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Arte e Spiritualità

L’arte astratta viene raccontata come una ricerca sulla forma. Molti dei suoi fondatori la intendevano invece come una ricerca spirituale, e alcuni erano affiliati a società esoteriche. È un dato storico documentato, e cambia il modo di guardare quei quadri. La tesi del testo L’articolo sostiene che l’arte moderna, e in particolare quella astratta, abbia […]

Psicolab — Arte e Spiritualità
L’arte astratta viene raccontata come una ricerca sulla forma. Molti dei suoi fondatori la intendevano invece come una ricerca spirituale, e alcuni erano affiliati a società esoteriche. È un dato storico documentato, e cambia il modo di guardare quei quadri.

La tesi del testo

L’articolo sostiene che l’arte moderna, e in particolare quella astratta, abbia forti radici spirituali sistematicamente trascurate a favore degli aspetti formali.

Il dato è verificabile, e vale la pena precisarlo.

Il pittore russo che pubblicò nel 1912 il testo fondativo dell’astrattismo vi sosteneva che, quando religione, scienza e morale vacillano, l’attenzione umana si sposta dall’esterno verso l’interno, e che arte, musica e letteratura sono gli ambiti in cui quel movimento prende forma per primo.

Il pittore olandese che portò l’astrazione geometrica alla sua forma più rigorosa fu membro attivo della Società Teosofica, e la sua ricerca di linee ortogonali e colori primari era esplicitamente intesa come tensione verso un ordine universale.

Sono elementi biografici accertati, non interpretazioni.

Perché vengono omessi

Vale la pena chiederselo.

La storia dell’arte del Novecento è stata raccontata prevalentemente come una successione di problemi formali: il superamento della prospettiva, l’autonomia del colore, la bidimensionalità della tela.

È un racconto coerente e rende quelle opere analizzabili. Ma comporta un costo: rende incomprensibile perché quegli artisti abbiano dedicato la vita a ciò che facevano.

Chi passa vent’anni a dipingere rettangoli di colore non lo fa per risolvere un problema tecnico. Lo fa perché ritiene che quella forma dica qualcosa che nessun’altra può dire.

Due precisazioni storiche

Il testo contiene due imprecisioni che conviene correggere.

La prima riguarda le arti liberali medievali, che erano sette ma composte diversamente: grammatica, retorica e dialettica formavano il primo gruppo; aritmetica, geometria, musica e astronomia il secondo. La logica non era una voce autonoma, coincidendo con la dialettica.

La seconda riguarda il riferimento alle pratiche cerimoniali dei nativi americani. Le comunità navajo praticano cerimonie di guarigione che comprendono la realizzazione di dipinti di sabbia, eseguiti con estrema precisione e distrutti al termine del rito.

È una tecnica diversa dal versamento libero di colore, e soprattutto è un atto rituale con una funzione definita, non un metodo pittorico.

Sull’influenza documentata: il pittore statunitense che sviluppò la pittura per colatura ebbe effettivamente contatti con quelle pratiche, ma la portata di quell’influenza è oggetto di discussione storiografica e viene spesso ingrandita.

Vale la stessa avvertenza già formulata altrove: usare una pratica rituale come precedente estetico di un artista occidentale ne cancella il contesto e la funzione.

La parte da discutere

La seconda metà del testo cambia registro e diventa un lamento sul declino: da quando un’opera provocatoria degli anni Sessanta è entrata nei musei, l’arte sarebbe diventata indefinibile, incomprensibile, mossa dalla ricerca di scandalo e priva di comunicazione con il pubblico.

La posizione è legittima, e va discussa per ciò che afferma.

Il problema della struttura

Il primo rilievo è che questo argomento ha una storia lunga e ricorrente.

L’accusa di incomprensibilità e di dissoluzione dei criteri è stata rivolta all’impressionismo, al cubismo, all’astrattismo, cioè agli stessi artisti che il testo indica come esempio di profondità spirituale.

Chi oggi difende Kandinsky contro l’arte contemporanea sta difendendo qualcuno che i contemporanei accusavano esattamente di ciò di cui il testo accusa gli artisti di oggi.

Non significa che ogni opera valga: significa che l’incomprensibilità immediata non è mai stata un criterio affidabile per distinguere.

L’opera citata

Il secondo rilievo riguarda l’esempio scelto. L’opera provocatoria menzionata non è un gesto gratuito: pone una domanda precisa, se il valore di un’opera dipenda dal contenuto o dalla firma dell’autore e dal sistema che lo certifica.

È una domanda scomoda e legittima, e il fatto che quell’opera sia stata acquistata a prezzi elevati costituisce la risposta più eloquente possibile.

Si può ritenere che questo tipo di operazione sia esaurito e ripetitivo (è una critica sensata) ma non che sia priva di contenuto.

Cosa resta della domanda

Al netto del tono, il testo pone una questione reale: perché la comunicazione tra artista e pubblico si sia indebolita.

Una risposta più utile del declino generalizzato riguarda il contesto.

Quando esisteva un repertorio simbolico condiviso (religioso, mitologico) un’opera poteva contare su un linguaggio comune. Chi guardava sapeva chi erano le figure rappresentate e cosa significavano.

Venuto meno quel repertorio, ogni artista deve costruire un proprio codice, e chi guarda deve impararlo ogni volta. È un lavoro che prima non era richiesto.

Questo spiega la fatica meglio della malafede, e spiega anche perché la mediazione, cioè il testo che accompagna un’opera, sia diventata così importante e così spesso così mal fatta.

La definizione proposta

Il testo riporta la definizione di un archeologo cognitivo secondo cui l’arte nasce dalla convergenza di tre capacità: interpretare simboli, comunicare intenzionalmente, produrre manufatti.

È una definizione utile perché non fa riferimento alla bellezza: descrive l’arte come comunicazione simbolica attraverso oggetti.

Ha però una conseguenza che il testo non trae: se l’arte è questo, allora anche un’opera provocatoria che pone una domanda sul sistema dell’arte vi rientra pienamente. Comunica intenzionalmente, usa un simbolo, lo fa attraverso un manufatto.

La definizione adottata, in altri termini, contraddice il giudizio che le viene fatto seguire.

Domande frequenti

L’arte astratta aveva radici spirituali?

Sì, ed è documentato: il testo fondativo del 1912 lo dichiara esplicitamente, e alcuni protagonisti erano affiliati a società esoteriche. La storia dell’arte lo ha spesso omesso raccontando solo i problemi formali.

Perché l’arte contemporanea appare incomprensibile?

Perché è venuto meno il repertorio simbolico condiviso: ogni artista costruisce un codice proprio e chi guarda deve impararlo ogni volta. È un lavoro che prima non era richiesto.

L’accusa di dissoluzione dei criteri è nuova?

No, è ricorrente: è stata rivolta all’impressionismo, al cubismo e all’astrattismo, cioè agli stessi artisti oggi citati come esempio di profondità. L’incomprensibilità immediata non è mai stata un criterio affidabile.

Cosa distingue una provocazione da un’opera?

Se pone una domanda che non poteva essere posta altrimenti. La definizione dell’arte come comunicazione simbolica attraverso manufatti include anche le operazioni che contestano il sistema dell’arte.

Il dato storico regge ed è prezioso: molti fondatori dell’astrattismo intendevano il proprio lavoro come ricerca spirituale, e la storia dell’arte lo ha omesso raccontando solo i problemi formali, con il risultato di rendere incomprensibile perché quegli artisti facessero ciò che facevano. Va invece discusso il lamento sul declino: la stessa accusa di incomprensibilità fu rivolta proprio a loro, e l’incomprensibilità immediata non è mai stata un criterio affidabile. La spiegazione più utile è un’altra: venuto meno un repertorio simbolico condiviso, ogni codice va imparato da capo.
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