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Stress e Specificità: Alcuni Modelli Teorici

La letteratura internazionale è ricca di teorie e ricerche in materia di stress: qui si ripercorrono alcuni dei modelli teorici più significativi, per capire in quali direzioni si sono sviluppati, e continuano a svilupparsi, i più importanti filoni di ricerca. Hans Selye e la sindrome generale di adattamento Hans Selye fu il primo a proporre, […]

Psicolab — Stress e Specificità: Alcuni Modelli Teorici
La letteratura internazionale è ricca di teorie e ricerche in materia di stress: qui si ripercorrono alcuni dei modelli teorici più significativi, per capire in quali direzioni si sono sviluppati, e continuano a svilupparsi, i più importanti filoni di ricerca.

Hans Selye e la sindrome generale di adattamento

Hans Selye fu il primo a proporre, nel 1974, il tema dello stress, tuttavia egli era interessato al suo carattere bio-fisiologico e non abbracciava l’idea di dare l’avvio a un interesse di ricerca che nei decenni successivi sarebbe accresciuto e diventato sempre più attuale. Selye aveva studiato in animali da laboratorio le reazioni fisiologiche all’introduzione di sostanze nocive nei loro organismi e aveva scoperto che le varie reazioni biochimiche di adattamento erano indipendenti dal tipo di aggressore e si manifestavano in qualsiasi organismo biologico attraverso un insieme omogeneo di cambiamenti morfologici e patologici. Chiamò questo insieme di modificazioni generalizzate “stress” o “sindrome generale di adattamento” (SGA), intendendo con questi termini una risposta (generale) aspecifica dell’organismo a qualsiasi richiesta gli venga imposta dall’ambiente (Selye, 1975).

Tuttavia l’idea dell’aspecificità non spiega la specificità delle malattie causate da stress. Le reazioni allo stress possono essere sia di tipo specifico che di tipo aspecifico e nella risposta individuale andranno a confluire diversi fattori, quali lo stato psicofisiologico antecedente all’evento stressorio, fattori endogeni, ad esempio patrimonio genetico e caratteristiche di personalità, e infine fattori esogeni legati all’apprendimento, alle abitudini alimentari, all’uso di farmaci, ecc. (Favretto, 1994).

Dall’approccio ambientale all’approccio psicologico

Un altro approccio allo studio dello stress definisce lo stress sul lavoro come una caratteristica avversa o dannosa dell’ambiente di lavoro e lo considera una variabile indipendente. L’approccio più attuale concepisce lo stress sul lavoro sulla base di una interazione dinamica tra la persona e l’ambiente di lavoro in cui opera. Questo terzo tipo è stato denominato “approccio psicologico”.

Lo sviluppo di modelli psicologici ha rappresentato un tentativo per superare l’unidirezionalità riduttivistica delle impostazioni precedenti. Oggi, il consenso nei confronti di questo tipo di approccio per la definizione dello stress sta aumentando. Le impostazioni psicologiche, infatti, sono in linea con la definizione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (1986) e con la definizione di benessere proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (1986):

[…] benessere è uno stato mentale dinamico caratterizzato da un’adeguata armonia tra capacità, esigenze e aspettative di un individuo, ed esigenze e opportunità ambientali.

La valutazione soggettiva dell’individuo rappresenta l’unica misura valida di benessere disponibile (Levi, 1992).

Il modello di Karasek e Theorell

Un modello in linea con questo tipo di impostazione è quello di Karasek e Theorell (1990), a cui si è accennato nel paragrafo precedente. Nel loro modello, la valutazione soggettiva del carattere di minaccia di uno stimolo ambientale spiega le sensazioni di benessere e gli alti livelli di motivazione e soddisfazione in condizioni ambientali considerate ergonomicamente insalubri e, viceversa, le sensazioni di non piacevolezza in ambienti considerati salubri.

La reazione umana agli stimoli ambientali è un fenomeno integrato di elementi psichici e somatici volto all’adattamento lavorativo e fisiologico. Stressors psicologici possono attivare risposte fisiologiche che accompagnano la fase di allarme, raggiungendo i livelli di attivazione cronica della fase di resistenza del processo generale di adattamento che può sfociare nel distress (comportamento disadattivo rispetto alle richieste ambientali). Allo stesso modo stressors di natura fisica danno luogo a tentativi di adattamento psicologico (oltre che fisiologico) attraverso processi di valutazione soggettiva degli stimoli.

L’approccio cognitivo/transazionale di Lazarus, Cox e Mackay

A sua volta, l’approccio cognitivo/transazionale di Cox e Mackay (1986) muove le mosse dagli studi di Lazarus e colleghi (Folkman, Schaefer & Lazarus, 1980), secondo i quali lo stress ha origine dai processi cognitivi attivati dalle relazioni tra le persone ed il loro ambiente. Lazarus concepisce lo stress come derivante da tre tipologie di fattori:

– stimolazioni ambientali;
– vulnerabilità costituzionale di una persona;
– meccanismi di difesa.

Le richieste, le costrizioni e le risorse dell’ambiente sono in rapporto di influenza reciproca con le credenze, gli obiettivi e le capacità e i valori propri dell’individuo. Tale processo cognitivo viene definito “primary appraisal” (valutazione primaria). Quando le richieste ambientali superano le potenzialità individuali entra in gioco il “secondary appraisal” (valutazione secondaria), l’individuo valuta meglio il tipo di risposta per fronteggiare gli stressors. Questi fronteggiamenti altro non sono che il coping, che possiamo dividere in coping focalizzato sui problemi, servendosi dei quali si cerca di gestire la situazione problematica, e coping focalizzato sull’emozione, con l’obiettivo di controllare lo stress emozionale. Tom Cox (1978) ha formulato una definizione di stress secondo un modello cognitivo/transazionalista per descrivere il modo in cui si origina lo stress.

Dopo una serie di aggiustamenti, Cox, insieme a Mackay (1986), conclusero che lo stress è espressione della relazione di equilibri di una funzione a forma di U capovolta che è la seguente:

ES = Co(K-(D-A))
ES = evento stressante
Co = coping
K = costante individuale
(D-A) = I (imbalance o sbilanciamento)
D = domanda percepita
A = abilità percepita

Lo stress (ES o evento stressante) è dovuto ad uno sbilanciamento (I) tra le richieste fatte da una persona e l’incapacità ad adattarvi le sue potenzialità. Per riuscire a bilanciare la situazione la persona mette in atto i propri processi fisiologici di coping.

L’approccio person/environment fit di Van Harrison e Caplan

Differentemente, l’approccio “person/enviroment fit” di Van Harrison e Caplan (1979) fa riferimento alla teoria del campo elaborata da K. Lewin, secondo cui il comportamento delle persone è emanazione diretta della relazione tra elementi soggettivi della persona ed elementi oggettivi dell’ambiente in cui questa vive ed opera. Una prima distinzione importante del modello “P/E fit” è quella tra l’elemento oggettivo e l’elemento soggettivo. Caplan sostiene che è possibile misurare oggettivamente dapprima la persona e l’ambiente e successivamente anche la percezione che il soggetto ha di sé e dell’ambiente intorno a lui. La corrispondenza delle valutazioni oggettive e soggettive sarà per l’individuo la sua “capacità di autovalutazione”, mentre il contatto con la realtà sarà dato dalle valutazioni ambientali.

L’integrazione individuo/ambiente avviene in base a quattro elementi fondamentali: 1. valutazione personale oggettiva; 2. valutazione personale soggettiva; 3. valutazione ambientale oggettiva; 4. valutazione ambientale soggettiva. Indipendentemente dal fatto che i meccanismi cognitivi possano facilitare o meno le strategie di coping, una integrazione mal riuscita o insufficiente causa stress fisiologico, psicologico e comportamentale.

Nel modello proposto da Caplan e Van Harrison (1979), si possono distinguere due tipi di adattamento: adattamento oggettivo e adattamento soggettivo. Per Van Harrison i comportamenti di coping si verificano sia nei confronti dell’ambiente che della persona: se anche una di queste due forme di coping viene messa in atto, aumenterà il livello di adattamento oggettivo prima e soggettivo poi. Successivamente l’autore ha allargato il modello teorico “P/E fit”, aggiungendo una documentazione temporale. L’adattamento individuale è dato quindi da esperienze passate di adattamento in situazioni simili e da attesa di adattamento futuro.

Domande frequenti

Che cos’è la sindrome generale di adattamento di Selye?

È l’insieme omogeneo di cambiamenti morfologici e patologici che Selye osservò in animali da laboratorio come risposta aspecifica dell’organismo a qualsiasi richiesta imposta dall’ambiente, indipendentemente dal tipo di aggressore.

Che differenza c’è tra approccio ambientale e approccio psicologico allo stress?

L’approccio ambientale considera lo stress una caratteristica dannosa dell’ambiente di lavoro, cioè una variabile indipendente. L’approccio psicologico, più attuale, lo concepisce invece come il risultato di un’interazione dinamica tra la persona e l’ambiente in cui opera.

Che cos’è il coping secondo Lazarus?

È l’insieme delle strategie con cui una persona fronteggia gli stressors dopo averli valutati. Può essere focalizzato sui problemi, quando si cerca di gestire la situazione, oppure sull’emozione, quando l’obiettivo è controllare lo stress emozionale.

Che cosa propone il modello person/environment fit?

Sostiene che lo stress nasca dalla corrispondenza, o dalla mancanza di corrispondenza, tra le caratteristiche della persona e quelle dell’ambiente, distinguendo tra valutazione oggettiva e soggettiva sia della persona sia dell’ambiente, e tra adattamento oggettivo e soggettivo.

I modelli teorici sullo stress qui ripercorsi, da Selye fino a Van Harrison e Caplan, mostrano un’evoluzione che va dalla risposta fisiologica generale alla comprensione della relazione dinamica tra persona e ambiente. Elementi come la valutazione soggettiva, il coping e la corrispondenza tra risorse individuali e richieste ambientali emergono come i fattori decisivi che spiegano perché la stessa situazione possa generare livelli di stress molto diversi da persona a persona.
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