.

Il suo compito sarebbe comunicare a un livello profondo l’essenza dell’esistere, sospeso tra la paura derivante dai limiti del corpo e l’ambizione di trascendenza.

Quando l’arte smette di rimandare ad altro, sostiene l’autrice, diventa incapace di promuovere intimità e conoscenza.

Un termine di paragone

Il testo cita il caso delle società tradizionali i cui sistemi simbolici vengono erosi dal contatto con la civilizzazione industriale, con conseguente smarrimento e disgregazione dei legami sociali.

L’analogia proposta (che qualcosa di simile stia accadendo in ambito artistico) va presa con cautela. Il paragone tra la distruzione di culture intere e l’impoverimento della produzione visiva commerciale accosta fenomeni di gravità incomparabile.

Qualche riserva

La tesi merita di essere discussa anziché sottoscritta, per due ragioni.

La prima è che il confronto è asimmetrico: si paragona il meglio del passato, selezionato da secoli di filtro, con la produzione corrente presa nel suo insieme. Anche le epoche precedenti hanno prodotto enormi quantità di immagini convenzionali, che semplicemente non sono arrivate fino a noi.

La seconda è che la lamentela sull’inaridimento della sensibilità è ricorrente in ogni epoca, e questo dovrebbe indurre prudenza.

Resta valida, però, l’osservazione specifica sull’uniformazione al linguaggio pubblicitario e sulla serialità dei corpi rappresentati: quella è una tendenza documentabile, con effetti misurabili sulla percezione di sé di chi vi è esposto.

La proposta

Il testo si chiude senza rassegnazione, riprendendo il consiglio di Rilke al giovane poeta: guardare dentro di sé.

Le domande suggerite sono operative: qual è la ragione intima che spinge a rappresentare? Cosa muove il gesto espressivo?

L’indicazione conclusiva non è recuperare i simboli del passato ma reinventarli e reinterpretarli alla luce della realtà attuale: una sfida che mette alla prova la capacità di scavo interiore.

Con un’ultima osservazione di Rilke che vale come sintesi: gran parte delle esperienze accade in un luogo dove la parola non entra. È lì che le opere potrebbero ancora collocarsi.

Domande frequenti

Cosa significa etimologicamente «simbolo»?

Dal greco symballein, unire alla radice: collegare verità nascoste a verità più evidenti. Il latino tesserae suggerisce invece l’immagine dei tasselli di un mosaico composti progressivamente.

Che differenza c’è tra simbolo e credenza?

Una credenza afferma qualcosa e chiude; un simbolo rimanda e lascia aperto, consentendo associazioni illimitate di idee ed emozioni. È questa apertura a costituirne la forza.

Qual è l’accusa rivolta alla produzione visiva contemporanea?

Di generare immagini seriali, uniformate al linguaggio pubblicitario, prive di quell’elemento che colpisce chi guarda e che non può essere progettato a tavolino.

La tesi è pienamente condivisibile?

Va discussa. Il confronto tra il meglio del passato, filtrato dai secoli, e la produzione corrente nel suo insieme è asimmetrico. Resta valida però l’osservazione sull’uniformazione al linguaggio pubblicitario e sulla serialità dei corpi rappresentati.

La distinzione di partenza è solida: pensiamo con le parole ma integriamo attraverso i simboli, e un simbolo si differenzia da una credenza perché non chiude ma rimanda. Su questa base il testo accusa la produzione visiva contemporanea di aver perso quella capacità, uniformandosi al linguaggio della pubblicità e alla serialità dei corpi. La tesi va discussa, il confronto tra il passato filtrato dai secoli e il presente nella sua totalità è asimmetrico, e la lamentela sull’inaridimento ricorre in ogni epoca. Resta però l’osservazione più feconda: creare immagini significative richiede tempo e discesa in sé, e un sistema che premia velocità e riproducibilità è incompatibile con quel ritmo.
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