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L'Abuso sui Minori e gli Effetti in Età Adulta

Una violenza subita nell’infanzia può manifestarsi trent’anni dopo in forme che nessuno collega alla loro origine. È questa distanza (tra il fatto e i suoi effetti) a rendere così difficile sia riconoscerla sia occuparsene. Articolo divulgativo. Il corso descritto risale al 2011 e non è più attivo. Se conosci un minore in pericolo, chiama il […]

Psicolab — L'Abuso sui Minori e gli Effetti in Età Adulta
Una violenza subita nell’infanzia può manifestarsi trent’anni dopo in forme che nessuno collega alla loro origine. È questa distanza (tra il fatto e i suoi effetti) a rendere così difficile sia riconoscerla sia occuparsene.
Articolo divulgativo. Il corso descritto risale al 2011 e non è più attivo. Se conosci un minore in pericolo, chiama il 114 Emergenza Infanzia o la linea di ascolto 1.96.96, gratuiti e attivi ventiquattro ore su ventiquattro; in caso di pericolo immediato, il 112. Per le donne che subiscono violenza è attivo il 1522.

Cosa proponeva il corso

L’iniziativa, promossa da un’associazione senza scopo di lucro, si proponeva di fornire strumenti di base per il riconoscimento di violenze subite in età minore e per la conduzione di percorsi di sostegno, anche nelle situazioni di conflitto legate a separazioni e divorzi.

I destinatari erano molteplici: psicologi, psicoterapeuti, avvocati, criminologi, educatori, assistenti sociali, medici, consulenti tecnici d’ufficio, personale delle forze di polizia, oltre a laureati e studenti di area giuridica, sociale e umanistica.

Perché l’ampiezza dei destinatari ha senso

Un elenco così esteso può sembrare generico. In questo caso non lo è, e la ragione riguarda il modo in cui questi casi emergono.

Un minore che subisce violenza raramente la racconta a un professionista specializzato. Se un segnale arriva, arriva a chi lo incontra per altre ragioni: un insegnante, un medico di base, un allenatore, un assistente sociale che si occupa di tutt’altro.

Ne discende che la capacità di riconoscere deve essere diffusa, mentre la valutazione approfondita deve restare specialistica. Sono due competenze distinte, e confonderle produce due errori opposti: chi non è formato non nota nulla, oppure interviene in modi che compromettono irrimediabilmente il percorso successivo.

Il problema più delicato: come si ascolta un minore

È l’aspetto su cui una formazione seria si distingue da una superficiale.

La ricerca sulla memoria e sulla testimonianza dei minori ha stabilito alcuni punti fermi.

  • I bambini possono fornire resoconti accurati, ma sono fortemente sensibili alla suggestione, tanto più quanto minore è l’età.
  • Le domande chiuse, ripetute o che contengono già la risposta possono generare racconti dettagliati di eventi mai avvenuti, che il bambino finisce per credere sinceramente.
  • La ripetizione dell’ascolto da parte di più persone degrada la qualità della testimonianza: ogni racconto successivo incorpora elementi dei precedenti.
  • L’uso di strumenti mediatori (bambole, disegni interpretati come indizi) non ha validità dimostrata come metodo di accertamento.

La conseguenza pratica

Chi raccoglie una prima rivelazione non deve indagare. Deve ascoltare senza incalzare, non mettere parole in bocca, annotare il più fedelmente possibile ciò che è stato detto e con quali parole, e attivare i canali competenti.

È un’indicazione controintuitiva: l’impulso naturale è chiedere di più, per capire, per essere sicuri. Ma ogni domanda posta male può compromettere sia l’accertamento sia (più gravemente) la possibilità che il minore venga creduto.

In Italia esistono linee guida condivise sulle modalità di ascolto del minore in ambito giudiziario, elaborate proprio per ridurre questi rischi.

Gli effetti in età adulta

Il tema centrale del corso riguarda ciò che resta a distanza di anni.

Le conoscenze consolidate indicano che le esperienze sfavorevoli infantili (maltrattamento fisico, abuso sessuale, trascuratezza grave, violenza assistita) si associano in età adulta a un rischio aumentato di depressione, disturbi d’ansia, disturbo post-traumatico, uso di sostanze, difficoltà relazionali, e anche a esiti di salute fisica.

La relazione è dose-dipendente: al crescere del numero di esperienze avverse cresce il rischio.

Tre precisazioni necessarie

La prima riguarda la non inevitabilità. Si tratta di aumenti di rischio su base statistica, non di destini: molte persone che hanno subito violenza nell’infanzia stanno bene in età adulta. Presentare il danno come inevitabile aggiunge a chi ha già subito il peso di una condanna.

La seconda riguarda ciò che fa la differenza. Il fattore protettivo meglio documentato è la presenza di almeno una relazione stabile e affidabile con un adulto: non necessariamente un genitore. È un dato importante perché indica dove agire.

La terza riguarda l’esito: essere creduti e sostenuti al momento della rivelazione incide sull’esito a lungo termine quanto la gravità di ciò che è accaduto. La reazione di chi ascolta non è quindi un dettaglio umano: è parte del decorso.

Il nodo delle separazioni conflittuali

Il corso associava il tema dell’abuso a quello dei procedimenti di separazione. È un accostamento che richiede grande attenzione, e conviene esplicitare perché.

In un contesto di conflitto, un’accusa di abuso può essere vera, e la separazione può anzi essere l’occasione in cui la violenza emerge, perché finisce la convivenza che la copriva. Può però anche nascere da un fraintendimento amplificato dal conflitto.

Entrambi gli errori possibili sono gravissimi: non credere a un minore che ha subito violenza, e separare un minore da un genitore che non ha fatto nulla.

Per questo la valutazione va condotta con metodo, da professionisti formati, e con strumenti riconosciuti, e non dagli adulti coinvolti nel conflitto.

Va aggiunta una precisazione su un costrutto spesso evocato in questi contesti, quello della cosiddetta alienazione genitoriale: non è riconosciuto come entità diagnostica dai sistemi di classificazione internazionali, e in Italia la Corte di cassazione ne ha escluso l’utilizzabilità come fondamento di provvedimenti sui minori. È un punto rilevante perché quel costrutto è stato usato anche per screditare segnalazioni fondate.

Sui titoli e le competenze

Un’ultima osservazione, di ordine pratico.

Un corso breve (nel caso descritto, quattro incontri pomeridiani) può fornire consapevolezza e capacità di riconoscimento. Non abilita a condurre valutazioni né a svolgere attività riservate: diagnosi, valutazione psicologica e psicoterapia restano di competenza esclusiva di psicologi e psicoterapeuti iscritti all’albo.

Va inoltre ricordato che «criminologo», in Italia, non corrisponde a una professione ordinistica.

La distinzione è tanto più importante in un ambito dove le conclusioni di un professionista incidono sulla vita di un minore e sulla libertà di un adulto.

Domande frequenti

Cosa fare se un bambino racconta di aver subito violenza?

Ascoltare senza incalzare, non suggerire parole, annotare fedelmente ciò che ha detto e attivare i canali competenti. Non bisogna indagare: le domande poste male possono compromettere l’accertamento e la possibilità che venga creduto.

Perché non insistere con le domande?

Perché i minori sono molto sensibili alla suggestione: domande chiuse o ripetute possono generare racconti dettagliati di eventi mai avvenuti, creduti sinceramente. Anche la ripetizione dell’ascolto da parte di più persone degrada la testimonianza.

Le conseguenze in età adulta sono inevitabili?

No. Si tratta di aumenti di rischio statistico, non di destini. Il fattore protettivo meglio documentato è la presenza di almeno una relazione stabile e affidabile con un adulto.

Un corso breve abilita a valutare questi casi?

No. Può fornire capacità di riconoscimento, ma diagnosi, valutazione psicologica e psicoterapia restano riservate a psicologi e psicoterapeuti iscritti all’albo.

La competenza da diffondere è il riconoscimento; la valutazione deve restare specialistica, e confondere le due produce danni in entrambe le direzioni. La regola più importante per chi raccoglie una prima rivelazione è controintuitiva: non indagare, perché i minori sono altamente suggestionabili e una domanda posta male può compromettere sia l’accertamento sia la possibilità di essere creduti. Sugli effetti a distanza vale una precisazione doppia: sono aumenti di rischio e non destini, e ciò che protegge di più è avere almeno un adulto affidabile accanto, insieme all’essere creduti nel momento in cui si parla.
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